The Lady - L'amore per la libertà

The Lady

FRANCIA, GRAN BRETAGNA - 2011
La straordinaria avventura umana e politica di Aung San Suu Kyi, pacifista birmana attiva da decenni contro la dittatura nel suo paese e per la difesa dei diritti umani, costretta agli arresti domiciliari quasi ininterrottamente dal 1989 al 2007 e separata a forza dal marito Michael Aris e dai figli residenti in Inghilterra. Nel 1991 Aung San Suu Kyi ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace.

CAST

NOTE

- FILM D'APERTURA, FUORI CONCORSO, ALLA VI EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2011).

CRITICA

"Gli incidenti non hanno turbato il successo del primo film, 'The Lady' di Luc Besson, sulla minuta signora birmana che da oltre 30 anni tiene testa al regime militare del suo Paese. Figura leggendaria, donna capace di scelte impossibili. Come si può lasciare i propri figli per vent'anni? Come lasciare il marito che ami e ti ama? A non andar da lui nemmeno quando sta morendo e sai che l'ultimo suo sogno sarebbe poterti abbracciare ancora una volta? Difficile capirla. Solo chi è votato a un ideale superiore può anteporre il suo Paese agli affetti più cari. Una monaca, una mistica, una rivoluzionaria. Aung San Suu Kyi è tutto questo. E altro ancora. Oggi, a 66 anni, un simbolo di resistenza, di lotta non violenta per i diritti umani, per la democrazia e la libertà. Di lei Besson sapeva ben poco. (...) Ad applaudire, registi e attori. (...) Con la stessa meticolosità si è lavorato a ricostruire gli ambienti, la casa di Rangoon identica all'originale, persino il cagnolino di Suu, persino la marca del pianoforte dove lei, la sera del Nobel, ascoltando da una radiolina gracchiante la diretta da Oslo, suona lo stesso motivo che eseguono in suo onore laggiù: il celebre Canone di Pachelbel. E tra le musiche c'è anche 'Walk on', composta da Bono per la Lady birmana." (Giuseppina Manin, 'Il Corriere della Sera', 28 ottobre 2011)

"A fare il 'monumento' ai miti della Storia, il minimo che può accadere è di restare prigionieri nella propria stessa rete. E Aung San Suu Kyi è un mito vivente, 'prigioniera' per oltre vent'anni del regime birmano ma decisa a non cedere di un centimetro nella lotta per la democrazia a Rangoon. Memore del fallimento artistico della sua 'Giovanna d'Arco' (era il 1999), Besson per questo film ha evitato ogni inutile 'belluria' stilistica, affidandosi all'intensità di Michelle Yeoh, che dà forza a una Suu Kyi di poche parole e ferrea determinazione. Al resto ci pensa la sceneggiatura di Rebecca Frayn, che punta molto sulla 'lato nascosto' del Nobel per la pace. Quelle private sono le parti più coinvolgenti perché gli arresti domiciliari di Suu Kyi sono sì drammatici ma deboli dal punto di vista spettacolare. E i film apologetici a volte finiscono per essere generosi ma poco avvincenti." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 28 ottobre 2011)

"La scelta di aprire la sesta edizione del Festival internazionale del film di Roma con una pellicola impegnata, 'The Lady' di Luc Besson, che racconta la storia della leader dell'opposizione birmana e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, è sicuramente da apprezzare: anche questo è un modo per tenere alta l'attenzione sul delicato e attualissimo tema dei diritti umani. E se la pellicola - che nella serata di giovedì 27 ottobre ha dato il via ufficiale alla kermesse dopo essere stata presentata in prima mondiale al festival di Toronto - non colpisce dal punto di vista prettamente cinematografico, l'auspicio è che comunque abbia successo in sala a prescindere dalle sue qualità. E le premesse non mancano, visti gli applausi calorosi che l'hanno accolta, più tiepidi quelli mattutini della critica, calorosi quelli del pubblico, toccato dalla vicenda di questa donna all'apparenza fragile ma in realtà coraggiosa e determinata nella sua lotta pacifica contro il regime militare al potere dal 1988 in Myanmar, l'allora Birmania. Messe da parte le iperboli che avevano contraddistinto, con poco successo per la verità, la sua 'Giovanna d'Arco', Besson sceglie stavolta di raccontare la storia di questa moderna eroina in modo più convenzionale, scegliendo il punto di vista familiare: il rapporto di Aung San Suu Kyi (interpretata da Michelle Yeoh) con il marito inglese Michael Aris (David Thewlis), inglese, docente a Oxford, con i due figli. Un taglio interessante, ma esplicitato in modo fin troppo oleografico per un regista tanto visionario e amante dell'azione. (...) Il film (...) mostra taluni cedimenti stilistici. Come il ricorso a immagini rallentate in alcuni momenti, già evidentemente salienti, che non avrebbero avuto alcun bisogno di superflue sottolineature. Nell'intento di celebrare l'audacia della protagonista, Besson non evita alcune trappole del racconto agiografico. La brava Michelle Yeoh prova a dare spessore umano a un personaggio pensato monoliticamente come un'icona. E lo stesso fa il compassato Thewlis nei panni del marito devoto ed eroicamente acquiescente (...). Il risultato è un film comunque godibile, puntuale nel raccontare i fatti, ma rinunciatario dal punto di vista dell'esplorazione psicologica dei personaggi. L'eccezionalità già riconosciuta di Aung San Suu Kyi - i cui arresti domiciliari, ventidue anni complessivi, sono stati revocati l'ultima volta solo nel novembre del 2010 - avrebbe richiesto uno sforzo creativo che andasse al di là del semplice racconto biografico. Resta tuttavia il significativo contributo che il cinema offre con questo lavoro alla conoscenza di un personaggio importante del nostro tempo e della sua alta testimonianza civile. Testimonianza che lo stesso premio Nobel non ha voluto far mancare al festival. «Non si possono accantonare come obsoleti - ha infatti scritto Aung San Suu Kyi in in messaggio letto alla premiére - concetti quali verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere». (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 29 ottobre 2011)

