The Reach - Caccia all'uomo

The Reach

USA - 2014
2,5/5
The Reach - Caccia all'uomo
Il 25enne Ben è un ragazzo idealista e innamorato della Natura che conosce il deserto del Nevada come nessun altro. Per professione, Ben accompagna i turisti attraverso quelle lande tanto solitarie quanto piene di pericoli. Un giorno il ragazzo viene assoldato da John Madec, un assassino senza scrupoli che colleziona trofei e pensa che con i soldi giusti si possa comprare tutto, trovandosi così suo malgrado unico testimone di un omicidio e vittima di un pericoloso gioco al massacro.
  • Durata: 91'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Tratto da: romanzo "Deathwatch"di Robb White
  • Produzione: MICHAEL DOUGLAS, ROBERT MITAS PER FURTHUR FILMS
  • Distribuzione: NOTORIOUS PICTURES (2015)
  • Data uscita 15 Luglio 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

“Alla fine, questo film è un classico western degli anni ’70, con la morale che qualsiasi cosa farai, buona o cattiva, finirai con il pagarla. Mi sono ispirato al film di Spielberg Duel e a Mad Max”.

Parola del regista Jean-Baptiste Leonetti, che confeziona un erede, meglio, un “derivato” non disprezzabile, soprattutto perché esce in una stagione, quella estiva, che da noi in sala  è sinonimo di occhio malocchio: The Reach – Caccia all’uomo, con il riccone Michael Douglas che a bordo del  fantasmagorico G63 AMG 6×6, il carrarmato Mercedes con cui l’ex calciatore del Milan Muntari sfrecciava per Milano, bracca una guida 25enne nel deserto del Nevada.

Tratto dal romanzo di Robb White Deathwatch, The Reach ha negli interpreti – Douglas nei panni di un ultracapitalista che sta per vendere ai cinesi, Jeremy Irvine in quelli della “preda” – uno dei punti forti, insieme a una regia senza troppi fronzoli ma di utile servizio nel rendere al meglio la fragorosa bellezza del paesaggio: il deserto del Nevada, la Shiprock Mountain dei Navajo, sono davvero uno spettacolo, location ideali e credibilissimi per la lotta per la sopravvivenza.

Perfettibile – eufemismo – è, viceversa, la sceneggiatura di Stephen Susco (The Grudge), che non ha con realtà e verosimiglianza una relazione felice: non tanto nel gioco tra gatto e topo di Douglas e Irvine, quanto nelle dinamiche poliziesche e, ancor più, nella trattativa economica via telefono satellitare dell’uomo di affari. Eppure, non ce ne curiamo troppo, e c’è una ragione: il mega-fuoristrada Mercedes ruba la scena a tutti, anzi, si prende il film. O dobbiamo chiamarlo spottone?

NOTE

- STEPHEN SUSCO FIGURA ANCHE COME PRODUTTORE ESECUTIVO.

CRITICA

"Il successo qui (...) è affidato al duello a distanza fra Ben che ce la mette tutta per non farsi uccidere e il suo inseguitore che lo minaccia con furore, probabilmente pensando al milione di dollari che l'altro gli farebbe perdere se sopravvivesse alla sua caccia. Da una parte così il truce assassino che, pur cacciatore validissimo, tutte le volte in cui spara non fa centro, da un'altra Ben che ferocemente braccato, conoscendo bene la zona, si nasconde in anfratti tra rocce e sabbie in cui l'altro, pur determinatissimo, non riesce mai a scovarlo. E così durante tutta l'azione. Con il rischio, invece di suscitare le tensioni cui si mirava, in qualche punto annoiando, in altri infastidendo, in altri finendo involontariamente nel comico, con quel personaggio espertissimo quando imbraccia un'arma e poi, subito dopo, fa cilecca. C'è però un dato positivo. L'assassino furente lo impersona Michael Douglas una delle rare volte in veste di cattivo. Molto curato d'aspetto, dignitoso e poco feroce, nonostante il sadismo delle sue intenzioni e persino con degli occhiali sorretti da quasi invisibili stanghette di metallo. È vero che qui non solo è protagonista ma è anche produttore. Quindi di quella per lui quasi insolita «cattiveria» è da ogni punto di vista responsabile. Difatti la recita con misura, per non scalfire troppo, il ricordo dei suoi personaggi più nella norma, ad eccezione dell'affarista Gordon Gekko in «Wall Street» di Oliver Stone." (Gian Luigi Rondi, 'Il tempo', 15 luglio 2015)

