This Must Be the Place

ITALIA, FRANCIA, IRLANDA - 2011
Cheyenne, ricco e annoiato ex divo del rock che conduce una vita più che benestante a Dublino, alla morte del padre torna a New York. I due hanno perso i contatti da anni ma, dopo aver letto i diari paterni, Cheyenne decide di continuare la ricerca di un criminale nazista che suo padre ha ossessivamente tentato di trovare per oltre trent'anni. Sicuro del fatto che quell'uomo si sia rifugiato come molti altri negli Stati Uniti, Cheyenne, accompagnato da un'inesorabile lentezza e da nessuna dote da investigatore, inizia il suo viaggio alla ricerca di un tedesco novantenne, probabilmente morto di vecchiaia...

CAST

NOTE

- PREMIO DELLA GIURIA ECUMENICA AL 64. FESTIVAL DI CANNES (2011).

- REALIZZATO NELL'AMBITO DEL PROGRAMMA MEDIA DELL'UNIONE EUROPEA, CON IL SUPPORTO DI EURIMAGES, IN COLLABORAZIONE CON SKY, CANAL +, CINECINEMA, FRANCE TELEVISION, IN ASSOCIAZIONE CON INTESA SANPAOLO E CON LA PARTECIPAZIONE DI PATHÉ.

- DAVID DI DONATELLO 2012 PER: MIGLIOR SCENEGGIATURA, FOTOGRAFIA, MUSICA, CANZONE ORIGINALE, TRUCCO (LUISA ABEL) E ACCONCIATURE (KIM SANTANTONIO). ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, REGIA, PRODUTTORE, SCENOGRAFIA, COSTUMI, MONTAGGIO, FONICO DI PRESA DIRETTA ED EFFETTI SPECIALI VISIVI (STEFANO MARINONI E PAOLA TRISOGLIO DI VISUALOGIE ERANO CANDIDATI ANCHE PER "ROMANZO DI UNA STRAGE" DI MARCO TULLIO GIORDANA).

- NASTRI D'ARGENTO 2012 PER: REGISTA DEL MIGLIOR FILM, MIGLIOR PRODUTTORE E FOTOGRAFIA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR SCENEGGIATURA E SCENOGRAFIA.

CRITICA

"Rapsodico e anti-psicologico certamente. Saturo di grande musica, grandi inquadrature e grandi paesaggi, è scontato. Dialogato sul filo del compiacimento sarcastico, c'era da aspettarselo. Recitato sottraendo anziché aggiungendo, senza dubbio. Messo in maschera con la memoria rivolta ai classici del minimalismo on the road, lo capiamo subito. Quello che, però, bisogna dire prima d'ogni altra osservazione è che 'This Must Be the Place' trasuda intellettualismo da tutti i pori dello schermo: un procedimento voluto, certo, che costituisce un po' la cifra dell'autore, Paolo Sorrentino, diventato talmente bravo da stupirsi di se stesso. (...) La perizia del cesellatore d'immagini, corroborata dalla strenua applicazione del direttore della fotografia Bigazzi, è sicuramente impressionante. (...) Sean Penn, musa ispiratrice dell'impresa, è doppiato in italiano da Massimo Rossi, ma non sapremmo dire - proprio come fa il regista - se quel flebile falsetto, talvolta risucchiato da un risolino demenziale, conferma l'audacia del grande attore o accompagna il suo incedere tra il catatonico e lo psicotico con un costante sberleffo. Non a caso 'This Must Be the Place' si sviluppa con un ritmo stop-and-go: Sorrentino coglie la strana, infinita bellezza dell'iperrealtà yankee (...), teme che gli si trasformi tra le mani in 'estetica' e ci dà dentro con i tic (Cheyenne/Penn che storce la bocca per scostare il ciuffo), i flash di minima comune alienazione, gli atti gratuiti intrisi di pensierosa insensatezza e le sue fatidiche battute a effetto. Bravo, bravissimo; ma col pericolo che gli si rivolti contro una delle frasette biascicate dal suo antieroe: «Ci hai fatto caso che nessuno lavora più e tutti fanno un lavoro artistico?»." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 14 ottobre 2011)

