The Neon Demon

DANIMARCA, FRANCIA, USA - 2016
1,5/5
The Neon Demon
Jesse arriva a Los Angeles con il sogno di diventare una modella. La sua ascesa, la sua bellezza e la sua purezza suscitano ben presto gelosia e invidia intorno a lei. E se alcune ragazze si inchinano di fronte alla sua bellezza, altre sono invece disposte a tutto pur di rubargliela.
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: HORROR
  • Specifiche tecniche: (1:2.39)
  • Produzione: LENE BØRGLUM, SIDONIE DUMAS, VINCENT MARAVAL, NICOLAS WINDING REFN PER SPACE ROCKET NATION, IN ASSOCIAZIONE CON VENDIAN ENTERTAINMENT, BOLD FILMS
  • Distribuzione: KOCH MEDIA
  • Vietato 14
  • Data uscita 8 Giugno 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
The Neon Demon - NWR. Si apre così, con un fondale di colori saturi e la martellante prima traccia dello score (notevolissimo) di Cliff Martinez l'attesa, nuova fatica di Nicolas Winding Refn, appunto NWR. Un logotipo, un'etichetta, una "marca", da schiaffare sotto il titolo de film.

Dove finisce il gusto per la satira feroce e dove inizia la pericolosa deriva di una megalomania incontrollabile? È questa, più di ogni altra, la domanda che bisogna porsi di fronte ad un'opera simile. Perché nulla di quello che The Neon Demon vuole davvero "raccontare" non è già stato raccontato, e meglio, da altri cineasti. Si pensi, ad esempio, al Mulholland Drive di David Lynch, che proprio a Cannes (dove il film di Refn è stato perlopiù deriso), 15 anni fa, vinse il premio alla miglior regia.

Qui, poco importa, "l'allegoria" non è sulla vacuità e l'ipocrisia del mondo del cinema, ma sulla vacuità e sul cannibalismo del mondo della moda. Ma se il genio di Lynch riusciva a riempire in maniera dirompente quel vuoto, la maniera estetizzante di Refn non fa altro che rifletterne, amplificarne la portata. Un'eco infinita di horror vacui, un'escalation di frammenti con cui ricordarci quanto grande è il suo gusto di mostrarsi piuttosto che l'effettiva urgenza, necessità di mostrare. Un atto autoerotico e necrofilo - proprio come quello in cui si produce la truccatrice interpretata da Jena Malone - finalizzato alla solitudine.

Dov'è finita la lurida potenza di Pusher, dove si è perduta la follia "iconoclasta" di Bronson, dove si nasconde la gloriosa violenza di Valhalla Rising? Dov'è finito Nicolas Winding Refn? È come se dopo l'esagerato successo ottenuto con Drive, il regista danese (già con il successivo Only God Forgives) abbia perso il senso di un fare cinema che sta piano piano diventando solamente forma, in nome di quell'assioma "la bellezza è tutto" pronunciato dal fashion designer interpretato da Alessandro Nivola. Ma della sostanza, della storia di Jesse (Elle Fanning), sedicenne arrivata a Los Angeles con il sogno di diventare una top model, interessa davvero a qualcuno? Di certo non a chi le sta intorno (tranne forse ad un fotografo sfigato che naturalmente andrà in bianco), men che meno al regista, meno che mai allo spettatore.

[caption id="attachment_84217" align="alignnone" width="300"]L'attrice Elle Fanning con Nicolas Winding Refn L'attrice Elle Fanning con Nicolas Winding Refn[/caption]

Certo, è voluto, è tutto un "gioco attraverso il quale portare all'esasperazione un concetto che iperestetizzando la forma mira a destabilizzare l'oggetto della questione"... Ecchissenefrega? Come se già non bastassero i giochini con cui per anni Lars von Trier ha tentato di prendersi gioco di chi andava a vederlo. Almeno in quel caso c'era partito dall'inizio, ad anteporre la provocazione al cinema. Tu no, tu caro NWR ci avevi illusi che un altro cinema era possibile, che il ghigno di Bronson potesse sgretolare qualsiasi cosa. E invece eccoci qui, morti sanguinanti con un braccio penzoloni sul divano, ad assistere inermi a questo delirio di falsa onnipotenza. Divorati dalla noia in questo diorama senza uscita pieno di luci e musiche ipnotizzanti. Che si ripete, stanco, fino a quando, sazio, non rivomita il nostro stesso occhio.

