The Hunter - Il cacciatore

Shekarchi

GERMANIA, IRAN - 2010
4/5
The Hunter - Il cacciatore
Teheran. Ali è un ex carceato che lavora come guardiano notturno. Un giorno, l'uomo torna a casa e scopre di aver perso la moglie Sara e la figlia Saba in una sparatoria che si è tenuta durante una delle tante dimostrazioni contro il governo. Non si sa chi sia il responsabile e lui per vendicarsi uccide due poliziotti. Braccato dalla polizia Ali si nasconde nel bosco intorno alla città, ma poi gli agenti Hassan e Azem riescono ad arrestarlo. Ali sembra rassegnato al suo destino e segue docilmente i due poliziotti, ma uscire dalla foresta non si rivelerà così semplice e i tre uomini si perderanno...
  • Altri titoli:
    Zeit des Zorns
    The Hunter
  • Durata: 92'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: TWENTY TWENTY VISION, AFTAB NEGARAN FILM PRODUCTIONS, ZDF/ARTE & PALLAS FILM
  • Distribuzione: FANDANGO (2011)
  • Data uscita 17 Giugno 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Fuori dal carcere, gli è rimasta la passione per la caccia. Soprattutto, quella per moglie e figlia. Ma non vivranno felici e contenti: Ali perde entrambe, la sposa colpita da un “proiettile vagante” durante una manifestazione, la piccola scomparsa. Alì indaga, soprattutto chiede: non tanto aiuto, quanto semplici risposte. Non le ha: la polizia è muta e aggressiva, il dolore sordo, e la vendetta bussa. Stile JFK, imbraccia il fucile e spara da una collina: due poliziotti rimangono stecchiti, lui inizia la fuga. Viene preso, si innesca un triangolo con i due agenti e spunta un'inversione di ruoli: chi è preda, chi cacciatore? Dimenticavamo, siamo in Iran, a Teheran, ma potremmo ometterlo: non perché il regista Rafi Pitts lo camuffi, ma perché questo The Hunter (in sala con Fandango a marzo-aprile 2011) è autenticamente glocal e stride con l'immaginario cinematografico ultimo scorso.
Già, non è un paese per vecchi (il 70% della popolazione ha meno di 30 anni), soprattutto non è di sole capre, pecore e campagne: la capitale è una metropoli, che Pitts indaga con campi lunghi sul traffico e la macchina in fuga, campi medi su crocicchi e incroci, sonoro urbano, a servire le geometrie variabili della vendetta. Che terminerà tra i boschi, la pioggia e lo scambio di persona, anzi, di divisa, ma non temete: il finale è aperto, ambiguo e riflessivo, come le sequenze che lo precedono.
Nel fuoricampo interno, si sente - e si vede - la lezione di Monte Hellman e degli altri grandi arrabbiati del cinema americano Seventies: su tutti, Don Siegel e il suo Dirty Harry, nello scontro tra legge e Legge, giustizia privata e ingiustizia pubblica, sul basso continuo della vendetta. Dunque, il thriller è servito, e dice molto dell'Iran oggi, soprattutto di quel che non diremmo al riguardo. Su due fronti, perché il contenuto metropolitano è sorretto da uno stile con la S maiuscola: dialoghi senza sproloqui, tallonamento “reale” ma non neorealistico, fertile dialettica tra calligrafia d'autore e ortografia di genere, controllo quasi dittatoriale su visivo e sonoro, sorretti da scelte abbastanza radicali.
Se consideriamo che Rafi Pitts, classe '67, presente parigino, ma l'Iran dentro, è anche sceneggiatore e attore protagonista forse di caccia ne è iniziata un'altra: quella all'Autore.

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO AL 60. FESTIVAL DI BERLINO (2010).

CRITICA

"A volte si dice che una immagine vale come mille parole. I titoli di testa di 'The Hunter', il film dell'iraniano Rafi Pitts, valgono come un prologo di dieci minuti, e sono composti da una sola fotografia, scattata da Manoocher Deghati nel 1980. Un gruppo di pasdaran seduti sulle loro motociclette sfila composto, sull'asfalto è dipinta una bandiera a stelle e strisce. «La conservo da quando avevo quattordici anni. La mia generazione è cresciuta con questa immagine, rappresenta bene la tensione presente nei personaggi del film, ma anche quella che si sente nell'Iran di oggi. Sono passati trent'anni dalla rivoluzione e la grande domanda di oggi è se la rivoluzione ci sia stata sottratta». Rafi Pitts parla in modo secco, preciso, l'espressione del suo volto è inquisitiva, tutte caratteristiche che ritroviamo anche nel suo cinema, ricco di sequenze di grande impatto, ma anche di silenzi e di ellissi narrative. In 'The Hunter' (ovvero 'Il cacciatore' , titolo originale in farsi 'Shekarchi') l'autore-regista-attore originario di Teheran, ma in Europa da quasi trent'anni, intepreta Ali, appena uscito di prigione. (...) 'The Hunter', dedicato alla memoria di Bozorg Alavi, scrittore ed intellettuale iraniano esiliato a Berlino Est dopo il colpo di stato del 1953, a quanto pare non ha problemi di censura in Iran: «Ho voluto girare un film che sapesse parlare anche a quelli che non la pensano come me», chiude Pitts. «Mousavi è l'uomo giusto, capisce entrambe le fazioni e sa che la violenza non è la soluzione. Una guerra civile sarebbe terribile»." (Massimo Benvegnù, 'Il Riformista', 17 febbraio 2010)

