The Hateful Eight

USA - 2015
4/5
The Hateful Eight
Qualche anno dopo la fine della Guerra Civile, una diligenza è costretta a fermarsi nel cuore del Wyoming a causa di una tempesta di neve. Il cacciatore di taglie John Ruth e la sua prigioniera Daisy Domergue sono attesi nella città di Red Rock dove Ruth, noto come "Il Boia", porterà la donna dinanzi alla giustizia, riscuotendo una taglia di 10.000 dollari. Lungo la strada i due incrociano due uomini che si uniscono a loro: il Maggiore Marquis Warren, afroamericano veterano dell'esercito dell'Unione e anche lui cacciatore di taglie, e Chris Mannix, rinnegato dell'esercito Confederato e futuro sceriffo di Red Rock. Ma la tempesta infuria e i quattro sono costretti a fermarsi per cercare rifugio presso l'emporio di Minnie dove ad accoglierli troveranno altri quattro sconosciuti. Gli otto viaggiatori bloccati dalla neve si rendono presto conto che, forse qualcuno non è chi dice di essere e che, probabilmente, non sarà facile per nessuno raggiungere Red Rock...
  • Durata: 167'
  • Colore: C
  • Genere: WESTERN
  • Specifiche tecniche: ULTRA PANAVISION 70 MM
  • Produzione: THE WEINSTEIN COMPANY
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2016)
  • Data uscita 4 Febbraio 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Da I magnifici sette ai laidi otto – come i film di Tarantino, che sono tutt’altro che laidi – perché non ci sono eroi stavolta, ma solo colpevoli. Non badare alle apparenze, avverte uno l’altro. E in effetti la verità è sempre duplice: non c’è una diligenza, ma due; non c’è un solo boia, ma due;  non c’è una sola cosa che non sia anche l’altra. Il respiro originario del film, epico, si rivelerà rantolo. Il mito sembra aquila, ma è una cornacchia.
L’ultimo grande Tarantino, matto come le origini ma con la coscienza di uno che ne ha viste abbastanza, danza sul filo di una insanabile ambiguità. Lo dichiara smaccatamente del resto, a partire dallo strombazzatissimo 70 mm che il regista usa poco in campo aperto, come farebbe qualunque filmaker sano di mente, per rintanarlo in un lercio buco in mezzo al nulla. Il cinemascope in una latrina. Del mitico west ci dà le insegne, ma l’arredo è cambiato. E con lui l’ospite.

In The Hateful Eight non c’è un John Wayne nemmeno a pagarlo. Boia, assassini e cacciatori di teste quanti ne vuoi. Non c’è l’ombra di un indiano, ma solo figure tra il sudicio e il folklore. Bifolchi bianchi, niggers e messicani. Che si trattano e si disprezzano e si ammazzano come tali. Ieri come oggi. Insomma, con la consueta sfacciata maestria di creare ex novo rubando da tutti (Hawks ovvio, ma anche La cosa di Carpenter e La casa di Raimi, oltre al plagio dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie), Tarantino riscrive la nascita di una nazione staccandola dalle figurine e dal mito e impiccandola là, insieme ai suoi natural born killers.  Il suo western in versione kammerspiel, lento, sospeso e inusitatamente innevato (dove affondano gli zoccoli del cavallo e affossano le rotaie della Storia), fa piazza pulita degli ultimi residui mitologici di un feticcio di Nazione in cui l’avventura dell’immaginario – il cinema – ha saputo solo annacquare, non estirpare, il veleno della violenza. Quante bugie.

Ignoranza, razzismo, sadismo, vengono generosamente offerti con una voluttà e una carica tale da farne irresistibile caricatura, ma il discorso non è sui litri di ketchup, sull’artificio più o meno esibito. E a pensarci bene non è nemmeno su quanto possa rivelarsi brutto il cuore di tenebra dell’America (sai che novità?). Vira semmai sullo sguardo, il nostro di spettatori. Su come i nostri occhi avidi, bramosi e spalancati si comportano al cospetto di immagini doppiate, trucide, truccate, eppure nascostamente  veritiere. Siamo lì, con loro. Tutta l’abilità tecnica, il quid tarantiniano per dire, è in questa irresistibile immersività della scena contro ogni assuefazione, contro ogni rumore bianco del mondo(visione).
Siamo dentro, dunque. Ma dove siamo, realmente? Come ci poniamo, giudichiamo, sentiamo, fruiamo? È qui che il gran maestro d’ambiguità vince la partita più difficile. Riattivare la responsabilità di uno sguardo addormentato.

Oltre il formato, la confezione (dalla fotografia di Robert Richardson alla colonna sonora di Morricone) l’affabulazione di una scrittura debordante, oltre il piacere primitivo di ascoltare gli interpreti – tutti strepitosi, ma che mostro di bravura Samuel L. Jackson! Academy, davvero, vergognati! – e di seguire le loro storie, oltre quella stessa brutalità fisica e verbale, autenticamente animale (le iene, ça va sans dire) e ferocemente liberatoria, sperimentiamo la gioia del vedere e l’orrore dell’essere visti, la libido e la colpa del voyeur. Quanto può essere divertente vedere una donna ammazzata di botte, un nero sparato ai testicoli, una testa esplosa in mille frattaglie cerebrali? Quanto può essere pericoloso quell’aggettivo, divertente? C’è del marcio nel gioco. Tarantino, sta qui la differenza con altri beoti, non lo nasconde. Perciò quando la Christie in quello stesso romanzo scriveva che non ne rimase più nessuno, sbagliava. Perché restiamo pur sempre noi, che non possiamo voltarci dall’altra parte.