"Bisogna vedere due volte il film di Paolo Sorrentino. Una per goderlo, una per capirlo, perché il senso profondo (e abbastanza disturbante) di 'This Must Be the Piace' è diluito in una struttura narrativa leggerissima e in una serie di immagini così fluide e affascinanti da mettere quasi in ombra la sostanza del discorso. Molto meno ovvia, e più 'pesante', di quanto sembri. (...) Un gioco di prestigio che lascia ammirati per l'abilità, ma anche sgomenti per la disinvoltura. Le ultime parole sui titoli, così seducenti, appartengono al carnefice. Non si era mai visto." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 ottobre 2011)

"Sul finire degli Anni '70 si impose nel rock un filone dark-gotic. Sul modello di Robert Smith, leader dei Cure, è ritagliato la figura di Cheyenne, ex-rockstar protagonista di 'This Must Be the Place'. Occhi bistrati, cerone bianco, rossetto vermiglio, capelli cotonati: fa un certo effetto vedere un cinquantenne conciarsi così. (...) Realizzando 'This Must Be the Place', che prende il titolo da una canzone di David Byrne autore delle musiche che felicemente attraversano il film, Sorrentino ha rischiato di cadere in varie trappole - far accettare al pubblico un protagonista tanto insolito, girare all'estero senza sembrare un turista per caso - ma è riuscito a evitarle tutte. Ha messo su un cast eccellente di nomi più o meno noti, da Frances McDormand a Kerry Condon, calandoli in ruoli congeniali, con dialoghi ben scritti e spiritosi. Al centro dell'affresco uno straordinario Penn che, recitando su una corda sola con vocetta cantilenante e immerso in una sorta di torpore depressivo, riesce a far emergere del personaggio, al di là dell'aspetto grottesco, la gentilezza, la sensibilità, l'umorismo. Quanto ai luoghi, il regista li ha trasfigurati in chiave pittorica, con un occhio al cinema on the road di Lynch e Wenders e tocchi di fiaba surreale alla Tim Burton. E' un risultato importante, maturo che conferisce a Sorrentino una sicura collocazione sulla scena internazionale. Rimane in piedi un'osservazione. Il fatto che il tema dell'Olocausto resti una trovata più che un motivo sentito, va a scapito di quello che doveva essere il nucleo emozionale del film, ovvero il tema di un riavvicinamento alla figura paterna e del ritrovamento di una propria identità." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 14 ottobre 2011)

"Set Irlanda - Usa. Rigoglioso di musica iconoclasta ma 'diabolica', e di superba, ma intermittente, qualità visiva, il primo film 'internazionale' di Sorrentino, che ebbe la sua 'controversa' prima a Cannes 2011, si avvale di una inusuale schiera di attori mozzafiato, esigenti e 'indipendenti', capaci di reinventare (anche foneticamente) e trasportare al massimo della potenza espressiva dialoghi e situazioni non sempre coerenti sul piano emozionale: Sean Penn, David Byrne (e il suo 'True Story' resta la guida ideale per euro film in trasferta americana), Frances McDormand e soprattutto Harry Dean Stanton (in un cameo-omaggio a Wenders, Milius, Cox e Hellman). Però il racconto ha il cuore artificiale di un protagonista dal corpo-maschera, in stile 'Divo', grottesco e estetizzante. Poi, quando si arriva all'osso (la caccia al criminale nazista) l'architettura narrativa si sgonfia, con salti di dettaglio inspiegabili più scene didatticamente e eticamente ambigue. (...) Un rallentamento ieratico dei dialoghi, nella prima parte, e la meditazione 'quasi brechtiana' che i 'set nordamericani' fanno su se stessi almeno affermano un'identità altra. Se il cinema Usa è azione epica ed eroi, il nostro risponde, come Lacombe Lucien: «attenzione, non erano tutti eroi, anzi...». Prima parte irlandese. Seconda, un road movie in Usa." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 14 ottobre 2011)

