The Twilight Saga: Breaking Dawn - Part 2

USA - 2012
2/5
The Twilight Saga: Breaking Dawn - Part 2
Finalmente Bella e Edward hanno coronato il loro sogno d'amore, si sono sposati e sono in attesa del loro primo figlio. La gravidanza si rivela però molto più accelerata di una normale gestazione umana tanto che la salute di Bella viene messa in serio pericolo. L'intervento di Edward salva la vita della neomamma che, trasformata in vampira, si appresta a vivere la sua nuova felice vita con il marito e la piccola Renesmee. Ma la convinzione da parte di alcuni vampiri che la bambina sia immortale, e che quindi potrebbe minare il segreto della loro esistenza, mette in serio pericolo il destino della famiglia Cullen...
  • Durata: 115'
  • Colore: C
  • Genere: HORROR, FANTASY, ROMANTICO
  • Specifiche tecniche: ARRICAM ST/ARRIFLEX 435/MOVIECAM COMPACT, SUPER 35 STAMPATO A 35 MM/D-CINEMA (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo "Breaking Dawn" di Stephenie Meyer (ed. Fazi, coll. Lain)
  • Produzione: WYCK GODFREY, KAREN ROSENFELT, STEPHENIE MEYER PER SUMMIT ENTERTAINMENT, IN ASSOCIAZIONE CON SUNSWEPT ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: EAGLE PICTURES
  • Data uscita 14 Novembre 2012

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
E' finita. Era il 21 novembre 2008 quando per la prima volta Twilight subissava di copie (600) le nostre sale. Sono trascorsi da allora anni e metri di pellicola: tre (anni) per gustarsi il primo rapporto erotico interspecie, uno in più per vedere uno straccio di combattimento. E' il regolamento di conti finale in cui se le danno di santa ragione succhiasangue, ibridi e licantropi. Eccolo il piatto forte di Breaking Dawn - Part II, se avete la pazienza d'attendere: prima però, un'ora e passa d'interminabili moine tra Pattinson e la Stewart, frasi del tipo "lo potremo fare per sempre, continuamente, senza mai dormire", la scoperta dei poteri acquisiti dell'Ella Fu Mortale, le spiegazioni rese e non rese all'intontito padre, la crescita ultrarapida della figlioletta (Renesmee, la creatura immortale ma non draculesca di Edward e Bella) e la notizia del di lei imprinting su Jacob, che atterrisce Bella come una madre sana di mente alla scoperta che la figlia sposerà l'uomo lupo (Taylor Lautner).
Poi, finalmente, si combatte. Vampiri cattivi (i Volturi) contro vampiri buoni (la cricca dei Cullen) e in mezzo lei, Renesmee, il diverso che inquieta (ogni mondo è paese, persino tra vampiri). Vada come vada, vissero per sempre felici e contenti. Beati loro. A noi non resta che congedarci con l'ultima recensione possibile.
In saghe lunghe come queste (che nemmeno i Nibelunghi), si arriva al punto in cui il giudizio sul singolo episodio si trascina appresso quello dei suoi precedenti. Dopo anni è la saga nel suo complesso ad aver lasciato un'impressione, nonostante l'avvicendarsi dietro la macchina da presa di registi diversi (per la cronaca: qui è Bill Condon). E' questo il caso in cui le caratteristiche fenotipiche di una serie sono più importanti delle singole occorrenze. Il logo vince sul prodotto, la franchise sull'autore. Se un cambiamento c'è stato è solo nell'evoluzione naturale della franchise, nella maggiore alchimia tra i suoi interpreti, nella crescente fidelizzazione dei fan che le ha permesso di esibire una sicumera crescente, forse pure una baldanzosità nel modo in cui si è offerta al suo pubblico in barba a tutti gli altri (critici, non-fan).
Lo abbiamo visto con chiarezza nel dittico di Breaking Dawn, dove una sfrontata vena autocelebrativa ha rotto ogni indugio, contro ogni riguardo narrativo ed estetico.
La critica si è sforzata negli anni di capire perché Twilight fosse diventato un fenomeno. Nel nostro piccolo abbiamo tirato fuori un campionario abbastanza dettagliato di possibili risposte, contorsioni retoriche ("L'upgrade di Romeo e Giulietta di impronta emo, tra spirito ecologista e trasgressione adolescenziale", Federico Pontiggia), esegetiche impossibili ("Una versione di Essere e tempo in salsa fantasy", il sottoscritto), formule sbarazzine ("Spericolato bazar iconico-morale", sempre il sottoscritto). Parole e paroloni, non sempre appropriati.
Oggi dobbiamo riconoscere di aver mirato alto e male, che in fondo questo Twilight non ha mai avuto altra pretesa se non quella di raccontare una storia d'amore adolescenziale. Condita certamente da molte ossessioni del nostro tempo: la bellezza, la mutazione, la liberazione dai vincoli corporali. A ben vedere è il tipico corollario di una cultura digitale, indifferente tanto alle domande di senso - nessuno dei personaggi della saga si chiede mai quale sia il vero significato delle proprie scelte e della propria vita - quanto alle sue contraddizioni. La più grande: l'idiosincrasia per la carne e la sua corruzione va a braccetto con la legge dell'istinto (la fame e la sete, il sesso e l'imprinting), nella fede in un animalismo teorico, senza sporcizia e senza macchia, algido e alfanumerico.
Dopo Twilight il mito del vampiro non sarà più lo stesso. Non solo perché la saga ha sdoganato una versione zuccherosa dell'amor fou, ma perché ha negato al vampiro la dannazione. Un tempo costui soffriva per la perdita dell'anima, oggi che l'anima l'hanno persa un po' tutti soffre per la dilazione del desiderio. Nonostante il tema e la ricca tradizione alle spalle, Twilight ha sempre esibito una metafisica col coperchio. Non c'è mai stata verticalità - dalla terra al cielo - qui, ma solo orizzontalità, con l'immortalità ridotta a infinito prolungamento dei giorni e la beatitudine concepita come un eterno flashback, dove felice è chi potrà rivedere a piacimento ciò che ha già visto e vissuto una volta. Che è anche l'ultimo lascito ai fan. Benedetto homevideo...