Addio NWR, è stato bello finché è durato.

NOTE

- REALIZZATO CON IL SUPPORTO DI: THE DANISH FILM INSTITUE/KIM LEONA, PROGRAMMA MEDIA DELL'UNIONE EUROPEA; IN COLLABORAZIONE CON DANISH BROADCASTING CORPORATION.

- IN CONCORSO AL 69. FESTIVAL DI CANNES (2016).

CRITICA

"Che cosa sia la bellezza è una domanda che l'uomo si pone dai tempi delle caverne. Nicolas Winding Refn con 'The Neon Demon' prova a dare una risposta inseguendo la purezza astratta delle immagini, dopo averle spogliate da qualsiasi «accidente» (come avrebbero detto i filosofi medioevali). (...) Non si parla mai di soldi, fatica, ambizioni, carriera: solo tante immagini inerti, fredde e stilizzate, che dovrebbero svelare allo spettatore la purezza della bellezza e la sua pericolosità sociale. Salvo poi cercare di sorprendere lo spettatore con scene al limite dell'incoerenza (...). Dimenticando secoli di riflessioni e altrettanti di immagini, il regista danese cerca di spacciare per pensiero la propria povertà intellettuale, mentre citazioni arruffate e involgarite (da Bava a Lynch, da Tourneur ad Argento a De Palma) cercano di mascherare i propri balbettii. Impiegando due ore per raccontare quello che si poteva dire in tre minuti: in un mondo aleatorio come quello delle immagini di moda, la volatilità dell'idea di bellezza è all'ordine del giorno." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 21 maggio 2016)

"Uno spot da 117 minuti dedicato non a un profumo o a una crema ma a tutta una filiera industriale, e in particolare al suo terminale umano (o postumano: si parla molto di chirurgia estetica), le modelle. Un contenitore di corpi, luci, colori, ritmi, riflessi, che racconta come il mondo della bellezza finisca per cannibalizzare, letteralmente, le sue star, lasciando che si divorino tra loro... Il tutto rubacchiando qua e là dal Lynch di 'Mulholland Drive' e dal Lars Von Trier di 'Melancholia'. Ma senza l'ombra della loro profondità, perché all'ipermodaiolo regista danese non interessano le persone, solo le superfici e il loro luccichio." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 maggio 2016)

"Un film visivamente ricercato, che per la prima parte è quasi privo di sviluppo narrativo. (...) questo di Refn è per un'ora e mezza un gotico senza scene horror, punteggiato da incubi e lunghe riprese di sedute di moda. Avvicinandosi al finale, dopo lunga attesa, arriva la parte più esplicita. In duplice senso: da un lato per la quantità di sangue e scene violente. Dall'altro, purtroppo, per il sugo della storia. Che viene chiarita quasi didascalicamente come una riflessione sull'artificio e la superficie, sul legame tra bellezza e morte. Insomma, l'estetismo dovrebbe essere non solo lo stile del film, ma anche il suo tema. Il referente diventa il Lynch più onirico con le sue scatole cinesi, e il progetto svela tutta la propria ambizione e confusione." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 21 maggio 2016)