"Paolo Sorrentino nel suo primo film in lingua inglese e Sean Penn nel suo primo film diretto da un italiano, hanno costruito insieme un personaggio inquietante e commovente, esiliato dal mondo e da se stesso, che all'improvviso torna ad affrontare il mondo e se stesso sulle tracce di un passato che non ha vissuto. Una canzone del 1983 dei Talking Heads, 'This Must Be the Place', dà il titolo al grande, umanissimo film, e lo spezza separando le due vite dell'invecchiato Cheyenne. Prima era un bizzarro reperto di un tempo finito, rifugiato tra le casine silenziose irlandesi, poi, abbracciando il vecchio amico e ritrovando la seduzione della sua musica, ripiomba nell'America della sua giovinezza, delle sue radici familiari e religiose. L'italiano Sorrentino riesce a creare un itinerario americano sorprendente, luoghi e persone che abbiamo visto in tanti altri film ma visti con uno sguardo nuovo, profondo, che isola gli incontri con una serie di personaggi solitari, malinconici e talvolta folli, immersi uno ad uno in paesaggi vuoti e sconfinati, oppure chiusi in casette fragili e tristi." ('La Repubblica', 14 ottobre 2011)

"E' stato istruttivo vedere 'This Must Be the Place', l'atteso film 'americano' di Paolo Sorrentino, in concorso all'ultima edizione di Cannes (tra l'altro in compagnia di 'Habemus Papam' di Nanni Moretti). È stato istruttivo perché ci ha indirettamente mostrato, in modo meno traumatico e tragicomico delle opinioni internazionali su Berlusconi, come vedono l'Italia all'estero. Proviamo a spiegarci. 'This Must Be the Place' è una produzione internazionale, con un divo come Sean Penn. Per un regista poco più che quarantenne è una grande scommessa, e come tale l'abbiamo vissuta noi italiani. (...) 'This Must Be the Place' non aveva sorpreso quasi nessuno, al punto che se l'italianità del suo regista fosse stata taciuta tutti l'avrebbero preso per un 'normale' film americano indipendente. Insomma, se originalità c'era, in 'This Must Be the Place', non è arrivata. E l'America del film l'avevano già vista tutti, o quasi. (...) È almeno la terza volta che Sorrentino prende un cantante (rock o neomelodico che sia) fra i 40 e i 50, analizza la sua crisi e poi lo fa partire - in due casi su tre - per le Americhe. Anche lavorare in modo ossessivo su un tema è legittimo, per un artista. Ma è altrettanto legittimo per uno spettatore, e per un critico, segnalare il rischio della coazione a ripetere. (...) Il film è bello, e magistralmente girato; ma è molto meno sorprendente del 'Divo', che infatti all'estero - pur parlando di una 'cosa' al mille per mille italiana come Andreotti - ha colpito molto di più." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 14 ottobre 2011)

"Piacerà a chi da anni ritiene Sorrentino il nostro maggior regista e qui ha una bella conferma (riesce a fare un film 'americano' come non molti americani saprebbero). E chi ritiene, come noi, che Sean Penn sia uno dei peggiori attori del mondo se gli tocca recitare una persona normale. Ma tra i migliori se gli danno un 'eccentrico' (qui è grande e osceno nella sua maschera da rocchettaro in disfacimento)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 14 ottobre 2011)

"La solitudine e la scoperta, il viaggio e la metafora esistenziale, il rock, le passioni sopite e un mazzo di grandi attori per confermarsi regista capace di raccontare le parabole discendenti, come in Italia, pochissimi altri. 'This Must Be the Place' di Paolo Sorrentino è un magnifico film. Sean Penn interpreta Cheyenne. Rossetto, cerone, occhi tristi ed eloquio rallentato. Rock star 50enne in cantina per scelta volontaria, automa in un'irriconoscibile Dublino, alieno incapace di rimembrare il passato o proiettarsi nel futuro. (...) In un'America immobile, simile a un quadro di Hopper, guardare oltre la siepe equivarrà a rinascere." (Malcom Pagani, 'Il Fatto Quotidiano', 13 ottobre 2011)