NOTE

- FUORI CONCORSO ALLA VII EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI ROMA (2012).

CRITICA

"Come può il nulla riscuotere tanto interesse? Mistero, in definitiva, interessante. Episodio finale (non si può evitare di aggiungere 'attesissimo') della saga giovanile romantica vampiresca tratta dai romanzi di Stephenie Meyer pubblicati tra 2005 e 2008, anno in cui sono cominciati a uscire gli adattamenti cinematografici creando un fenomeno di vastissime proporzioni e al suo interno il fenomeno neodivistico del protagonista Robert Pattinson, che ha avuto modo di dimostrare la sua pochezza nei panni di Bel Ami da Maupassant. 'Breaking Dawn' parte II è il quinto film della serie." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 15 novembre 2012)

"La storia è al solito insensata ed esangue quanto la diafana pelle dei vampiri protagonisti, ma il regista Bill Condon è abile a farne risaltare gli aspetti gotico-vittoriani con gran ricorso a elementi simbolici: nevose distese su cui spiccano neri mantelli e schizza il rosso sangue, campi fioriti per scene d'amore intrise di purezza e sentimento. A nostro avviso la migliore impaginazione per questa «emo-operetta», come l'ha definita spiritosamente un critico britannico." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 15 novembre 2012)

"Sì, è sempre Bene contro Male. Mentre l'autrice di 'Twilight' Stephenie Meyer riposa beata su milioni di dollari sporchi di sangue, c'è il rischio che anche il pubblico si addormenti: quest'ultimo capitolo sembra la Famiglia Addams per tonti, tutto chiacchiere, salotto e volemose bene, finché - benedetti Volturi - non si muovono le mani. 20 minuti di scontro, ma così ben coreografati e un filo crudeli da far venire il rimpianto: se si fossero sempre menati?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 15 novembre 2012)

"Il capitolo 5 forse per la necessità di far venire i nodi al pettine è meno languoroso e stucchevole dei precedenti. Affidato a un robusto mestierante, pratico anche negli action movie, ha una battaglia finale decisamente ben condotta (e persino con dotte citazioni: lo scontro sul ghiaccio dell'«AleksandrNeivski»)." ('Libero', 15 novembre 2012)

