The Road

USA - 2009
3/5
The Road
Sullo sfondo di uno scenario apocalittico, in cui la Terra è stata devastata da incendi e terremoti e gli esseri umani sono costretti a vivere secondo i più crudeli istinti di sopravvivenza, un uomo intraprende un viaggio da incubo per portare suo figlio al sicuro.
  • Durata: 112'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, FANTASCIENZA, THRILLER
  • Specifiche tecniche: 35 MM, TECHNICOLOR
  • Tratto da: romanzo Premio Pulitzeer 2006 "La strada" di Cormac McCarthy (Ed. Einaudi)
  • Produzione: 2929 PRODUCTIONS, CHOCKSTONE PICTURES
  • Distribuzione: VIDEA-CDE (2010)
  • Data uscita 28 Maggio 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Le carte in regola per diventare un film-evento le aveva tutte. Era l’adattamento del libro-Pulitzer di un grande scrittore americano, Cormac McCarthy, lo stesso di Non è un paese per vecchi (romanzo che i fratelli Coen avevano portato al cinema riscuotendo successo e Oscar). La regia era stata affidata a un semisconosciuto, l’australiano John Hillcoat, che si era fatto notare con La proposta (2005), non un capolavoro ma interessante. Di richiamo anche il nome di Nick Cave, già diverse volte collaboratore del regista (per lui aveva scritto sia la sceneggiatura de La proposta che quella dell’esordio: Ghosts of the Civil Dead, 1988), qui autore delle musiche, indubbiamente molto belle. Quindi la storia, non nuova, ma di certo avvincente, incentrata sui postumi di un Armageddon, scenari post-apocalittici, un padre e un figlio che si trascinano tra le rovine della civiltà, assediati da fame, disperazione e uomini regrediti al cannibalismo. Ha fatto scalpore infine il boicottaggio della pellicola, con il mercato – prima americano, poi italiano – che si è coperto di ridicolo giudicando il film così crudo e deprimente da lasciarlo a lungo in stand-by. Nel frattempo l’intermezzo veneziano, che lo vede passare in concorso alla Mostra senza suscitare né elogio né scandalo. In breve, The Road: un film dalle grandi premesse, più atteso che riuscito. Onesto, ma convenzionale. Rispetto al testo, Hillcoat – insieme allo sceneggiatore Joe Penhall- introduce poche varianti, semplificando qua e là i dialoghi e incrementando il ricorso ai flash-back, spinto più da ragioni produttive che da personali convinzioni. Bisognava cioè alleggerire la prosa sincopata e metafisica di McCarthy a vantaggio dell’azione, e dare maggiore spazio al personaggio di Charlize Theron, perché era l’unica controparte femminile del racconto, e perché era Charlize Theron. La variante pesa solo per chi ha letto il romanzo. Definire meglio il passato dei protagonisti non compromette l’equilibrio complessivo del film, ma provoca uno slittamento significativo rispetto all’asse comunicativo del libro, in quanto sostituisce il circuito trinitario di quest’ultimo (Dio-padre-figlio) col più semplice triangolo familiare (moglie-marito-bambino). Ai personaggi manca un po’ di quell’aurea sacrale donatagli da McCarthy, perdono intensità e spirito per una caratterizzazione più hollywoodiana. E questo senza togliere nulla all’ottima prova di Viggo Mortensen e del piccolo Kodi Smit-Mcphee (protagonista a breve del remake americano di Lasciami entrare), ambedue smunti, sporchi e amabilmente tragici. Senza nome, come nel romanzo. Che per il resto viene accostato con esagerata reverenza da Hillcoat, fino a trasformare un adattamento per il cinema in mera traduzione filmata. Certo, potenza del libro, il film conserva comunque una forte valenza escatologica, ma ne appiattisce la poesia in una confezione tanto ineccepibile – paesaggi agonizzanti, fotografia sporca, musiche suggestive – quanto fredda. Il sospetto è che si sia letto il romanzo solo per il suo contenuto, perdendone il cuore: la scrittura. Lo conferma ciò che vediamo: una didascalica ripetizione per immagini, cui manca imperdonabilmente l’anima.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 66MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2009).

- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL 30 NOVEMBRE 2010 HA ELIMINATO IL DIVIETO AI MINORI DI 14 ANNI.

