The constant gardener - La cospirazione

The Constant Gardener

USA, GRAN BRETAGNA - 2005
The constant gardener - La cospirazione
L'attivista politica Tessa Quayle viene trovata morta in una remota area del Kenya del Nord. All'apparenza il movente del crimine sembra quello passionale, ma Justin Quayle, il marito della vittima, non crede alle insinuazioni di infedeltà da parte di sua moglie e decide di investigare per conto suo. Le indagini che lo porteranno a scoprire la verità sulla morte di Tess metteranno però in pericolo anche la sua stessa vita...
  • Altri titoli:
    Der Ewige Gärtner
  • Durata: 129'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: romanzo "Il giardiniere tenace" di John Le Carré (Arnoldo Mondadori Editore, 2001)
  • Produzione: FOCUS FEATURES, POTBOILER PRODUCTIONS LTD., SCION FILMS LIMITED
  • Distribuzione: BIM (2006)
  • Data uscita 3 Marzo 2006

TRAILER

RECENSIONE

di Roberto Nepoti
Dopo l'assassinio della moglie Tessa, giovane attivista per i diritti umani, il mite diplomatico Justin Quayle apre gli occhi sulla realtà, cui finora ha preferito la cura delle piante del suo giardino. La donna stava raccogliendo le prove di un enorme scandalo: in Kenya, malati usati come cavie per testare un nuovo medicinale. Solo contro tutti, Justin trova il coraggio di affrontare un complotto internazionale. Adattamento di un romanzo di John Le Carré, Il giardiniere tenace celebra il matrimonio fra la testimonianza politica, la storia di spie alla 007, con l'azione che salta da un continente all'altro, e la love-story (melo)drammatica. Oggi, un gran numero di film pretende a contatti inequivocabili con la realtà: vuoi nella dichiarazione - sempre più frequente - "tratto da una storia vera", vuoi nello stile della rappresentazione. Ed è precisamente lo stile della messa in scena (meglio, della messa-in-quadro e della messa-in-serie) il problema del film di Meirelles. Il cineasta mira alla contaminazione della fiction con la forma documentaristica, traduce l'urgenza della denuncia in atteggiamenti da "cinema diretto", cinepresa a spalla, pedina il realismo. Nello stesso tempo, però, si lascia andare a esercizi di stile (stacchi improvvisi, salti temporali, qualche immagine rasente la soglia del subliminale) che richiamano l'estetica del videoclip, senza celare le ambizioni formali. Se la cosa funzionava nel precedente City of God, dramma survoltato sulle favelas di Rio, qui la mescolanza di realismo e stilizzazione finisce per fagocitarsi, poco a poco, la denuncia di una realtà miserabile, somma dello strapotere delle multinazionali, della corruzione dei governi post-coloniali, delle condizioni di vita dei sudditi; rendendo il tutto un po' artificioso e irritanti alcuni dei momenti di maggiore tensione drammatica (quel bambino che insegue l'aereo...). Ipersensibile ed elegantemente stanco, Fiennes interpreta come sempre se stesso; affascinante il fantasma di Rachel Weisz, che ha vinto il Golden Globe per la migliore non-protagonista.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 62MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2005).

- GOLDEN GLOBE 2006 A RACHEL WEISZ COME MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA.

- OSCAR 2006: MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (RACHEL WEISZ). ALTRE NOMINATIONS: MIGLIOR SCENENGGIATURA NON ORIGINALE, MIGLIOR MONTAGGIO E MIGLIOR COLONNA SONORA.