"Siamo a Teheran, ma non lo direste: il regista Rafi Pitts (anche protagonista) brucia l'immaginario ultimo scorso, perché l'Iran non è un paese per vecchi, né di (sole) capre e cavoli. La capitale è scrutata con campi lunghi sul traffico, campi medi su crocicchi e sonoro urbano, a servire le geometrie variabili della vendetta. Tra boschi, pioggia e scambio di persona, si finisce dalle parti di Monte Hellman e i grandi arrabbiati del cinema anni Settanta: su tutti, Don Siegel e il suo 'Dirty Harry', nello scontro tra giustizia privata e ingiustizia pubblica. Dialoghi senza sproloqui, fertile dialettica tra calligrafia d'autore e ortografia di genere, regia di ferro: classe '67, Pitts è il nuovo che avanza dopo Kiarostami." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 16 giugno 2011)

"Girato nell'Iran già infelice e di regime di due anni fa, il film di Rafi Pitts, che si è anche scelto come attore, ha l'anima divisa in due. Racconta, entrando nelle immagini metropolitane, di un uomo inviso al potere che perde moglie e figlia; poi la vendetta con l'uccisione dei poliziotti e fuga nel bosco con finale quasi simbolico. L'autore resta nel vago, incastrando subliminale voci, suoni e colori; ma è molto specifico nell'accusa quasi kafkiana e nell'urgente richiesta di aiuto morale e materiale." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 17 giugno 2011)

"Un regista iraniano, Rafi Pitts, attivo soprattutto in Occidente, tornato però in Iran, sostenuto da finanziamenti tedeschi, per realizzare questo film che esce adesso nelle nostre sale dopo aver partecipato in concorso a un festival di Berlino. (...) Anche qui privilegiando quasi il non detto, con ellissi narrative solo cadenzate da quel protagonista che, quando scopre la verità atroce in cui è stato coinvolto, si chiude in un nerissimo silenzio. Fino al momento in cui, sempre tacendo, metterà in atto la sua vendetta: nei confronti, appunto, della polizia, data quella sparatoria. Qui le cifre intimistiche si mantengono intatte anche se le sfiora, attraversandole, uno scontro più diretto tra l'uomo e i poliziotti da cui è stato arrestato. Con una conclusione di certo tragica, ma, come tutto il resto, sempre in assenza di increspature e di segni forti. Per dare spazio solo al gelo. Il protagonista è lo stesso regista, Rafi Pitts, appunto. Un volto segnato e duro pur non rivelandosi impenetrabile al dolore." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo cronaca di Roma', 17 giugno 2011)

"Quando moglie e figlioletta muoiono sotto i colpi scaricati dalla polizia contro una folla di dissidenti, un ex galeotto, che sperava di ricostruirsi una vita, prende il fucile, spara su due agenti e finisce a sua volta braccato. Apparentemente 'The Hunter' è la storia di una vendetta, ma a emergere sullo sfondo è il cupo quadro dell'Iran sotto la guida repressiva di Ahmadinejad. Strade congestionate, periferie desolate, boschi selvatici. Regista e interprete, Rafi Pitts sa come convogliare dolore e smarrimento nel paesaggio, anche se il ritmo del racconto nella seconda parte un poco cede." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 17 giugno 2011)

"Ambizioso e cupo dramma iraniano, stretto parente del poliziesco. (...) Un film decisamente schierato con gli oppressi, che si riscatta solo nell'imprevedibile finale, a sbadigli in corso. Il deprimente Rafi Pitts, che dirige se stesso, avrebbe bisogno di un rasoio e di un protagonista di riserva, magari meno iettatorio." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 17 giugno 2011)

"L'Iran è nel mirino del mondo, come nel mirino del guardiano notturno di questo thriller. (...) Le sommosse sono appena un cenno dello sceneggiatore, regista e interprete, Rafi Pitts. Non potrebbe dire di più, non glielo permetterebbero. Nella sua dimensione povera, certo low budget, ma di spettacolare forza civile, è un noir di denuncia anche nell'atmosfera sospesa sul destino di un paese. Era in concorso al festival di Berlino e ci ricorda la sorte di Jafar Panahi." (Silvio Danese, 'Giorno-Carlino-Nazione', 17 giugno 2011)

"Nel personaggio di Alì, protagonista di 'The Hunter', Pitts ha trasferito la rabbia, il disagio, il disorientamento di un'intera generazione. E non è un caso che stavolta abbia scelto di essere anche attore, regalando al fuggitivo Alì la sua espressione inquieta, segnata, scontrosa. Grande appassionato del cinema di John Cassavetes, Pitts ha il merito di saper raccontare un Iran inedito, moderno, metropolitano. Lontano mille miglia dalla poetica neorealista di grandi maestri come Abbas Kiarostami." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 17 giugno 2011)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy