Tideland - Il mondo capovolto

Tideland

CANADA, GRAN BRETAGNA - 2005
Tideland - Il mondo capovolto
Alla morte di sua madre per overdose, l'undicenne Jeliza-Rose lascia la casa di Los Angeles insieme al padre Noah, un ex musicista rock fallito, anche lui tossicodipendente, per trasferirsi in una località sperduta in Texas, nella vecchia casa paterna. Quando anche Noah muore, la ragazzina resta sola e si rifugia in un mondo fantastico in cui gli scoiattoli parlano, teste di bambole danno consigli e feroci squali infestano una ferrovia abbandonata. Ad accompagnarla nelle sue mirabolanti avventure arriveranno anche due strambi vicini di casa: l'enigmatica Dell e suo fratello Dickens.
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, FANTASY
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: romanzo omonimo di Mitch Cullin (Fazi Editore, le strade, 2006)
  • Produzione: CAPRI FILMS INC., RECORDED PICTURE COMPANY (RPC)
  • Distribuzione: OFFICINE UBU (2007), DVD: SONY PICTURES HOME ENTERTAINMENT
  • Vietato 14
  • Data uscita 31 Ottobre 2007

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Strano oggetto davvero il cinema di Terry Gilliam. Anarchico e compiaciuto, grottesco e claustrofobico. Volutamente eccessivo. L'opera di Gilliam non tende all'entropia, la cerca, come se nel disequilibrio dei suoi elementi fosse rinvenibile la sorgente di un nuovo ordine: prelogico piuttosto che razionale, onirico invece che reale, fondamentalmente percettivo. Nei suoi migliori lavori il cineasta americano lascia intuire, oltre la baraonda visiva, verso quale orizzonte armonico corra il suo cinema. Vedi Brazil. In altri la schizofrenia cinematica esplode senza più ricomporsi. Vedi i suoi film più recenti. Tideland, ultimo in ordine di tempo, purtroppo ce ne dà conferma. E dire che nella storia di questa bambina (Jodelle Ferland) con genitori eroinomani (Jeff Bridges e Jennifer Tilly), teste di barbie come amiche, sapienza glottologica dell'universo animale, vicini necrofili e cerebrolesi (Janet Mcteer e Brendan Fletcher), le premesse da sviluppare erano molteplici e notevoli. Dall'infanzia negata alla rilettura di Alice nel Paese delle meraviglie, dall'elaborazione del lutto all'incontro col diverso, solo per dirne alcune. Gilliam invece no ne sviluppa nessuna, non riesce o forse non gli interessa, sposta il piano della visione sull'asse obliquo del fantastico e risolve tutto con un saggio di distorsione dello sguardo che si poggia sulla deliberata inversione del canone cinematografico: non più la forma al servizio del contenuto, ma l'esatto contrario. La rappresentazione si fa così autopresentazione, variazione sulle proprie possibilità compositive,"immagine-sogno" senza ulteriori rimandi. Nè l'innocenza dark alla Burton nè l'ancoraggio morale alla Storia come Del Toro, ma un film che si avvita su stesso, senza emozione nè azione, lungo, esteriore, costretto a simbolismi contorti - a minacciare l'immaginaria arcadia è ancora il treno, ribattezzato "squalo", vale a dire grande predatore - e a citazionismi gratuiti (dal western a Psycho passando per i Pirati dei caraibi), sommerso sotto un diluvio formale che non lascia scampo nonostante la straordinaria prova della protagonista e la simpatica generosità degli altri comprimari. Mondi capovolti? Non proprio. A capovolgersi invece è la poetica di un autore talmente preso dalle sue visioni da non accorgersi che a forza d'inseguire i sogni si ottiene inevitabilmente di addormentare il pubblico.

NOTE

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2008 PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA.

CRITICA

"Iconograficamente questa fiaba nera è molto ricca e provocatoria. C'è dentro 'Alice nel paese delle meraviglie' e 'Psycho' di Hitchcock, testoline semi-Barbie surrealiste, e dunque Svankmeyer; Buñuel del 'Cane andaluso' e Walt Disney, l'adorato maestro di Gilliam (che è soprattutto un cartoonist), visto lo scoiattolo parlante. Il clima è da 'Zazie' di Queneau. Molto citato il pittore gotico delle praterie, Andrew Wyeth, a cui il direttore della fotografia, il nostro esule Nicola Pecorini, ha aggiunto fish-eye, dinamismo da sublime steady-cameraman e un po' di acido lisergico degno di 'Paura e delirio a Las Vegas'. La luce e i campi di grano sono autobiografici, ricordano il natio Minnesota del regista (ma il set è in Canada, perché solo lì Gilliam ha trovato la produttrice, con sensibilità e coraggio adeguati all'impresa). Il regista inglese (ha appena rinunciato alla seconda cittadinanza Usa) che viene da Monty Phyton e passa per 'Brazil', 'Il senso della vita', 'Munchausen' e altri capolavori né mainstream né underground, lo ha reinterpretato usando uno schema che, per ritmo narrativo, è antitetico alle leggi aristoteliche di Hollywood. Il metodo Gilliam è un fluxus continuo: 1. catturare subito il pubblico. 2. tenerne costantemente desta l'attenzione, con ogni trucco. 3. finire con qualcosa di memorabile. Missione compiuta." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 2 novembre 2007)

"Una fiaba nera, racconto di amori disperati e realtà avvilenti a cui supplire con fantasie eroiche. Un mondo parallelo fatto delle parole, dei sogni e delle speranze di una bambina incredibile, adorabile e mai melensa, malata di una fiducia irriducibile nella sua ipervisione della realtà. Gilliam subisce molte influenze: dal Laughton de 'La morte corre sul fiume' (un film che fallì commercialmente, guarda un po') ai suoi amati fratelli Grimm, con Jeliza-Rose che in qualche modo non è lontana dalla determinata, quasi feroce innocenza di Gretel. L'ex Monthy Phiton, racconta una storia dolorosa di disagio con la forza visiva di sempre, più intimista e meno esplosivo del solito, confezionando un piccolo capolavoro, un'opera deliziosamente cinica, un gioiello di capacità registiche e narrative. Senza paura, come disse di lui Matt Damon, di 'gettarsi nel fango per il suo film'. Gran bella favola, nonno Gilliam." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 2 novembre 2007)

"Nella totale distorsione della visione panoramica, il surrealismo e la necrofilia la fanno da padroni, ma se si vuole individuare il fruitore di questo prodotto lo si può cercare invano. Sono i tipici racconti amati dagli autori, e basta. Nella totale distorsione di ogni palpito, di ogni gesto degli odiosi protagonisti, i più ottimisti potranno definire il calembour una fiaba gotica: Lewis Carrol e Dickens sono gli ispiratori innocenti di una malsana e ambiziosa miscela che si consuma nell'eternità di due ore." (Adriano Di Carlo, 'Il Giornale', 2 novembre 2007)

"Il regista si adopera assai per rendere horror il grottesco e viceversa, sfruttando l'immaginifico morboso adolescenziale con scene che bussano dirette ai subconscio. Ma nel disordinato conto finale, somma e ricicla di tutto e di più. La cosa più difficile è entrare in un mondo fantastico, inventare la logica della non logica e spesso Gilliam eccede e si ripete, come la visione di una bambina che scopre un mondo fatato ma molto pericoloso in cui impudente e imprudente cerca di scacciare i suoi spiriti in un'accozzaglia grottesca che la rende un mostro, pronta a diventare adulta allineata a un mondo di mostri suoi pari." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 2 novembre 2007)
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