"Il popolo di Minimei lo ha reso buono, per questo non si può imputare davvero a Luc Besson l'intenzione di raccontare la storia di Aung San Suu Kyi, icona dei diritti umani, come un western globale con i cattivi degni di un B movie italiano dei bei tempi e i buoni aureolati come eroi della Hollywood anni Trenta. I buoni sono uniti in una lobby mondiale, che si incrocia per i corridoi dell'Onu, vince Nobel e combatte contro i regimi. I generali birmani sono brutti, superstiziosi e ignoranti come capre (che non è falso). La rappresentazione in 'The Lady' è così netta da parere un film di genere. La biografia della leader birmana, che da casalinga si ritrova a rappresentare la democrazia, è girata come uno scontro tra bene e male, con tanto di metaforici saloon, duelli e casa dello sceriffo. Besson non lo ha fatto 'apposta': è il suo linguaggio istintivo a fare di 'The Lady' un film tanto netto e quasi sublime per stilizzazione. Se volete invece dargli meno 'auto-rialità', basta dire che è una fiction semplice semplice, che ci fa sentir più buoni e saper qualcosa in più sulla vita della Suu Kyi." (Elsa Battistini, 'Il Fatto Quotidiano', 22 marzo 2012)

"Il nuovo film di Besson, nobile ed elegantemente retrò, è la storia di Aung San Suu Kyi, leader birmana Nobel per la pace nel '91, liberata nel 2010, e delle offese subite nella patria che vuol liberare dalla tirannia mentre il marito in Inghilterra muore di cancro. Ma l'eroina si nasconde dietro un eccesso di privacy che permette a David Thewlis un contributo straordinario, maggiore di quello di Michelle Yeoh, con tanto di alone di glamour che non combina con la politica, di cui si parla ben poco." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 23 marzo 2012)

"Cosa si va a vedere stasera? Se prediligete le «vere storie» dei personaggi che si sono opposti o ancora si oppongono ai governi liberticidi e siete lodevolmente attenti alle campagne di Amnesty International e Human Rights Watch, 'The Lady' di Besson è il titolo che fa per voi. Il regista e produttore francese, per la verità, è noto per una filmografia di tutt'altro segno (da 'Nikita' a 'Léon') e la sua ultima vocazione sembrava quella del fantastico-fumettistico a caratura infantile (dalla saga dei Minimei ad 'Adele e l'enigma del faraone'). Colpito al cuore dallo straordinario itinerario di Aung San Suu Kyi travasato nella sceneggiatura di Rebecca Frayn, ha però gettato alle ortiche il marchio di cineasta francese più hollywoodiano - nel senso di evasivo e spettacolare - e confezionato un biopic zeppo di tutti gli ingredienti che ne compongono la basica formula. Assistiamo, così, alla virtuosistica trasformazione dell'attrice malesiana MichelleYeoh ('La tigre e il dragone', 'Memorie di una geisha') nella paladina del movimento democratico birmano, fondatrice della Lega per la democrazia e insignita nel 1991 del premio Nobel per la pace. Non è che Besson si sia sprecato nel conferire peculiari sfumature alla trama, ragion per cui il cammino del film procede sulla scia di pathos telefonati, psicologie all'ingrosso e stereotipi a iosa patendo, forse, la scelta drammaturgica di concentrare gli avvenimenti nello spazio claustrofobico della casa in cui la ieratica e non-violenta leader ha trascorso circa vent'anni agli arresti domiciliari." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 23 marzo 2012)