"Un thriller quasi horror. (...) Tutto si riduce a esercizio di puro e semplice sadismo. Che ci starebbe pure, ma senza pretendere confronti tra Bene e Male." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 16 luglio 2015)

"In uno schema di duello all'ultimo sangue o di sfida infernale, 'The Reach', basato sul romanzo 'Deathwatch' (1972) di Robb White, mette in scena un classico confronto fra Bene e Male (...). La caccia all'uomo nella cornice lunare e affascinante di una terra bruciata da un sole letale è un tema di per sé molto cinematografico: e finché il film si basa sul gioco a rimpiattino di Ben che, ignudo e assetato, cerca di sopravvivere infrattandosi e depistando il suo accanito persecutore, tutto funziona. Ma, invece di infilare una strada di metafisica astrazione (che sarebbe stata la scelta giusta), a un certo punto la storia vira sui banali toni dell'horror, scadendo di livello e relegando a un ruolo stereotipo un interprete che sappiamo ben capace di giocare di sfumature qual è Michael Douglas. Il quale, dopo aver tentato di conferire a Medac uno spessore di protervo Gordon Gekko della California, è costretto a attestarsi su un grottesco quanto insensato ghigno di satanico assassino." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 16 luglio 2015)

"Chi si ricorda la marca dell'autocisterna di Duel? Confessa il regista Jean-Baptiste Léonetti, il suo 'The Reach' si è ispirato a quella mitica opera seconda (1971) di Steven Spielberg, tuttavia, qualcosa è cambiato, a tal punto da far sorgere il dubbio: film o spottone per Mercedes? (...) Tratto dal romanzo di Robb White 'Deathwatch', è splendido nelle location (la Shiprock Mountain), discreto negli interpreti, deludente nella sceneggiatura - inverosimile sul versante finanziario e poliziesco - e mitomane nei riferimenti (inseguimento e deserto bastano per emulare 'Duel' e 'Mad Max'?). Poco importa, il vero, unico protagonista è il G63 (...) 'The Reach' è una pubblicità su quattro, pardon, sei ruote. Travestita da thriller ambulante, s'intende." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 16 luglio 2015)

"(...) tratto dal romanzo 'Deathwatch' dello scrittore Robb White, trasformato in una sorta di western moderno, che pesca (pur rendendoci conto del sacrilego paragone) a piene mani da due cult come 'Duel' e 'Mad Max', con discreta partenza iniziale che fa salire l'interesse e qualche imperdonabile passaggio a vuoto nella deludente parte finale. Paesaggi alla John Ford e una Mercedes fuoristrada al posto del cavallo fanno da sfondo a questo thriller, ambientato nel deserto del Mojave. (...) Douglas, si arrangia col mestiere, in questa che sembra una caricatura del suo Gordon Gekko, penalizzato, in parte, da sviluppi poco credibili nella parte conclusiva della trama e da una chiusa ancora più senza senso." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 16 luglio 2015)

"Parte il film e parte il sospetto: questa storia devo averla già vista. II sospetto diventa presto certezza. II precedente è stato il tv movie 'Savages' uscito negli anni 70. Un thriller modesto che però funzionava. (...) E della trama tratta da un romanzo di Robb White (che ben inseriva tra le pieghe del thriller il tema della lotta di classe). (...) Piacerà ai fan di Michael Douglas che s'è calato nel personaggio con evidente godimento (...). A chi desiderava da tempo una full immersion nei grandi spazi americani (il deserto di Mojave è l'ultimo posto che uno vorrebbe andare abitare, ma è anche il primo se uno cerca lo scenario ideale per una storia di ferocia e di sopravvivenza). A chi ama i thrillers che oltre alla suspense offrono plausibili motivazioni nei personaggi (...). Certo, la storia ha i suoi anni e li dimostra (il personaggio di Ben ha le nevrosi di un giovane americano post sessantottino). E la regia del francese Jean Baptiste Léonetti (...) è professionalmente sicura ma non estrae dalle situazione tutta la suspense possibile. Un praticone americano dei film d'azione avrebbe probabilmente fatto meglio. Ma a Hollywood, negli anni recenti, c'è la moda di importare i francesi. Dimenticando che la loro origine è metropolitana. Un conto è dirigere un 'noir' un altro a giostrare un 'duel' nelle pianure care a John Ford". (Giorgio Carbone, 'Libero', 16 luglio 2015)

"Parte bene, o meglio, discretamente, il thriller quasi western, ambientato nel deserto del Mojave. (...) Fino a tre quarti il film funziona, ma il finale è da cartellino rosso." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 23 luglio 2015)
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