The Social Network

USA - 2010
5/5
The Social Network
Stati Uniti, Università di Harvard, 2003. Mark Zuckerberg, studente genio dell'informatica, attraverso lo studio peculiare di blog e linguaggi di programmazione ha un'idea folgorante e inventa una rete sociale globale che rivoluzionerà la comunicazione: Facebook. In pochissimi anni diventerà il più giovane miliardario della storia ma, come si sa, il grande successo comporta anche grandi dispiaceri e attira numerosi nemici...
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, STORICO
  • Specifiche tecniche: RED ONE CAMERA, REDCODE RAW (4K), 35 MM /D-CINEMA (1:2.35)
  • Tratto da: libro "The Accidental Billionaires" di Ben Mezrich
  • Produzione: TRIGGER STREET PRODUCTIONS, SCOTT RUDIN PRODUCTIONS, MICHAEL DE LUCA PRODUCTIONS, RELATIVITY MEDIA
  • Distribuzione: SONY PICTURES RELEASING ITALIA - DVD E BLU-RAY: SONY PICTURES HOME ENTERTAINMENT (2011)
  • Data uscita 12 Novembre 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Ci sono film, pochi, se non pochissimi, in grado di riconciliare con il cinema. E con il mondo: non perché ne occultano le brutture, dando futili speranze, ma perché rendono con l'arte lo stato dell'arte di questi nostri giorni. The Social Network appartiene al ristretto novero, più esclusivo di un club di Harvard, di questi film-mondo: sotto questo punto di vista, il titolo non fa riferimento denotativo alla creatura di Mark Zuckerberg (et alii…), bensì è specchio fedele della sue riuscite ambizioni. David Fincher e lo sceneggiatore Aaron Sorkin prendono nella Rete la nostra realtà, e non c'è da esserne allegri: qual è la classe dirigente del futuro (e del presente)? Bastardi (non è la parola giusta), variamente declinati: Zuckerberg, nerd tagliente e indifferente, cinico e ambizioso, ma scarso con le donne; i gemelli Winklevoss, tutti Ivy League e canottaggio, muscoli ed elite; Eduardo Saverin, co-fondatore di Fb, estromesso e irrisolto, quasi villain perché – tremendo ammetterlo - perde; Sean Parker, il creatore di Napster, figo da manuale, geniale e astuto, ma inaffidabile.
A loro abbiamo affidato le nostre vite: pubblicamente, concedendo i nostri profili, le nostre foto, i nostri messaggi, il nostro status sentimentale a questi happy (?) few. Come ci siamo arrivati? Non importa, piuttosto da dove sono partiti loro: da Harvard, passando per Stanford e le altre università della upper class, chiamate a sancire quanto fosse cool lo strumento, il network sociale ma esclusivo. Poi, solo poi, in gioco entra il profitto e dunque il necessario allargamento: Facebook si concede a tutti, l'iperspazio dove guardare chi è il compagno di banco fa della classe mondo, di high class ogni ceto sociale. E' successo planetario, che The Social Network riflette in campo medio per osmosi: non c'è il mondo in campo lungo, perché i primi piani di questi bravi ragazzi sono, essi stessi, il mondo.
Già questo, basterebbe per dare al film del capolavoro: poderosamente, intensamente e acutamente sceneggiato da Sorkin, che condensa nelle battute a effetto l'effetto planetario di questi demiurghi, ripassato dietro la macchina da presa da Fincher con la virtuosa eliminazione del superfluo che fa il genio e interpretato da Eisenberg con una vorace abulia, una differente indifferenza, una presenza totalizzante e insieme deprimente, può dare del tu qui e ora al Quarto potere di Orson Welles, almeno nella fotografia nitida e inquietante dell'informazione del potere e del potere dell'informazione. In questo caso, le informazioni che abbiamo volutamente concesso al potere, secondo le sue volontà, i suoi parametri, i suoi scopi: Facebook, questo libro delle facce, lo possiamo sfogliare, possiamo conoscerne anche il numero di pagine, il costo (25 miliardi di dollari) e quanti lo leggono (500milioni), ma non è nostro. Ha un autore e un editore che non possiamo padroneggiare e, forse, nemmeno conoscere. Zuckerberg & Co. li conosciamo in The Social Network?
Sì, nella misura in cui Fincher e Sorkin si astengono dal giudizio e dall'illustrazione, descrivendo non come sono davvero andate le cose (come saperlo?), ma – sapientemente – perché sono andate così: il focus, al netto della storia di Facebook e delle sue vicissitudini giudiziarie, è sul Zuckerberg prima e durante (e dopo) FB nel rapporto con l'altro sesso, attraverso le cartine di tornasole della fidanzata Erika e del suo avvocato donna.
A questo proposito: come dare del sessista al film? Se è letterale come tutto sia nato per fare sesso, Fincher non calca la mano al riguardo, descrivendo lucidamente i paradossi di Zuckerberg, il conflitto tra realtà virtuale e realtà reale: crea "l'amicizia" ma non ha amici, crea lo "status sentimentale" ma non ne ha uno, crea il "social network" ma non ha vita sociale, incapace com'è di relazioni vere, autentiche, affettive. Fb non è altro che la banale creazione di un maschio, dei maschi, a uso sessuale e consumo globale.
Normale, dunque, che a stigmatizzare tutto ciò siano le donne. Erika prima lo molla, e gli pronostica un futuro di insuccesso relazionale: non perché è un nerd, ma perché è un bastardo (non è la parola giusta). L'avvocato rettificherà: non è bastardo, ma si sforza di esserlo a ogni costo. Evidentemente, è anche peggio. Ed è il nucleo di verità di questo autore in cerca di personaggi (noi): un demiurgo (impotente), un dio (intristito), fin quando non passa dall'altra parte, servendosi della creatura da lui creata, facendosi utente da manutentore che era ed è. Ovvero? Chiede l'amicizia alla sua ex ragazza, e continua ad aggiornare il profilo sperando che venga accolta. Nel frattempo, Fincher ha dato un ineludibile, grandioso refresh al cinema del Terzo Millennio.

