The Day After Tomorrow - L'alba del giorno dopo

The Day After Tomorrow

The Day After Tomorrow - L'alba del giorno dopo
A causa di strani avvenimenti atmosferici, il paleoclimatologo americano Jack Hall e il suo collega scozzese Rapson ipotizzano l'avvento di una nuova 'glaciazione'. Il loro timori vengono confermati quando scoprono che sta per prepararsi una tempesta globale che investirà il pianeta e lo farà piombare in una nuova Era Glaciale. Mentre cerca di avvertire la Casa Bianca dell'imminente disastro ambientale, Hall deve riuscire anche a raggiungere la città di New York per salvare suo figlio Sam che si trova nella biblioteca pubblica di Manhattan...
  • Durata: 125'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, FANTASCIENZA
  • Specifiche tecniche: DELUXE
  • Tratto da: parzialmente ispirato al libro "The Coming Global Superstorm" di Art Bell e Whitley Strieber
  • Produzione: MARK GORDON, ROLAND EMMERICH, THOMAS M. HAMMEL PER CENTROPOLIS ENTERTAINMENT, MARK GORDON PRODUCTIONS, LIONS GATE
  • Distribuzione: 20TH CENTURY FOX ITALIA (2004)
  • Data uscita 28 Maggio 2004

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CRITICA

"In una Manhattan invasa dalle gelide acque dell'oceano i rifugiati nel palazzo della Public Library si vedono transitare silenziosamente davanti ai finestroni una moderna versione del Vascello fantasma: un mastodontico cargo russo abbandonato dall'equipaggio. Basterebbe questa immagine, degna delle fantasmagorie del surrealismo pittorico, per nobilitare 'The Day After Tomorrow - L'alba del giorno dopo', uno di quei kolossal catastrofici sui quali volentieri si esercitano le ironie della critica. La verità è che ridiamo di certi spettacoli per esorcizzare le nostre paure, proprio come prima dell'11 settembre avremmo sogghignato se ci avessero fatto vedere l'incredibile crollo delle Torri gemelle. (...) Tra acrobazie a rischio ed effetti speciali, Emmerich manda avanti il racconto in un succedersi di situazioni dove forse troppo spesso la plausibilità cede il passo al fervore visionario. Ma è cinema di alto livello professionale." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 29 maggio 2004)

"Alcuni vantaggi nel vivere alla periferia dell'Impero. Uno: generalmente i film-catastrofe non vengono ambientati a casa nostra. Ergo, non dobbiamo vedere due o tre volte l'anno sul grande schermo il Colosseo devastato dai tornado, San Pietro distrutta dai terroristi o il Pirellone sventrato da una tempesta di ghiaccio. Due: mentre gli americani sono costretti dal livello dei loro consumi a esportare i loro complessi di colpa sotto forma di cinecataclismi, noi ce ne stiamo comodamente seduti a sgranocchiare pop corn. E non ci facciamo nessun problema di verosimiglianza. Per questo i film-catastrofe viaggiano così bene nel mondo. (...) In momenti come questi Emmerich dà il meglio di un cinema che per il resto è condannato in partenza alla metafora politica, ovvero al pistolotto democratico (divertente ma ipocrita). E' per un improvviso squilibrio fra acque dolci e acque salate (ricchi e poveri? Islamici e cristiani? Tutto fa brodo) che il clima impazzisce. E poiché la glaciazione parte dal Nord, toccherà al Terzo Mondo, peraltro invisibile nel film, accogliere i superstiti in fuga dai paesi opulenti. Magari nella realtà i paesi poveri non sarebbero così ospitali, ma chissà, si può sempre sperare." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 maggio 2004)

"A ben guardare, lo schema narrativo è lo stesso dei serial televisivi: alternanza di scene tra i vari 'characters', in modo da moltiplicare la suspense e minimizzare la noia. Risultato, l'ultimo, ragionevolmente ottenuto, se si considera che situazioni e tipologie umane sono visti e rivisti. Roland Emmerich replica l'operazione pop di 'Independence Day', dove esercitava la sua ironia iconoclasta contro la Casa Bianca, congelando la Statua della Libertà (con inquadrature che citano 'Il pianeta delle scimmie') e la bandiera a stelle e strisce. Altro momento ironico, nel seriosissimo film, quello in cui milioni di profughi americani cercano di espatriare clandestinamente nel Messico che chiude (all'opposto di ciò che accade nella realtà) i propri confini. Però gli yankee in disgrazia si fanno voler bene, trovano asilo, si rimboccano - metaforicamente - le maniche e ricominciano da capo ." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 29 maggio 2004)
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