"Il più acclamato dei giovani registi italiani, il Paolo Sorrentino fattosi giustamente apprezzare con 'Le conseguenze dell'amore', confermatosi con 'L'amico di famiglia' e affermatosi anche all'estero con 'Il divo', ha deciso di sbarcare oltre oceano alla ricerca di definitiva consacrazione internazionale. Lo ha fatto scegliendosi anche un autorevole mentore, il premio Oscar Sean Penn, al quale ha affidato la parte del protagonista in 'This Must Be the Place', presentato a Cannes e ora nelle sale italiane. Una pellicola ambiziosa, per il suo essere girata all'americana, e perché in ultima analisi affronta un tema delicato e importante: la Shoah. Ma l'ambizione è arma a doppio taglio. Sorrentino, infatti, pur confezionando un'opera interessante, non coglie pienamente nel segno. Troppe cose restano sospese, sia nei personaggi sia nella messinscena, in una sfida forse ancora prematura e che tuttavia pare essere nelle corde del regista. (...) Se Sean Penn riesce a rendere credibile il personaggio di Cheyenne - mantenendolo tuttavia sempre al limite del grottesco con una caratterizzazione estrema, calcata su difficoltà espressive e di movimento che ne accentuano la latente incongruenza con il mondo - Sorrentino mette in campo una serie di altre figure irrisolte (...). Fino alla stessa più che benestante moglie di Cheyenne, che oltre a svolgere sorprendentemente il lavoro di pompiere (un sospetto richiamo alla divisa, da poliziotta, indossata in Fargo dei fratelli Coen), appare fin troppo positiva e gioiosa al cospetto e a dispetto di un marito rimasto bambino, che continua a mascherarsi per restare aggrappato a un passato che pure vorrebbe cancellare. Così come non sembra particolarmente originale e riuscita la descrizione dell'America on the road, un po' troppo stereotipata, puntata sull'eccentricità, tra la statua del pistacchio più grande del mondo e l'immancabile motel con tutte le stanze libere, passando per uno stravagante indiano comparso dal nulla in una sperduta area di servizio e abbandonato nel nulla di un deserto senza orizzonte. Se molto sa di già visto, indubbiamente non mancano sequenze interessanti, che danno un senso al tutto, aiutando lo spettatore un po' smarrito a centrare il cuore del film. Come il cammeo affidato a David Byrne, artista e musicista eclettico, ex leader dei Talking Heads, gruppo che firmò il brano che dà il titolo alla pellicola. A lui il regista affida, oltre alla colonna sonora e a una bella ma non proprio necessaria esibizione dal vivo, una delle scene chiave del film (...). Al pari, quanto a intensità, è anche l'incontro con l'anziano ex nazista, cui il regista fa dire parole inattese, spiazzanti, su vittime e carnefici. In questi passaggi - grazie a punti di vita non scontati e a dialoghi essenziali e mai banali - si vede il tocco del miglior Sorrentino, quello dell'intimismo delle origini, che lo porta ad affrontare in maniera asciutta ma efficace temi profondi, quali il senso di colpa e il rapporto padre figlio. Anche se alla fine a prevalere è il dilemma che accompagna nella seconda parte del film il protagonista, diviso tra vendetta e perdono. Momenti alti, dunque, insieme ad altri meno riusciti, per un film di buona qualità ma con alcuni limiti. E qualche dubbio. Come la scelta di trattare, sia pure sullo sfondo, il tema della Shoah, che potrebbe anche apparire una furba strizzata d'occhio ai giurati degli Academy Awards." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano, 20 ottobre 2011)
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