"Da 'Nikita' a 'Giovanna d'Arco', Luc Besson ha sempre dimostrato attrazione per le figure femminili forti; e ormai da tempo, sia come regista che produttore, ha scelto di imboccare la strada di un cinema di genere, popolare e possibilmente remunerativo. Che con 'The Lady' abbia firmato un classico biopic non deve quindi stupire, piuttosto la domanda pertinente è se sia riuscito a rendere vivo e appassionante sullo schermo il personaggio vero del Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. (...) 'The Lady' la racconta da una parte coprendo i fatti che attengono alla Storia, dall'altra focalizzandosi sul complice rapporto fra Suu Kyi e il consorte Michael. Michelle Yeoh e David Thewlis li incarnano in maniera straordinaria e toccante, ma si trovano a fare i conti con la sceneggiatura inerte di Rebecca Frayn, che pure è figlia del noto drammaturgo Michael ('Rumori fuori scena', 'Copenhagen'). I personaggi restano di superficie e nulla aiuta lo spettatore a sintonizzarsi emotivamente su una vicenda d'amore, tutta vissuta (a partire dall'88) a migliaia di chilometri di distanza; e a comprendere dal di dentro le motivazioni di una coppia disposta stoicamente a sacrificare la propria intimità sull'altare di valori ideali. Girato in Thailandia (con l'apporto di qualche immagine «rubata» in Birmania) e ben ambientato, il film ha comunque una fattura professionale e, guardato nello spirito di una miniserie tv, si fa vedere." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 23 marzo 2012)

"Basterebbero poche righe per liquidare 'The Lady' come un film cartolinesco e Luc Besson come il regista più superficiale sul mercato. Ma non è sufficiente. 'The Lady' è un film-monito, la dimostrazione di come il politicamente corretto sia un morbo letale che può obnubilare giudizi e coscienze. Come tale va analizzato. Direte: è possibile, e persino lecito, parlar male di un film su Aung San Suu Kyi, leader birmana, campionessa dei diritti civili, premio Nobel per la pace nel 1991? Una donna sicuramente straordinaria che anche in Italia è stata giustamente esaltata perla sua resistenza non violenta al regime di Rangoon? È possibile, e lecito, se il film è falso e sdolcinato come 'The Lady', opera in cui per altro nessuno degli interpreti principali è birmano e molti blog hanno ferocemente schernito la protagonista Michelle Yeoh (cinese nata in Malesia e cresciuta in Inghilterra) per il suo improbabilissimo accento. Quando abbiamo visto 'The Lady' al festival di Roma, l'effetto è stato paradossale: entrati in sala come convinti sostenitori della vera Aung, siamo usciti avendo maturato una profonda antipatia per il suo alter-ego cinematografico. (...) Curiosa l'assonanza, fin dai titoli, fra 'The Lady' e 'The Iron Lady': sia Aung San Suu Kyi sia Margaret Thatcher, almeno nei film, martirizzano quei derelitti dei rispettivi mariti, e la morale buttata là da Luc Besson e Meryl Streep sembra essere «non sposate una leader politica, farete una vita d'inferno». Sorvoliamo sulla confezione del film, che sembra girato dal PR di un'agenzia di viaggi. Sorvoliamo su tutto. Andate a vedere un altro film, questo weekend." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 23 marzo 2012)

"Le eroine sono sempre state la passione di Luc Besson. La conferma arriva dal suo ritratto di Aung San Suu Kyi in 'The Lady' (fuori competizione all'ultimo Festival di Roma) che ripercorre la lotta della leader birmana contro il regime militare di Saw Maung. Besson racconta le lotte della protagonista per affermare i principi della democrazia mettendo in scena tumultuosi comizi e silenziose resistenze, ma si sofferma in particolar modo sul dolore privato di questa signora gentile e determinata che accetta di sacrificare gli affetti familiari per aiutare la propria gente." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 23 marzo 2012)

"Piacerà a chi apprezza le storie di eroismo, almeno quando sono raccontate da chi lo fa come si deve. Luc Besson già autore di una «Giovanna d'Arco» con Mila Jovovich, rievoca un'altra Giovanna (stavolta asiatica) ma senza cadere nelle trappole mistiche del biopic sulla Pulzella d'Orleans. La sua Aung è un'eroina per forza anche se rinforzata dal carisma di MichelleYeoh." (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 marzo 2012)
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