NOTE

- PRODUTTORE ESECUTIVO: KEVIN SPACEY.

- EVENTO SPECIALE ALLA V EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2010), HA RICEVUTO IL MOUSE D'ARGENTO, PREMIO DELLA CRITICA ONLINE.

- GOLDEN GOLBES 2011 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA, SCENEGGIATURA E COLONNA SONORA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA DI FILM DRAMMATICO (JESSE EISENBERG) E NON PROTAGONISTA (ANDREW GARFIELD).

- OSCAR 2011 PER: MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, MONTAGGIO E COLONNA SONORA. LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTORE PROTAGONISTA, FOTOGRAFIA E MISSAGGIO SONORO.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2011 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2011 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.

CRITICA

"Un'invenzione epocale, un successo mondiale, una battaglia legale. Diversa da tutte le altre battaglie legali perché combattuta da soggetti giovanissimi su un terreno in larga parte ignoto perfino ai contendenti. (...) 'The Social Network' mette a fuoco subito almeno tre punti fondamentali grazie allo scintillante copione di Aaron Sorkin, a tutti gli effetti coautore del film diretto da David Fincher. Uno: si può diventare miliardari a vent'anni senza mai imparare a godersi la vita. Due: al tempo di Internet non conta chi ha avuto un'idea per primo, conta chi la sviluppa e soprattutto la condivide prima degli altri. Tre: non importa quanto colti, intelligenti o intraprendenti potete essere. Se avete superato i vent'anni non salirete facilmente sul treno in corsa dell'era digitale. Anzi è già tanto se lo vedete, quel treno. (...) Non era facile rievocare con tanta acutezza la nascita di Facebook imponendo al tempo stesso uno sguardo sul mondo che Facebook ha contribuito a creare. The Social Network è la prima foto ad alta definizione di un'epoca piuttosto restia a mettersi in posa. Onore al merito." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 novembre 2010)

"La frase di lancio di uno dei film più attesi dell'anno è: 'Non arrivi a 500 milioni di amici senza farti qualche nemico'. Questa sarebbe, in poche parole, la parabola dell'inventore di Facebook. (...) David Fincher riesce bene in un film che si trasforma in una perfetta parabola sul capitalismo occidentale." (Dario Zonta, 'L'Unità', 12 novembre 2010)

"'Io non voglio amici'. Fa un certo effetto sentire Mark Zuckerberg, l'inventore di Facebook, il sito che ha globalizzato l'idea delle amicizie on line, pronunciare questa frase. Eppure nella battuta c'è tutto il personaggio, almeno come lo racconta David Fincher nel film 'The Social Network', arrivato nelle sale italiane dopo essere passato, attesissimo, al Festival del cinema di Roma. (...) The Social Network non è un film su Facebook, ma paradossalmente una parabola sull'incomunicabilità, raccontata attraverso il cupo Zuckerberg - ottimamente interpretato da Jesse Eisenberg - e, implicitamente, sul successo e sul denaro. Limitandosi solo ad accennare l'impatto delle nuove tecnologie sulle persone e sul loro modo di comunicare se stesse agli altri, il regista indugia sul ritratto del giovane Mark, inquieto, ombroso e solitario, incapace di rapporti profondi e duraturi, persino di una vera e propria vita sociale. (...) È dunque per superare i personali limiti comunicativi che nel 2003 il brillante studente mette in piedi il suo sofisticato giocattolo informatico. Ma ben presto l'esclusività non è più un valore. Cominciano a girare soldi, sempre di più con l'aumentare degli utenti; si festeggerà il primo milione di iscritti, divenuti oggi mezzo miliardo per un'azienda valutata 25 miliardi di dollari. Soldi che non sembrano interessare l'ideatore, che appare più cinicamente ambizioso che avido, ma che fanno gola a quanti gli ruotano intorno. Ed è il denaro che alla fine diventa il protagonista del film, muovendo i personaggi e incattivendoli. Come a dire che se sei spudoratamente ricco e influente non puoi non farti dei nemici. In tal senso (...) il film è anche la storia di un personale tradimento, quello di Zuckerberg nei confronti di Saverin, certo meno brillante ma sempre al suo fianco nella tradizionale solidarietà tra 'nerd'. È la vendetta della realtà sul virtuale. Il paradosso di un'amicizia vera che si rompe tra non poche recriminazioni e che fa rumore, perché è quella tra i due fondatori del sito che dell'amicizia fa la sua bandiera, abbattendo almeno nella rete le barriere sociali. (...) Fincher riesce con bravura a rendere questi contrasti personali. Ma soprattutto costruisce un film che racconta bene un'epoca, con i suoi eccessi, e il modo in cui forma la sua classe dirigente, o almeno una parte di essa, quella della net economy, certo non meno influente di quella politica o imprenditoriale più tradizionale, perché la sola che in un mondo globalizzato può manipolare centinaia di milioni di persone. E l'immagine che se ne ricava è tutt'altro che rassicurante." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 27 novembre 2010)
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