CRITICA

"Gli elementi migliori del film sono quelli più fedeli al libro: la scoperta di una casa nella quale sono recluse delle persone inattesa di essere macellati; la caccia ad una donna che tenta di proteggere il proprio bambino e la mancanza di pietà che prova anche il protagonista nei confronti di un ladro di colore, lasciato morire di freddo con la convinzione "che tanto morirebbe presto comunque". Il dettaglio più riuscito è quello di un pavimento pieno di soldi ormai senza alcun valore e la costruzione della sequenza finale, nella quale il bambino, rimasto solo, incontra un uomo che lo invita ad unirsi a lui. Lo interpreta molto bene Guy Pierce, e prima dell'ultima inquadratura non riusciamo a capire se stia offrendo al piccolo pietà o qualcosa di mostruoso." (Antonio Monda, 'la Repubblica', 30 aprile 2009)

"In 'The Road', tratto con inutile fedeltà dal romanzo di Cormac McCarthy, un padre e un figlio attraversano un' America distrutta da ogni catastrofe possibile (atomica, ecologica, aliena?) dopo che la madre si è «suicidata» per paura di dover affrontare una realtà così desolante. Ridotti come due barboni, diretti verso un mare che non ha più nemmeno il suo colore tradizionale, l'anonima coppia di protagonisti attraversa campi riarsi e città abbandonate, attenti a evitare gli altri pochi sopravvissuti. Ma se la pagina accendeva l'immaginazione del lettore, il film, nonostante la bella prova di Viggo Mortensen e del piccolo Kodi Smit-McPhee, non decolla mai e finisce per ridursi a una cartolina inerte di un' apocalisse prossima ventura. Senza forza morale e con un irritante lieto fine (che per altro era la cosa più debole del libro)." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 4 settembre 2009)

"Un mondo di puro orrore in cui ogni sconosciuto può farti a pezzi e mangiarti, ma se hai ancora una pallottola e abbastanza sangue freddo puoi sparare in testa a tuo figlio prima che sia troppo tardi. Anche se proprio il ragazzino si ostina a sperare, non si rassegna alla sopraffazione reciproca, ogni incontro è il terreno su cui si gioca una partita fra il Bene e il Male, dal sapore metafisico. Cupissimo, rigoroso, molto fedele al romanzo, quasi insostenibile per lo spoglio realismo. Una metafora universale in tempi di guerra come questi, che però evita con classe le trappole e i ricatti del genere. Tutto sommato, una sorpresa." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 4 settembre 2009)

"Continua la fortuna cinematografica del romanziere Cormac McCarthy. Dopo la trasposizione di 'Non è un paese per vecchi', ecco 'The Road'. A impegnarsi è il regista John Hillcoat, a dominare la scena Viggo Mortensen, che aggiunge un nuovo tassello alla conquista di una sorprendente autorevolezza. Difficile immaginare che si possa aver voglia di vedere un film tanto aspro e cupo. Tuttavia è giusto segnalarne le motivazioni." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 4 settembre 2009)

"A differenza di 'Non è un Paese per vecchi', altro capolavoro di Cormac McCarthy portato sul grande schermo dai frateli Coen, 'The Road' è più aderente al libro e alla poetica del romanziere. E' crudo, a volte spietato, altre commovente. La grande domanda che pone, se davvero c'è, sembra essere questa: perché un uomo dovrebbe far nascere un bambino se il mondo va a scatafascio? Perché dovremmo riprodurci e non, semplicemente, piegarci a morire? La questione si pone per l'uomo e il suo bimbo nella civiltà post atomica, ma vale per ciascuno di noi: in un mondo pieno di brutture, dove i valori sono sgretolati, dove ciascuno non si fa scrupoli a diventare il peggior nemico degli altri, che senso ha la continuazione della specie?" (Francesco Borgonovo, 'Libero', 3 settembre 2009)

"John Hillcoat per allungare il brodo si inventa dei bruttissimi flashback che giustificano la presenza nel cast di Charlize Theron, moglie e madre (morta) dei protagonisti. Viggo Mortensen fa il Mad Max pensoso. Paesaggi grigi, piogge acide, noia abissale." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 4 settembre 2009)