"Edward e famiglia sono buoni, il loro sangue ha il sapore dolciastro di chi appiana ogni dissenso con il politicamente corretto, i vampiri famosi per la voglia di sedurre e abbandonare qui mettono addirittura su famiglia. E se in 'Intervista col vampiro' almeno ci dicevano che vivere per sempre è una maledizione, qui c'è qualcuno che fa carte false per farsi crescere i canini. Nel penultimo capitolo ci hanno persino imposto di vedere la quotidianità della luna di miele di vampiro e consorte. Se ce n'era un altro oltre a 'The Twilight Saga' finivamo per accompagnarli all'Ikea. Come potrà uscire il mito di Bram Stoker, l'iconografia di decenni, se non maciullata e appiattita? Ma non diamo la colpa solo alla Meyer, ai suoi adattatori su grande schermo (peraltro la grande Catherine Hardwicke, nel primo capitolo, aveva invece fatto un eccellente lavoro) e ai televisivi 'True Blood' e simili, perché il pensiero unico post-pop ha contagiato molti altri generi. (...) Non abbiamo nulla, insomma, contro chi voglia uscire fuori dagli stereotipi. Anche perché spesso quei luoghi comuni nascondevano, persino nell'immaginario fantastico e orrorifico, un terrore violento del diverso, un razzismo ottuso e a tratti pericoloso. Il punto è che in questi anni nell'arte come nella società si è cercata sempre una condivisione orizzontale e superficiale, un modello unico di riferimento rassicurante che non facesse paura a nessuno. Tanto che se non ci fosse Terry Gilliam a proteggerli, ci ruberebbero pure i fratelli Grimm (comunque già coinvolti in questo trend con risultati disastrosi). E se questa bidimensionalità piace al grande pubblico che ama essere accarezzato, così come a dirigenti e produttori che sono ansiosi di soddisfare più target possibili per guadagnare di più, nessuno capisce che questo inaridirà la creatività di autori e fruitori, che diventeranno sempre più apatici. Senza i vampiri bastardi, per intenderci, non avremmo avuto gioielli 'sbagliati' e folli come 'The Addiction' di Abel Ferrara. Ma forse è proprio quello l'obiettivo finale: smussare gli angoli, non aver più paura del buio. Anche se torna ogni notte." (Boris Sollazzo, 'Pubblico', 14 novembre 2012)

"L'aura gotica di Bram Stoker si è espansa nei secoli, immortale come il suo Conte Dracula e trova il suo approdo nella saga di 'Twilight', giunto al capitolo finale con 'Breaking Dawn parte 2' (...), in derivato della mutazione di corpi adolescenti, semilavorati umani, sessualmente in bilico e dotati di una ultra-energia che tutto può. E un occhio infiltrato di rosso sangue che «vede» una realtà liquefatta e intermittente nel prologo del film diretto da Bill Condon, regista della «part one» e autore del shakespeariano 'Demoni e dei'. L'occhio di Bella Swan (Kristen Stewart), la newborn, rinata vampira, mette a fuoco un mondo non più decifrabile, percorso da vibrazioni extrasensoriali, confuso da interferenze elettriche. Occhio bionico puntato sull'infinitesimale, il battito di una farfalla, il pulviscolo dorato nell'aria, e sul paesaggio sontuoso delle foreste canadesi, set degli esterni, «incollato» in post-produzione sulle riprese girate in Louisiana. L'80% del film è stato alterato e manomesso al computer, visione di creature e cinema mutanti, tanto che 'Breawking Dawn 2' abbandona lo stile romance, gioco di scambi erotici tra la goffa diciassettenne di Forks, stato di Washington, e il pallido vampiro Edward Cullen (Robert Pattison) del capostipite diretto da Catherine Hardwicke, per concentrarsi sugli effetti dell'ibrido assoluto. E se Cameron in 'Avatar' marcava i confini tra materia e antimateria, Condon cancella le linee di separazione e crea un film «newborn», che spia sotto pelle i movimenti della metamorfosi. Bella ed Edward sprigionano luce nella gigantografia dei primi piani e si muovono con la velocità di esseri senza forza di gravità, abitanti di una dimensione eccentrica, quella di una fisicità digitale e di una mente analogica. I fantasmi si affermano come unici padroni dello schermo, e vivono di vita propria senza più l'onere della prova. Vivi altrove. I romanzi scritti da Stephen Meyer, in veste di produttore sentinella della sua opera, hanno seguito un percorso discontinuo nell'alternarsi delle diverse regie, ma Bill Condon ha saputo saldare il primo 'Twilight' con Breaking Dawn, iniziato con le immagini body-art di una Bella scarnificata, maschera livida nel passaggio al post-umano, partoriente del «mostro», la bimba Renesmee (l'esordiente Mackenzie Foy). Cuore che batte nella figlia del mai-morto. Un po' di carne e un po' di sostanza numerica, tanto che il laboratorio frankenstein del film le ha scolpito in faccia le diverse età, senza così ricorrere a differenti attrici. Doppiamente inquietante in quella sua crescita rapida da vampirella capace di dormire e di mangiare, al contrario della famiglia Cullen che ha rinunciato al caldo collo. In questa seconda parte del finale, tutto sembra armonioso, fin troppo (...). Amazzoni e irlandesi, nativi d'America e nomadi, l'internazionale dei vampiri si dà appuntamento sulla spianata nevosa che fa da teatro all'epica battaglia fotografa dal visionario Guillermo Navarro (...). E l'epilogo si aggancia al prologo, condotto magistralmente dalla sceneggiatrice dei cinque 'Twilight', Melissa Rosenberg, in una carrellata di citazioni e di omaggi alla saga, album in forma di allucinazione, mirabilia da collezione per i fans-club. E l'addio di Bella e di Edward, anche loro dispositivi di memoria nello scorrere telepatico del pensiero-immagine fino al loro primo incontro. Superpotere del cinema." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 14 novembre 2012)
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