The Rider - Il sogno di un cowboy

USA - 2017
3/5
The Rider - Il sogno di un cowboy
Brady Blackburn, domatore di cavalli ed ex giovane promessa nei circuiti dei rodei, dopo un drammatico incidente da cui si è salvato per miracolo si vede costretto ad abbandonare la sua attività e i sogni di gloria. Tornato a casa nella riserva di Pine Ridge, senza la possibilità di cavalcare o domare cavalli, Brady sente di non avere grandi alternative ed è oppresso da un forte senso di inadeguatezza. Così, nel tentativo di riprendere il controllo del proprio destino, Brady decide di intraprendere la ricerca di una nuova identità che lo porterà a comprendere cosa vuol dire essere un uomo nel cuore dell'America.
  • Durata: 104'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: BERT HAMELINCK, SACHA BEN HARROCHE, MOLLYE ASHER, CHLOÉ ZHAO PER CAVIAR FILMS, HIGHWAYMAN FILMS
  • Distribuzione: WANTED CINEMA (2019)
  • Data uscita 29 Agosto 2019

RECENSIONE

di Andrea Giovalè
L’idea di cowboy, ancor più se idea non americana di cowboy, si lega da sempre ai film western: corse a cavallo, revolver e indiani. Tutti elementi che ricorrono, nel film di Chloe Zao, ma decontestualizzati rispetto a quell’immaginario.

È voluto, la regista è determinata nell’ambientare The rider in un’America odierna e decadente. Il sogno si è infranto contro una realtà inclemente, per lo stesso Brady che, sì, si definisce cowboy, ma fatica a crederci.

Dopo una brutta caduta, ha subito un trauma cranico con conseguenze neurologiche. Ciò gli impedirebbe di addestrare cavalli ma soprattutto di partecipare a rodei, dei quali era un astro nascente. La sua vita è, in proporzione, allegoria di una cultura nazionale costretta suo malgrado a ridefinirsi, riconcepirsi. Brady deve farlo, per sopravvivere, o morirà vivendo un’ultima volta il suo sogno.

È una scelta senza vittorie, affrontata da qualcuno a lui vicino (con risultati ancora peggiori) ma ignorata dai più, amici cui voler bene nonostante la rabbia e l’invidia. L’occhio della regista è maestro nel cogliere i colori di un tramonto spento in South Dakota, un falò di ricordi e malinconie, una roulotte in affitto da chissà quanto e per chissà quanto ancora.

rider

Gli attori sono persone comuni, soluzione eastwoodiana che premia, quando il contenuto è forte di per sé. Tratto da una storia vera, non si distinguono più i confini di cinema e verità.

L’unico peccato di Zao, ed è un peccato mortale, è che avendo a che fare con del vero, infine, se ne lascia commuovere e lo tratta con indulgenza. Un sentimento umano, più che comprensibile, ma lusso concesso solo allo spettatore.

La drammaturgia, nella sua potenza, sarebbe stata folgorante se a Brady non fosse concessa via d’uscita, pur ambigua, se non solo prendesse le redini del suo destino, ma lo conducesse a destinazione. La stessa tolleranza che lo salva, attraverso la durezza paterna o l’amore, fragoroso, della sorella, toglie peso a un film che ha la stazza del capolavoro ma, al contrario del rider, non cavalca verso l’orizzonte.

NOTE

- SELEZIONATO ALLA 49. QUINZAINE DES RÉALISATEURS (CANNES 2017), HA RICEVUTO IL PRIX ART CINEMA.
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