The Road to Guantanamo

GRAN BRETAGNA - 2006
The Road to Guantanamo
Nel 2001, il pakistano Asif Iqbal si reca dalla natia Tipton, in Inghilterra, in un villaggio nel Punjab per sposare una ragazza che sua madre ha scelto per lui. In occasione delle nozze, chiama accanto a sè Ruhel, Shafiq e Monir, tre suoi amici che arrivano dalla cittadina inglese per fare da testimoni. I quattro ragazzi si incontrano a Karachi e si recano in una moschea dove l'Imam sta raggruppando forze fresche di volontari per portare aiuto ai civili in Afghanistan. I ragazzi decidono di affrontare l'avventura e partono per Kandahar ma al loro arrivo vengono accolti dal primo bombardamento delle forze Usa in guerra con i Talebani. A questo punto il quartetto cerca in tutti i modi di tornare in Pakistan, ma il viaggio si rivela pieno di insidie finché i ragazzi, ormai divisi, vengono arrestati dai soldati americani. Seguono settimane di prigionia, trasferimenti da un carcere all'altro, malattie, disagi e torture fino a che Shafiq, Asif e Ruhel vengono portati nel campo americano per i terroristi musulmani di Guantanamo, a Cuba. I giovani inglesi sono accusati di essere legati ad Osama bin Laden e Mohammed Atta perché, secondo i servizi segreti americani, sarebbero apparsi in un video accanto a loro. Due anni dopo essere stati trattenuti nella base americana, Shafiq, Asif e Ruhel sono stati rilasciati senza nessuna imputazione a loro carico, mentre di Monir non si è più avuta nessuna notizia.
  • Durata: 95'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, DOCUFICTION
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: MICHAEL WINTERBOTTOM, ANDREW EATON, MELISSA PARMENTER PER REVOLUTION FILMS, SCREEN WEST MIDLANDS
  • Distribuzione: FANDANGO
  • Data uscita 15 Settembre 2006

NOTE

- ORSO D'ARGENTO PER LA MIGLIOR REGIA AL 56MO FESTIVAL DI BERLINO (2006).

CRITICA

"'Road to Guatanamo' è una 'via crucis' epica, però rappresentata senza il minimo accenno di retorica. L'intonazione realistica, a metà tra ricostruzione e reportage (con materiali d'archivio e interviste ai personaggi reali), mobilita la memoria dello spettatore animando le immagini, viste tante volte sui giornali e in tv, dei detenuti con la tuta arancione e la testa nascosta in un sacco nero, che corrono nudi tra i latrati dei dobermann. Scene così eloquenti che la cinepresa non ha bisogno di enfatizzarle, poiché un uso retorico della regia non farebbe che smussarne l'efficacia. Consapevole di ciò, Winterbottom lascia che le situazioni si commentino da sé: anche quando insinua note di umorismo amaro, come l'insostenibile pretesa, da parte degli inquisitori, che i ragazzi siano riconoscibili in un video accanto a Osama Bin Laden e Mohammed Atta. Le immagini - in altre parole - si possono far mentire; ed è proprio per questo che occorre mantenerle il più possibile aderenti alla realtà." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 15 febbraio 2006)

"In tv Bush parla di lotta del Bene contro il Male. Intanto loro, sistemati in gabbie all'aperto, sopportano sole cocente, torture, umiliazioni, pressioni ('Siete di Al Qaeda, i tuoi amici hanno confessato'). Gli ufficiali che li interrogano mostrano loro video nei quali apparirebbero addirittura accanto a Osama, ignorano ostinatamente i loro alibi (sono inglesi, hanno lavori, famiglie, testimoni). Fino a quando finalmente l'incubo finisce. Nulla che già non sapessimo o potessimo immaginare, ma naturalmente vedere è un'altra cosa, l'impatto è innegabile. Restano i dubbi legati al genere: un buon documentario si interroga sempre su cosa mostra e come. Winterbottom non conosce dubbi, anzi nei titoli non mette nemmeno la voce sceneggiatura. Legittimo, forse, ma un po' curioso." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 febbraio 2006)

"Dedicando le prime inquadrature ai primi piani di Bush e Blair che concionano, 'The Road to Guantanamo' scrive, in pratica, la parola fine nello stesso tempo. È il maggior difetto del film di Michael Winterbottom, un artigiano che non riesce mai a decidersi tra la buona vena documentaristica e la ben più modesta identità da autore di fiction. (...) È scontato che l'approccio - così come la legittima condanna del famigerato Campo Delta in territorio cubano - abbia ottime chances di galvanizzare l'ambiente festivaliero; ma, senza arrivare a replicare a Winterbottom che la guerra al terrorismo non è un pranzo di gala (ribaltando l'entusiasmo rivoluzionario di alcuni politici e intellettuali nostrani), ci sembra che gli attori recitino male, le riprese con la macchina a mano facciano girare la testa e il film valga poco in sé. Gli altri due titoli in concorso, ancorché non memorabili, hanno materializzato atmosfere, per così dire, esotiche con maggiori freschezza e inventiva professionali." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 15 febbraio 2006)
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