The Ward - Il reparto

The Ward

USA - 2010
2/5
The Ward - Il reparto
La giovane Kristen si ritrova rinchiusa in un ospedale psichiatrico e in gravi condizioni fisiche senza saperne il motivo. Ben presto, anche a causa di una serie di misteriose sparizioni, la ragazza si rende conto di essere in un posto tutt'altro che sicuro...
  • Altri titoli:
    John Carpenter's the Ward
  • Durata: 88'
  • Colore: C
  • Genere: HORROR
  • Specifiche tecniche: HD
  • Produzione: ECHO LAKE PRODUCTIONS, A BIGGER BOAT, NORTH BY NORTHWEST ENTERTAINMENT, PREMIERE PICTURE
  • Distribuzione: BIM (2011)
  • Vietato 14
  • Data uscita 1 Aprile 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Dopo 9 anni (Fantasmi da Marte mandò in visibilio la Mostra di Venezia), l'attesa è finita: John Carpenter è tornato con The Ward, presentato in anteprima a Toronto e poi a Torino. La bella notizia è questa, ma solo questa: non ci sono particolari motivi per esultare post-visione, perché costa una fatica rinchiudere in sala questi Fantasmi da manicomio. Non ancora distribuito negli Usa, da noi ci prova Bim, ma la sceneggiatura latitante e uno stile che si auto-scopiazza con poca fortuna pesano come macigni sulla resa, nonostante una incongrua vivacità di fondo. Da Carpenter non ci aspetteremmo l'entusiasmo del neofita né un artigianale ottimismo, ma sono questi a tallonare la bionda, bella e immemore Kristen (Amber Heard) , che si ritrova rinchiusa in un ospedale psichiatrico, in disturbata compagnia di altre quattro ragazze: una mangia uomini, l'altra sfigata, una infantile, l'altra aggressiva. Ce ne sarà per tutte, perché a percorrere i corridoi è l'animaccia di una paziente deceduta, con qualche, diffusa complicità: come finirà? Poco importa, perché dopo i bei titoli di testa The Ward si perde nei dettagli, nell'enfasi atmosferica e nella paura ai tempi del nonno, senza aggiungere un solo rigo alla valorosa filmografia del regista. Al massimo, un polveroso Bignamino, che induce alla nostalgia per quel bel horror che fu.  Insomma, riportateci su Marte!

CRITICA

"Nove anni dopo l'ottimo western spaziale 'Fantasmi da Marte', John Carpenter è tornato. La bella notizia è solo questa: 'The Ward' non convince, dalla sceneggiatura latitante allo stile, che si auto-scopiazza con poca fortuna. Con l'entusiasmo del neofita e un artigianale ottimismo, il mostro sacro dell'horror tallona la bionda e immemore Kristen (Amber Heard), rinchiusa in un ospedale psichiatrico in disturbata compagnia di altre quattro ragazze. (...) come finirà? Poco importa, perché dopo i bei titoli di testa The Ward si perde nei dettagli, nell'enfasi atmosferica e nella paura ai tempi del nonno barattata per tensione horror. Insomma, prendete Carpenter e riportatelo su Marte!" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 31 marzo 2011)

"Carpenter riepiloga le regole da horror classico senza negare nulla, il passato da rimuovere, lo shock corridor, nevrosi e baruffe. Neppure sapere che siamo nel '66 dà un'emozione in più. Lo spavento interiore non arriva e il finale open minaccia un sequel." (Maurizio Porro , 'Corriere della Sera', 1 aprile 2011)

"Erano cinque anni che il mitico John Carpenter non girava un film. Visto questo modestissimo 'The Ward - Il reparto' era meglio se ne aspettava altri cinque. (...) Chi è quello spaventoso zombie che si aggira prima nella doccia, poi nei corridoi? E perché una delle fanciulle sparisce misteriosamente? Urge darsela a gambe. Lo spettatore sottoscrive." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 1 aprile 2011)

"Piacerà ai fan di John Carpenter che da cinque anni aspettavano un ritorno in sala del director di 'Fuga da New York'. Ritorno quasi in sordina con un horror a basso budget, ma zeppo di quegli scatti di bravura che a suo tempo fecero diventare John mostro sacro della regia." (Giorgio Carbone, 'Libero', 1 aprile 2011)

