THE MAJESTIC

USA - 2001
Nel 1951 Peter Appleton è uno degli sceneggiatori più promettenti degli HHS Studios di Hollywood. Nelle sale, infatti, è appena uscito con successo un suo film, 'I predoni del Sahara'. Nella vita privata, la relazione con la giovane attrice Sandra Sinclair lo appaga. Ma quando tutto sembra volgere per il meglio, un'accusa inaspettata gli fa perdere il lavoro, l'amore e la fiducia di Hollywood. In queste condizioni, una notte di tempesta, Peter perde il controllo della propria automobile. Quando riprende i sensi si ritrova in un posto sconosciuto e non ricorda nulla né di quanto gli è accaduto né del proprio passato. Le cose si complicano quando scopre di essere a Lawson, una piccola città della California, e di essere scambiato da tutti per Luke Trimble, un eroe della seconda guerra mondiale scomparso otto anni prima.

CAST

CRITICA

"Parabola morale sull'America maccartista del dopoguerra, in cui anche un superficiale sceneggiatore di Hollywood può far ricordare a una spietata commissione inquisitrice cosa vuol dire essere dei bravi patrioti, 'The Majestic' è due ore e mezza di solido cinema classico. Ci sono incidenti, scambi di identità, rapporti padre-figlio, il cinema come dannazione e come ventre materno, storie d'amore e amicizia come solo Darabont, a Hollywood, sa raccontare. Stupisce, e dispiace, che il sentimentalismo di Darabont non sia stato ricambiato dalla sua gente. Ventotto milioni di dollari di incasso per 76 di budget (hanno ripagato solo il cachet di Carrey) e nemmeno una nomination agli Oscar da parte dei membri dell'Academy. Era tanto meglio 'A Beautiful Mind'?". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 maggio 2002)

"I difetti di cui soffre 'The Majestic', sono stati già pubblicizzati: il film non è abbastanza sentimentale per essere 'L'ultimo spettacolo', né così cinico da sembrare il citato 'Evviva il nostro eroe', né così rooseveltiano da fare il verso al Mr Smith di Capra, anche se Carrey fa rivivere James Stewart. Insomma non morde né commuove abbastanza, né è tanto spiritoso. Eppure Frank Darabont ci mette una tale passione nel raccontare la storia (...) che viene voglia, giuro, di volergli bene e difenderlo. Perché ci propone, in tempi bui, l'immagine della vecchia America del cinema di allora; pronuncia saggi e utili discorsi di pace, perché il maccartismo non è un germe estinto. E poi perché la chiave per risolvere la crisi, difesa la costituzione americana, sarà proprio il cinema, riaprendo quel Majestic felliniano tempio dei sogni, dove Fred e Ginger erano dei: il cinema fa dimenticare, ma anche ricordare. Un film così controcorrente che sembra di fantascienza". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 11 maggio 2002)

"Frank Darabont non è un regista irresistibile. Adora un cinema 'old style' è, affetto dalla sindrome dell'ex sceneggiatore che finalmente non deve subire manipolazioni dei copioni, si adagia sempre su tempi debordanti.140 minuti 'Le ali della libertà', 188' 'Il miglio verde' e 151' quest'ultima pellicola sugli anni più brutti della storia hollywoodiana: (...) Omaggio, troppo sentimentale e nostalgico, a Frank Capra (che si vendica) e ai suoi personaggi dall'ottimismo inflessibile". (Enrico Magrelli, 'Film Tv', 14 maggio 2002)

"Il film di Darabont - a partire dalla scelta di vecchi attori come James Whitmore e Martin Landau - è un omaggio dichiarato a un'altra epoca. Perfino i colori sono rétro e la musica d' atmosfera si spalma su ogni inquadratura, come accadeva al tempo che fu. Comunque il film, più sentimentale che melenso, si vede con un piacere tinto di nostalgia." (Roberto Nepoti, la Repubblica, 19 maggio 2002)

"L'idea forte del film era mettere una accanto all'altra due Americhe: l'America idealista alla Frank Capra, simboleggiata dalla comunità di Lawson, che ha sacrificato i suoi uomini per difendere democrazia e libertà; e l'America repressiva di McCarthy che tali valori li oltraggia con cieca intolleranza. Purtroppo Darabont e il cosceneggiatore Michael Sloane non vanno dritti per la loro strada ma dando sfogo alla cinefilia pasticciano la vicenda infilandoci di tutto, da 'Il ritorno di Martin Guerre' a 'L'ultimo spettacolo', in una sovrabbondanza di temi e di retorica dei buoni sentimenti. Peccato". (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 15 maggio 2002)
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