"Non si parla di guerra in 'The Road'. Si accenna a un devastante terremoto. (...) Pur crudele nelle sue svelte immagini Hillcoat non ama l'orrore, non insiste su scene raccapriccianti. E' un apocalittico, teso, sofferente. A un certo punto il padre sfinito muore e il bambino piange. Ma si avvicina uno sconosciuto che cerca di consolarlo, lo sente solo e lo invita ad associarsi con lui e con la sua famiglia. Un residuo di umanità - si chiede lo spettatore - o siamo davanti a dei cannibali?" (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 4 settembre 2009)

"Il film apparentemente non ha sbavature ed è veramente impossibile dire che cosa manchi, ma probabilmente le cause di una quasi soddisfazione o di un appagamento non proprio completo sono da ricercarsi nel testo di McCarthy il quale senza dubbio rielabora, amplia ed attualizza i confini di un genere come quello della fantascienza apocalittica, ma analogamente a 'Non è un paese per vecchi', si ha la sensazione che lo scrittore americano abbia un po' capito qual è la formula del successo e dunque sebbene non manchi il talento i suoi siano lavori frutto di un lavoro pianificato a tavolino con poco cuore. Risultato: operazioni impeccabili ma il contro suono è d'ottone." (Walter Vescovi, 'Il Secolo d'Italia', 4 settembre 2009)

"Più completo e ambizioso, il film che l'australiano John Hillcoat ha tratto da uno dei bestseller del premio Pulitzer Cormac McCarthy riprende le atmosfere della fantascienza apocalittica ravvivandole, però, con le tonalità epico-horror tipiche di uno scrittore tanto schivo, ringhioso e scorretto da essere considerato di destra. Rischiando l'overdose di campi lunghi grigi e diroccati, 'The Road' mette in scena due sopravvissuti alla prossima e inevitabile catastrofe finale (...) Se la metafora è minacciosa ma per nulla clamorosa, anche per colpa di una conclusione assai banale, Hillcoat tiene serrato il ritmo e sceglie con profitto di scolpire l'angoscia soprattutto sul volto di Mortensen, classico attore-icona sul quale è possibile modulare i riflessi più aspri e profondi del nostro pane quotidiano, la violenza." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 4 settembre 2009)

"'La strada' aveva una trama rubata alla fantascienza. Furono la scrittura e il genio di Cormac McCarthy a trasfigurarla in un classico sull'Apocalisse, sul rapporto tra padri e figli, sulla differenza tra maschi e femmine. Nel film del regista australiano torniamo alla fase precedente. Peggio: con i flashback che mostrano la famiglia felice prima della catastrofe, per offrire allo spettatore quel po' di respiro che il libro negava. Chi ha il cuore tenero può sempre ripiegare su Urania. Noi vogliamo un film che sia almeno all'altezza di 'Non è un paese per vecchi' firmato Coen." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 4 settembre 2009)

"I dialoghi sono scarni, filosofici senza retorica, pragmatici. Siamo in un racconto di Jack London, alla ricerca di quanto si è perduto del mondo. Il sud, in realtà, è la salvezza, perché può garantire inverni meno rigidi. Ma non ci sono certezze, solo che se si vuole stare nascosti, bisogna abbandonare la strada. Che, invece, serve, per non perdere la bussola, una destinazione, una speranza." (Luca Marcantonio, 'Il Riformista', 4 settembre 2009)

"Il mondo è già finito in 'The Road': John Hillcoat con Viggo Mortensen (e, in piccole parti, Robert Duvall e Charlize Theron). Dopo un'apocalissi senza nome l'America è una pianura piatta e scheletrita, senza una foglia né un frutto, con alberi che crollano repentinamente al suolo, senza altra luce che una nebbia grigia. Strade e case sono in rovina, le auto si sono fermate per mancanza di benzina, la fame divorante e il gelo terribile uccidono i superstiti, banditi armati cannibali cercano di saziarsi con carne umana. Un giovane padre e un figlio ragazzino (la madre si è uccisa) camminano lentamente a piedi verso il Sud meno freddo: l'amore tra loro è cosi forte e impavido che il bambino sopravvive per trovare un'altra famiglia." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 4 settembre 2009)