"Senza aspettarsi voli pindarici è (...) possibile ritrovarvi il piacere dell'intrattenimento e della suspense 'puri', basati su criteri compendiosi anziché ridondanti, indagatori anziché morbosi, visionari più che sanguinari. Il metodo di Carpenter consiste nel seguire le variazioni percettive a cui va incontro il personaggio principale (...). L'esperto sguardo del regista gioca con le convenzioni - tuoni, lampi, carrellate nei lugubri corridoi, dettagli degli occhi sbarrati dell'internata, presenze che si animano nel buio dei padiglioni - curando con sommessa eleganza la pertinenza simbolica degli sfondi anni Sessanta (...) Accanto agli shock in qualche modo 'telefonati' (...) si notano le sequenze d'inventiva originale e l'indovinato accompagnamento musicale, ma è chiaro che per la tenuta dell'insieme contano molto le buone recitazioni, senz'altro distanti dalla voga marionettistica cara ai clamori giovanilisti dello splatter: come se si fosse deciso di ripercorrere la strada del ricco e autoriale 'Shutter Island', lavorando, però, con una semplicità formale assoluta, spalmata con pazienza artigianale sui labirinti mentali senza enfasi eccessive o trucchi spericolati." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 1 aprile 2011)

"Una storia ambientata quasi tutta dentro un manicomio, luogo assai frequentato dal cinema Usa di questi anni. Un grande regista horror che torna ai fasti di un tempo. Una vera lezione di cinema, retro per ambientazione (siamo nel 1966) oltre che per taglio narrativo e visivo. E' 'The Ward' di John Carpenter, tutto girato nell'Ospedale Psichiatrico Eastern Washington (...) Come in un'ideale risposta low budget a 'Shutter Island' di Scorsese, Carpenter moltiplica vere e false piste. Senza mai barare però, per farci toccare con mano quanto può essere ancora suggestivo «un horror di vecchia scuola fatto da un regista della vecchia guardia». Dunque più attento alla regia e all'affiatamento di un cast quasi tutto femminile che ai trucchi oggi dominanti. L'anti-'Sucker Punch', insomma. Con molte mirabilia tossiche in meno. E moltissima classe in più." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 1 aprile 2011)

"Dopo qualche anno di silenzio (il suo ultimo film visto qui da noi, 'Il seme del male', è del 2006), sembra tornare a un horror di fattura classica, con tutte le paure in platea difficili da contenersi, ma anche con delle proposte di personaggi da guardare molto più attraverso la loro soggettività che non affidandosi alla realtà in cui sembrano immersi. Dei personaggi che, per essere così costruiti e per funzionare narrativamente come Carpenter voleva, dovevano necessariamente avere fisionomie complesse se non decisamente multiple. (...) Carpenter il mistero lo svela solo all'ultimo anche se, con un ulteriore pugno nello stomaco, ci nega astutamente un vero lieto fine. Arrivandoci comunque con uno stile limpido e quasi ricercato che, pur non lesinando gli allarmi, i terrori e le ansie, regge abilmente le fila di un racconto a più facce che, pur tra notti nere attraversate da continui tuoni e solo illuminate da lampi e fulmini, si snoda quasi per tutto il tempo nell'ambito di scenografie asettiche - le celle, le sale, i corridoi del manicomio - in cui tutto sembrerebbe proclamare una normalità assoluta. Se non fosse... Gli interpreti sono soprattutto facce, fedelmente al servizio degli effetti cui Carpenter voleva indirizzarle. Vincendo sempre la partita." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 1 aprile 2011)

"'The Ward' segna il ritorno dietro la macchina da presa del maestro John Carpenter dopo un'assenza che durava da più di sette anni, interrotta solo dalla realizzazione di uno degli episodi della serie televisiva 'Masters of Horror'. È stata proprio quell'esperienza, film a basso budget, a convincere Carpenter di affrontare un lungometraggio, realizzato con le stesse modalità: poche settimane di riprese e pochi soldi. Il risultato, però, ne soffre, e ci dispiace per i tanti fan del mitico John. Il problema, ovviamente, non è nelle doti del maestro dell'horror, bensì nella storia e nel dispositivo narrativo. Un thriller psicologico ambientato negli anni sessanta, ambientato dentro una clinica psichiatrica dove una ragazza un po' disturbata viene rinchiusa. Un film vecchio e prevedibile, anche nel tentativo di accodarsi del macguffin che tutto risolve, cosi in voga in questo cinema delle finte sorprese. Rimane la mano del maestro, la sua incredibile 'leggerezza'." (Dario Zonta, 'L'Unità', 1 aprile 2011)
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