CRITICA

"Davanti all'ennesimo film di genere in concorso, qualcuno storceva il naso. Ma il cinema angloamericano ha sempre fatto spettacolo usando le grandi cause (in questo caso le malefatte compiute in Africa da Big Pharma, nome generico della grande industria farmaceutica). E va detto che Meirelles, pratico di orrori (erano sue le spaventose favelas di 'City of God'), non solo garantisce uno spettacolo di prim'ordine, ma incrocia informazioni ed emozioni partendo dall'inferno di Nairobi per dipanare col suo protagonista Ralph Fiennes, ingenuo diplomatico inglese, il vergognoso intreccio di interessi che ha portato al barbaro omicidio di sua moglie Rachel Weisz. Con tutti i thriller fumettistici o assurdi che si vedono, non saremo noi a fare i preziosi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 settembre 2005)

"Girato con qualche sovrabbondanza, ma con un'ambientazione dal vero che in una sola panoramica abbraccia i verdi campi da golf dei britannici e le baraccopoli dei dannati della terra, il film di Meirelles è l'unico che abbia coinvolto emotivamente il pubblico alla pari con il favorito 'Good Nighit, and Good Luck'. Basterà per contendergli il Leone?." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 10 settembre 2005)

"Il film non è nulla di speciale, ma rimangono molto interessanti l'intervento di tipo documentaristico compiuto dal direttore della fotografia César Ciarlone sul paesaggio e sulla popolazione africana e l'effetto sociale della vicenda." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 10 settembre 2005)

"Adattando il gran romanzo di Le Carrè (Mondadori), il brasiliano Meirelles intreccia con molta abilità epoche e livelli narrativi come già faceva in 'City of God'. Lo stupore e il dolore privati di Ralph Fiennes aggiungono concretezza personale all'indignazione per gli abusi delle multinazionali, sostenute dall'alto in Africa come in Europa. Il prima e il dopo-delitto si mescolano trascinati da un flusso di immagini sempre molto seducenti che fondono l'effetto-verità di riprese mobilissime, stile documentario, a un senso smagliante dei colori. Morale: l'Africa non è mai stata più bella e più atroce. Un occhio alla denuncia, uno allo spettacolo (la moglie è l'incantevole Rachel Weisz) , 'The Constant Gardener' è solo un film di genere . Ma nel suo genere è raro trovare di meglio." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 3 marzo 2006).

"Passato senza echi all'ultima Mostra veneziana, 'The Constant Gardener - La cospirazione' (tratto dal romanzo di un ormai senile John Le Carré) racconta con indignata partecipazione il complotto di una multinazionale farmaceutica ai danni del popolo africano. Interpretato da un Ralph Fiennes al di sotto della sua classe e diretto dal brasiliano Fernando Meirelles che aveva dato ben altra prova di sé nell'avvincente 'Cidade de Deus', il film si barcamena tra le parole d'ordine terzomondiste, i volteggi documentaristici sulle favelas e una love story alquanto convenzionale. Del resto con un occhio (troppo) puntato sulla denuncia e l'altro (troppo) affascinato dallo spettacolo, il quadro non poteva che risultare strabico: come dimostrano le numerose finezze stilistiche (panorami cartolineschi, ritmo sovreccitato, musica etnica a base di percussioni, riprese con la camera a mano, montaggio ellittico tempestato di flashback) che a poco a poco fagocitano il film e lo rendono farraginoso, prevedibile e ordinario." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 4 marzo 2006).

"Nello stile della rappresentazione, meticcio quanto la storia che racconta, Meirelles sposa la fiction con la forma documentaristica, traducendo l'urgenza della denuncia in atteggiamenti da 'cinema diretto'. Nello stesso tempo, però, si lascia andare a esercizi di stile, come nel precedente 'City of God'. Senza rendersi conto che la mescolanza di realismo e stilizzazione si fagocita, poco a poco, la denuncia di una realtà miserabile, somma dello strapotere delle multinazionali, della corruzione dei governi post-coloniali, delle condizioni di vita dei sudditi; rendendo il tutto un po' artificioso e irritanti alcuni dei momenti di maggiore tensione drammatica. E poi, diciamolo: vedere volti di star mischiati a volti di bambini africani affamati produce quell'effetto di 'abiezione' di cui parlava Serge Daney. Anziché dare visibilità agli 'invisible children', le star vi si sovrappongono, li sostituiscono, finiscono per cancellarli." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 3 marzo 2006)
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