NOTE

- GOLDEN GLOBE 2016 PER LA MIGLIOR COLONNA SONORA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR SCENEGGIATURA E ATTRICE NON PROTAGONISTA (JENNIFER JASON LEIGH).

- OSCAR 2016 PER LA MIGLIOR COLONNA SONORA. LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (JENNIFER JASON LEIGH) E FOTOGRAFIA.

CRITICA

"Dopo il successo di 'Django Unchained', Quentin Tarantino ha pensato bene di rimanere nell'ambito del Western, ma rifacendosi per l'impianto narrativo al modello di un classico del mystery quale 'Dieci piccoli indiani' di Agatha Christie; e abolendo la figura centrale dell'eroe. (...) un duello verbale giocato sugli opposti orientamenti ideologici e basato sulla diffidenza reciproca, fino a un sanguinario epilogo dove i sopravvissuti pur agonizzando continuano a sciorinare battute. Stavolta l'amato Sergio Leone c'entra davvero poco. Qui il modello di Tarantino è piuttosto Elmore Leonard, scrittore apprezzato per la sua capacità di mandare avanti la storia attraverso i dialoghi e di far slittare il punto di vista dei personaggi: tipici meccanismi tarantiniani. E potremmo citare anche certo teatro inglese, da Ayckbourne e Pinter, trasferito in cornice western. Ennio Morricone (...) intesse un tema cupo e minaccioso. Gli interpreti - fra cui la Leigh nominata per la sua grintosa femmina «bastarda» - affondano con gusto i denti nelle loro succose battute. Ma c'è un problema: godibile momento per momento, 'The Hateful Eight' perde colpi nell'interminabile epilogo: troppo pulp-gore, troppo spiritoso a ogni costo, troppo tirato per le lunghe quando ormai i giochi sono fatti. Pensare che Shakespeare risolve la strage finale dell'Amleto in una o due paginette!" (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 4 febbraio 2016)

"(...) è sicuramente il film più feroce, truculento e compiaciuto di Tarantino. Al confronto dell'avvelenamento da caffè e che provoca litri di vomito sanguinolento a vari personaggi, il taglio dell'orecchio di 'Le iene' sembra un buffetto sulla guancia. Il sentimento del vostro voyeur di fiducia, davanti al film, era di fastidio: perché mai dovremmo passare tre ore della nostra vita in quel saloon, assieme ad assassini che s'ammazzano prima di chiacchiere e poi di revolverate? Gran parte delle nostre reazioni, però, sono squisitamente soggettive: noia mortale, fastidio per i dialoghi ridondanti e ripetitivi, disgusto fisico per i litri di salsa di pomodoro, disgusto morale per tutto ciò che i personaggi fanno. Fateci una robusta tara: conosciamo gente, anche rispettabile, che si è divertita. Tre cose, peraltro, dobbiamo ammettere. Anche in questo film Tarantino ribadisce un odio per il razzismo che è comunque lodevole; la colonna sonora di Morricone, per niente 'leoniana' è bellissima anche se diversi temi vengono da 'La cosa' di John Carpenter, quindi si tratta di un auto-riciclaggio in fondo assai 'tarantiniano':la ballata 'Jim Jones At Botany Bay', che Jennifer Jason Leigh canta dal vero, è bella e perfettamente in tema." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 4 febbraio 2016)

"Per la sua ottava meraviglia, Tarantino ha girato una sorta di 'Trappola per topi', con toni horror, all'interno di un film western. Sfruttando un meraviglioso cast che può contare su attori tarantiniani come Tim Roth, Samuel L. Jackson, Bruce Dern, Michael Madsen, per citarne alcuni, ai quali ha affiancato delle «nuove entrate» come la bravissima Jennifer Jason Leigh (...) e Channing Tatum (a cui ha affidato un personaggio chiave). (...) un thriller pieno di colpi di scena (...) tra morti improvvise, rivelazioni, indizi, fino all'epilogo in pieno stile tarantiniano. Sì, perché le scene fin troppo esplicite non mancheranno, accompagnate da un linguaggio crudo che, inevitabilmente, provocherà anche non poche polemiche. (...) Ad impreziosire il film è la colonna sonora di Ennio Morricone (...)." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 4 febbraio 2016)

"Piacerà ai tarantiniani folli, ovviamente. Ma anche chi come noi potrebbe citare (e cita) chilometri di pellicola di decisa inutilità girata da Quentin in 23 anni di regie, non potrà esimersi dal rilevare che ci troviamo di fronte a una delle opere migliori del nostro. Diciamo tra le prime tre. Per tensione, inventiva e geniale ricreazione della vecchia frontiera." (Giorgio Carbone, 'Libero', 4 febbraio 2016)
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