"(...) un thriller spiritualista ambientato nel mondo del fashion losangelino. (...) Tutta la prima ora del film scorre via fra movimenti di macchina lentissimi e inquadrature tenute oltre il limite della tolleranza senza alcuna motivazione narrativa che non sia il piacere (autoreferenziale) del cineasta nel contemplare il suo lavoro. Siamo, naturalmente, nel campo di 'Showgirls' di Paul Verhoeven e, arretrando nel tempo, di 'Eva contro Eva' di Joe Mankiewicz. II problema di fondo di NWR è che pur ambendo al ruolo di manierista supremo non riesce mai a liberarsi dei fantasmi autoriali che inficiano ogni suo gesto privandolo di piacere e necessità. Orecchiando dal cinema che ama, e del quale vorrebbe essere riconosciuto come legittimo erede, basti pensare ai suoi corteggiamenti mediatici nei confronti di Jodorowsky, Friedkin, Bava Sr., Hooper, e tentando di indossarne i gesti, finisce sempre, fatalmente, per proporre un modello di cinema privo di un pensiero o di movimento proprio. Nonostante 'The Neon Demon' ambisca a un eleganza esangue e stilizzata, ambendo forse ad essere la versione ultima del sexual chic schraderiano, il resto risulta bloccato nel suo reticolo di influenze. (...) Il tutto è talmente inerte e paradossalmente scritto da risultare «autoritario» proprio come il mondo del quale vorrebbe essere una satira. (...) Incapace di articolare sia il camp che il kitsch, NWR si offre con 'The Neon Demon' come parodia di se stesso. Cineasta strozzato dal suo stesso hype la cui poetica si limita a un sistema di segni inerti che aspira solo a essere riproducibile all'infinito, in perversa coerenza pubblicitaria, NWR sembra ormai incapace di sfuggire a se stesso." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 21 maggio 2016)

"Il tonfo del regista danese fa molto rumore perché è apprezzatissimo dai cinefili, e effettivamente «Driver» (2011) era bellissimo. In questo «The Neon Demon» finisce per perdersi in un mondo che conosce bene, avendo girato diversi commercial per marchi di lusso. Immagini splendide, luce raffinatissima. (...) Nelle intenzioni dell'autore il film dovrebbe vivere del contrasto tra glamour e violenza (bellezza e orrore) ma questa tensione resta tutta in superficie. È la narrazione che stenta. Non tanto perché la trama è ridotta all'osso, ma perché banalotta. In più, Refn si innamora delle ellissi e finisce col perdere la misura, per cui a furia di procedere per sottrazioni elimina anche il necessario. Restano i virtuosismi: quasi nessuno oggi riesce come lui ad accostare interni ed esterni passando dagli uni agli altri cambiando completamente luce, e quindi tono, e quindi significato, eppure garantendo la stessa potenza dell'immagine." (Marco Dell'Oro, 'L'Eco di Bergamo', 21 maggio 2016)

"O lo si ama o lo si odia. E così da sempre per il regista danese Nicolas Winding Refn.(...) Ancora di più ora con 'The Neon Demon' (...) un oggetto strano, eppure molto seduttivo (...). La forza di 'The Neon Demon' è infatti che è un film indefinibile. Può sembrare a tratti un lungo videoclip, con l'eccezionale colonna sonora di Cliff Martinez (ex batterista dei Red Hot Chili Peppers), ma anche un atipico 'teen movie' che si chiude con un'inquietante e geometrica rappresentazione del male." (Pedro Armocida, 'Il Giornale', 7 giugno 2016)

"Sotto la pellicola niente. (...) La trama, ovviamente, non interessa né serve: qui si parla del mondo cannibalico, necrofilo e vomitevole (alla lettera) delle top model d'area californication, ma gli avvenimenti sono pochi, rarefatti, implausibili, disgustosi eppure «pour cause», accanitamente deprivati di una lettura sociologica, moralistica e vien che mai psicologistica. O meglio: Refn si limita a fare emettere dalle, peraltro splendide, immagini una subdola tossina che distrugge il senso del film a mano a mano che i personaggi evolvono vuoi in caricature vuoi in fantasmi. Non a caso la neofita sedicenne Jesse (strepitosa la presenza della Fanning, davvero un «diamante tra i vetri» come viene definita) deambula nell'empireo stupratore degli stilisti facendo sì chele inquadrature e le sequenze, a dispetto dei convulsi espedienti tecnici (effetti stroboscopici, fosforescenze artificiali, musiche contundenti) si rapprendano in una specie di autocontemplazione feticista permanente. A chi gode nel detestare l'«eccesso» - inteso come horror diffuso soprattutto laddove vige il culto della perfezione e la bellezza -o anche l'indecente culto dell'estetismo postmodemo, Refn sembra solo e sempre voler dire: sono qui per questo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 9 giugno 2016)