"Presentato in concorso all'ultima Mostra di Venezia, 'The Road' ('La strada') dell'australiano John Hillcoat schiera Viggo Mortensen, Robert Duvall, Charlize Theron e Guy Pearce. Ma, fra loro, solo Mortensen è sempre sullo schermo; gli altri appaiono, si e no, per cinque minuti. (...) 'The Road' procede fra un cenno dl splatter e un continuo parlare di fame. Salvo Mortensen e il bambino, gli attori hanno però un aspetto pasciuto... Coperti di abiti lisi, muniti di carrelli da supermercati carichi di ogni loro avere, i personaggi portano in giro senza meta la loro disperazione. Fino a incontrare un possibile pasto; o fino a diventare un possibile pasto. All'origine del film di Hillcoat, c'è il romanzo omonimo di Cormac McCarthy, adattato da Joe Penhall. I devoti dello scrittore se lo faranno piacere; quelli che ne ignorano l'esistenza, non credano che 'The Road' sia un film di zombi. Qui i tempi sono lunghi, per dare l'idea della morte di stenti. In un'Italia dove i supermercati alimentari vendono nell'ultima settimana del mese molto meno che nelle precedenti, 'The Road' ha chiaroveggente tempestività. E pensare che, girato nel 2008, è stato tenuto dal produttore nel cassetto per un anno e dal distributore italiano per altri sei mesi. Entrambi speravano che la crisi sociale, originata da quella economica, finisse. Invece cominciava." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 28 maggio 2010)

"Dal romanzo premio Pulitzer di McCarthy 'La strada', arriva oggi nei nostri cinema 'The Road'. Meno potente, ma preciso nell'immaginazione terminale delle sue parole, la trasposizione dell'australiano John Hillcoat fa perno sul corpo di Mortensen, volto stremato che invoca per il figlio al seguito la forza del 'fuoco dentro' per la vita, mentre cercano di raggiungere la costa dove, forse, c'è del cibo. La suspense, bilanciata su questo 'forse', non priva di momenti di thrilling, restituisce senza tregua l'angoscia del libro, l'attacco dei cannibali, la ricerca del cibo, quel bunker della felicità pieno di scatolette di fianco alla villetta dei moribondi, carne da macello, la memoria ricorrente della moglie/madre (Charlize Theron), nella perenne sfiducia nell'altro, anzi nella fine di ogni dimensione possibile dell'Altro. (...) Ogni spettacolarità è bandita, se non la naturale meraviglia del nulla. Per mesi la distribuzione del film è stata in bilico. Potrebbe impressionare, questa palpabile caduta di ogni orizzonte dell'uomo... Vero come un pensiero onesto e ossessivo. Per questo fa paura." (Silvio Danese, 'Nazione-Giorno-Carlino', 28 maggio 2010)

"Pur non essendo una pessima opera, 'The Road' rimane parecchi passi indietro rispetto a quella letteraria, soffre di una piattezza narrativa e di una mancanza di coraggio - del libro manca la parte più sconvolgente e si soffre una contrazione temporale eccessiva - che lo rende un film apocalittico poco sopra la media. Ci getta fumo negli occhi la solita grande interpretazione di Viggo Mortensen, a cui la tragedia personale (l'amatissima moglie Charlize Theron non resiste alla fine del mondo) e quella collettiva hanno regalato solo una assoluta ed egoistica dedizione al figlio, unico suo motivo di sopravvivenza. Disincantato e morto dentro, sorretto solo da quella fiamma, sembra sapere che il piccolo possa essere il mattone su cui costruire altro. (...) Hillcoat sa buttarci dentro un mondo in coma, ma non riusciamo a viverlo o a sentirne la morte dentro, la disperata ricerca di umanità e neanche il suo rifiuto. Non è deprimente, ma semplicemente freddo. Il film è valido, ma mai indimenticabile. Forse perché alla metafora distopica di un America c(l)inicamente morta, Hillcoat preferisce quelle cristiane, ben più irritanti e forzate." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 28 maggio 2010)

"Non convince neppure 'The Road' di John Hillcoat, il film tratto dal romanzo 'La strada' di McCarthy e divenuto un 'caso diplomatico' a causa della sua mancata distribuzione. Troppo cupo e deprimente, si diceva, e troppo costoso per gli incassi che potrebbe fare. Ma la cupezza non è il motivo della delusione, anzi. (...) Ma la fedeltà al romanzo si tramuta nel più grande limite del film: se la scrittura di McCarthy è poesia, quella del regista è la sua versione in prosa e la vicenda diventa un diligente, ma meccanico susseguirsi di scene troppo fredde per colpire al cuore." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 28 maggio 2010)
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