The Front Runner - Il Vizio del Potere

The Front Runner

USA - 2018
3/5
The Front Runner - Il Vizio del Potere
Il film segue l'ascesa del carismatico senatore Gary Hart, che catturò l'immaginazione dei giovani elettori e fu considerato il più travolgente candidato per la nomination presidenziale democratica del 1988, e la sua disfatta quando durante la campagna elettorale fu travolto dallo scandalo per una relazione extraconiugale con Donna Rice. Mentre il giornalismo scandalistico e il giornalismo politico si fusero per la prima volta, il senatore Hart fu costretto a lasciare la corsa, eventi che lasciarono un profondo e duraturo impatto sulla politica americana e sulla scena mondiale. Basato su di una storia vera.
  • Durata: 113'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:1.85), PANAVISION CAMERAS AND LENSES, 35MM, SUPER 35
  • Tratto da: libro "All The Truth Is Out" di Matt Bai
  • Produzione: JASON REITMAN,HELEN ESTABROOK PER RIGHT OF WAY FILMS, AARON L. GILBERT PER BRON STUDIOS
  • Distribuzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA (2019)
  • Data uscita 21 Febbraio 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Gian Luca Pisacane
Sesso & potere. Rapporto eterno, degno dei migliori scandali. Il regista Barry Levinson nel 1997 coinvolgeva Robert De Niro e Dustin Hoffman in una commedia esplosiva. De Niro interpretava un consulente per l'immagine, e Hoffman un produttore hollywoodiano senza scrupoli. Risultato? Una finta guerra contro l’Albania per coprire l’accusa di molestie contro il presidente degli Stati Uniti da parte di una giovinetta. Morale? L’entertainment è lo spettacolo più grande del mondo, e può far dimenticare tutto (o quasi). Ma in The Front Runner – Il vizio del potere l’intrattenimento principale è fare il tiro al piccione con il superfavorito dei democratici.

Gary Hart, nel 1988, avrebbe dovuto sfidare il sistema, puntare sulla cultura, sulle aperture con i sovietici, sovvertendo la politica di Reagan. Era bello, aitante, lanciato verso la Casa Bianca. Ma un presunto adulterio, e alcune fotografie “compromettenti”, distrussero la sua carriera. Nessuna messinscena. Hart si rifiutò di parlare della sua vita privata: “Non deve riguardare gli elettori”. L’inizio della fine.


 


Giornalisti senza pietà lo pedinano fin sotto casa, assaltano il rifugio della sua famiglia. Il quarto potere nel mirino, i quotidiani indicati come strumento di fango. Superando il luogo comune, il regista Jason Reitman costruisce una sferzante riflessione sul senso della notizia. Che cosa interessa davvero i lettori? La risposta teorica spetta agli studiosi del settore. Alcuni direbbero: sesso, sangue, soldi, spettacoli e sport (le mitiche cinque S), altri scomoderebbero qualche sociologo. Ma la verità è in una semplice domanda che si pone Hart: “Come siamo arrivati fin qui?”. Silenzio.

La privacy non esiste più e ogni singolo istante dell’esistenza è spiato in diretta. Oggi tutto è concesso. Nello Studio Ovale siede un uomo più volte accusato di misoginia, che ha pagato una pornostar per non parlare e mostra strani appetiti per sua figlia (come afferma Michael Moore in Fahrenheit 11/9). Altro che Bill Clinton e Monica Lewinsky. Ma a fine anni Ottanta l’America doveva rifarsi una reputazione, riprendersi dalle sconfitte, affermare la propria facciata di onestà davanti al mondo. E a farne le spese sono stati idealisti poco inclini allo “spettacolo”. Hart si è ritirato dalla campagna e a vincere è stato George H.W. Bush, già pronto a imporre la propria dinastia.


 


Reitman mette la folla al centro del suo film. Lo sguardo è rivolto all’opinione pubblica. Nella prima parte di The Front Runner ogni inquadratura è gremita, piena di persone che si agitano, parlano, si schiacciano, urlano. Non a caso il lungo piano sequenza iniziale immortala una strada brulicante di sostenitori e addetti ai lavori. La macchina da presa si aggira tra vincitori e vinti, tra dichiarazioni strappate all’ultimo momento e pacche sulle spalle anche per chi ha perso.

Ma a trionfare nel cinema di Reitman è sempre la menzogna. Quelle che Hart ha fatto bere a collaboratori e famigliari, quelle che Aaron Eckhart costruisce in Thank You for Smoking, quelle che si racconta George Clooney in Tra le nuvole, le “visioni” di Charlize Theron in Tully e le false certezze di Young Adult. Liceo, carriera, maternità, Casa Bianca: l’umanità di Jason Reitman continua a rifiutare la realtà per sentirsi realizzata.

NOTE

- REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON CREATIVE WEALTH MEDIA FINANCE.

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI: MATT BAI, MICHAEL BEUGG, JAY CARSON.

- FILM D'APERTURA AL 36. TORINO FILM FESTIVAL (2018), NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE'.

CRITICA

"(... ) Il film in realtà ci mette un po' a ingranare, con la fase iniziale del pedinamento piuttosto laboriosa (il regista Jason Reitman sembra aver perso la scioltezza che mostrava in 'Juno' o 'Tra le nuvole'), ma offre un classico ruolo da virtuoso per Hugh Jackman: 'Più che una performance, una lotta tra un attore e un parrucchino, vinta dall'attore per un soffio', ha scritto il critico del New Yorker. O, potremmo tradurre, per un'attaccatura. Ma intorno, sono in fondo i personaggi femminili a dare respiro al film, dalla Rice (Sara Paxton) alla moglie di Hart (Vera Farmiga)." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 21 febbraio 2019)

"Ha dimostrato di saper recitare, cantare, ballare. Sex-symbol, nonché venerato super eroe nel ruolo di Wolverine della saga di 'X. Men', l'australiano Hugh Jackman svela, in 'The Front Runner - Il vizio del potere', un altro aspetto del suo variegato talento. (...) Jackman, come dice Matt Bai, autore del libro alla base del film, «riesce con la mimica facciale a dire cose che non si possono tradurre in parole». A questo punto, se decidesse di abbandonare il mondo dello spettacolo, Jackman potrebbe lanciarsi, a colpo sicuro, in quello della politica." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 21 febbraio 2019)

"(...) Il film, parzialmente riuscito, ne ripercorre le tappe, puntando un po' troppo il dito contro quei cattivoni di giornalisti, ma evidenziando bene la trasformazione del politico di turno in divo hollywoodiano, parificando, come importanza, la sua vita privata alla pubblica." (AS, 'Il Giornale', 21 febbraio 2019)
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