"(...) il film non sferra l'emozionale pugno allo stomaco che vorrebbe, e tuttavia come si fa a non restare ammaliati dalla sua visionarietà? Visionarietà che non poggia solo (come qualcuno ha insinuato) sull'indubbio talento dei collaboratori. Ogni immagine porta evidente la firma poetica del discusso cineasta danese (...). Ancora una volta Refn mostra di avere tutto sotto controllo, anche il suo cuore: quando ne scioglierà i lacci farà il suo capolavoro." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 9 giugno 2016)

"In un ambizioso, egomaniaco e insieme puerile tentativo di film-mondo, Refn (...) cerca unicamente di stupire, puntando non sulla storia, nemmeno sul racconto, bensì su alcune sporadiche, estatiche, iconiche immagini: la sensazione, tutt'altro che sorprendente, è di sfogliare distrattamente un mensile, dove a colpire l'attenzione sono solo alcune pagine pubblicitarie di moda. Ulteriore problema, quel che vediamo non è nemmeno originale, bensì prende da Kubrick ('Arancia meccanica'), Lynch ('Mulholland Drive'), Cronenberg ('Crash'), Abel Ferrara ('The Addiction' e 'The Blackout'), Harmony Korine ('Springbreakers') e assembla un pastiche autistico, indifferente ai personaggi, gli attori (Elle Fanning è molto brava), le musiche (belle, ancora di Cliff Martinez),tutto. Sotto il Neon niente." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 9 giugno 2016)

"Piacerà agli ammiratori di Nicolas Winding Refn, naturalmente. Che però sono diminuiti all'ultimo festival di Cannes dove 'The Neon Demon' è stato sonoramente fischiato. Noi rimaniamo tra gli ammiratori, anche se ormai ci perseguita l'atroce sospetto che il Nicolas si creda ormai David Lynch, il Lynch peggiore, quello che fa i film che gli piace fare e che il pubblico possa andare a farsi fottere. Perché 'The Neon Demon' è compiaciutissimo, leccatissimo, masturbato quasi in ogni sequenza. (...) nonostante tutto ci ha affascinato il tema del film e come Nicolas lo ha messo in pellicola. Il tema è ovviamente quello della bellezza, l'unico valore sicuro impostosi nel ventunesimo secolo, l'unico valore sicuramente destinato a svanire a breve termine (cioè il valore rimane, sono le rappresentanti del valore a scomparire a tempo di record). Ma la marcia della bellezza non percorre sentieri dorati, gli studi fotografici assomigliano a patiboli, le top model non più top a Marie Antoinette avviate alla ghigliottina. Nelle due ore, Nicolas cade frequentemente nel kitsch più sopportabile, però quanti bei momenti, quante belle occasioni per lustrarsi gli occhi." (Giorgio Carbone, 'Libero', 9 giugno 2016)

"A Cannes l'hanno fischiato. Male, malissimo. Perché il regista danese Nicolas Winding Refn, un rebus già nel nome, ha fatto un capolavoro. Di umorismo, purtroppo per lui involontario." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 9 giugno 2016)

"Atmosfera lugubre, battute sentenziose tra il sublime e la stupidaggine, e il morboso amore narcisista di NWR per le 'sue' immagini. (...) Il regista di 'Drive' e 'Solo Dio perdona' inclina ancora di più verso l'immagine ritualista parafrasando David Lynch. Ma tra lui e Lynch c'è la differenza che passa tra una pacchiana limousine e una vera Bentley." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 11 giugno 2016)
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