The Bourne Ultimatum - Il ritorno dello sciacallo

The Bourne Ultimatum

USA - 2007
The Bourne Ultimatum - Il ritorno dello sciacallo
L'ex agente dei servizi segreti Jason Bourne, rimasto solo dopo la morte della compagna Marie, è chiamato ancora una volta a confrontarsi con i suoi ex-colleghi e con chi gli ha insegnato ad essere un assassino senza scrupoli e a combattere contro i demoni del suo passato. Braccato e senza memoria, Jason ha un unico scopo: scoprire chi è per poter vivere in pace.
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, THRILLER
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: romanzo "Il ritorno dello sciacallo" di Robert Ludlum (Ed. Rizzoli)
  • Produzione: UNIVERSAL PICTURES, BOURNE AGAIN, THE KENNEDY/MARSHALL COMPANY, LUDLUM ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: UNIVERSAL - UNIVERSAL HOME VIDEO, DVD E BLU-RAY (2009)
  • Data uscita 1 Novembre 2007

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Chi è Jason Bourne? Come mai è diventato un implacabile assassino? Perchè lo vogliono morto? Gli enigmi irrisolti dei primi due adattamenti per il cinema della spy-story di Ludlum trovano risposta in The Bourne Ultimatum. Le informazioni riservate in possesso di un cronista stanano Damon-Bourne e risvegliano i suoi nemici. Sarebbe iniziato tutto con un programma segreto, denominato Backbriar. Il dossier che incriminerebbe il direttore della CIA (Scott Glenn) è nelle mani del suo scagnozzo, lo spietato Noah Vosen (David Stratahirn). Bourne potrà ritrovarlo solo col favore di due donne, l'agente pentito Nicky Parsons (Julia Stiles) e il detective per gli affari interni dell'agenzia Pamela Landy (Joan Allen)… La battaglia tra chi scava in cerca della verità e chi vuole seppellirla è nuovamente un susseguirsi serrato di duelli e sparatorie, acrobazie e inseguimenti. Se il terzo episodio della saga supera però i precedenti per tensione e ritmo, il merito è di Paul Greengrass - già artefice del secondo - che assolutizza l'uso della macchina a mano e frantuma il montaggio dilatando la vertigine del racconto. Costruito su tre grandi scene madri e un azzeccato parterre d'attori - la maschera impassibile di Damon conferisce al personaggio una venatura disturbante, la Stiles bilancia ambiguità e dolcezza, Stratahirn e Glenn sono una credibile coppia di cattivi - The Bourne Ultimatum non tradisce dunque le attese. Definirlo un buon film di genere sarebbe però riduttivo. Il regista di Sunday Bloody Sunday e United 93 infonde nella materia narrativa la sua personale poetica, giocata sul tema dell'identità e della memoria a rischio. Il continuo vacillare del punto di vista, l'immagine sporca, e la parcellizzazione dello spazio - luoghi decostruiti e restituiti come repliche di un onnipervasivo scenario di guerra - sono marche stilistiche di un cinema inquieto e segni inequivocabili di un' America scossa, fuori controllo nonostante l'illusione panottica (telecamere a circuito chiuso, rilevatori elettronici, spie satellitari), costretta come Bourne a ritrovare il filo della propria Storia e le ragioni della sua violenza, pena una Storia ostaggio della violenza.

NOTE

- OSCAR 2008 PER MIGLIOR MONTAGGIO A CHRISTOPHER ROUSE; MIGLIOR SOUND EDITING A KAREN BAKER LANDERS E PER HALLBERG; MIGLIOR SOUND MIXING A SCOTT MILLAN, DAVID PARKER E KIRK FRANCIS.

CRITICA

"In 'The Bourne Ultimatum' conta solo il ritmo, l'adrenalina che sprigiona la pallottola schivata di striscio, la capacità di districarsi con lo sguardo tra dedali di impervie stradine. Jason Bourne esce indenne da qualsiasi pericolo, in mezzo a un clangore di canne di pistola caricate, ticchettii continui di tasti di computer pigiati e una sinfonia di effettucci sonori come ululati e musichette elettroniche sintetizzate al computer. Al bando ogni ipotesi di sviluppo psicologico da spy story, da quando il timone della regia è passato a Greengrass esiste solo l'atto smodatamente veloce e performativo dell'inseguimento. In fondo la differenza estetica tra un 'The fast and the furious' o un 'Taxi' e gli episodi due e tre di Bourne sembra si veda, ma proprio non c'è." (Davide Turrini, 'Liberazione', 2 novembre 2007)

"Come in ogni film d'azione che si rispetti sono le sequenze di genere quelle che danno il tono e 'The Bourne Ultimatum' ne vanta almeno un paio davvero notevoli. La prima in una stazione della metropolitana a Londra, la seconda a Tangeri con uno straordinario inseguimento multiplo: Julia Stiles inseguita dai killer, inseguiti da Bourne, inseguito dalla polizia. Là dove il racconto smarrisce il senso per carico eccessivo è a New York, la grande mela sembra svolgere il ruolo di grande pera, tutto assume una tonalità esagerata, enfatizzata, esasperata, non che prima fossimo in ambito neorealista, ma qui qualcuno sbrocca. Peccato perché il faccione attonito di Matt Damon funziona proprio per il contrasto che si determina tra quell'espressione perplessa e disarmata e il talento nel trovare soluzioni inaspettate, non risulta efficace quando deve comportarsi da cartone animato, visto che nessun essere umano potrebbe compiere performance del genere. E allora, nonostante quel sorriso di Julia Stiles nel finale, foriero di nuovi sviluppi, sarebbe meglio evitare un ulteriore sequel che rischierebbe di rovinare quanto di buono ha fatto sinora Jason Bourne." (Antonello Catacchio, 'Il Manifesto', 2 novembre 2007)

"Coreografato egregiamente nei corpo a corpo, montato con forsennata rapidità, in stile Tony Scott, è comunque un occasione di puro intrattenimento, la cui efficienza testimonia almeno l'onestà professionale del cinema americano. I1 cinema è anche questo e per i reduci dei film di Gilliam, Burton e Rodriguez, il film di Paul Greengrass è una camera di decompressione, una corsa sui prati. Non casualmente lo sceneggiatore di 'Bourne Ultimatum' è Tony Gilroy, regista del magnifico 'Michael Clayton'. Matt Damon ha la solidità che lo rende credibile e così Bourne, ormai non più Bourne, tornerà, o si che tornerà!." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 2 novembre 2007)

"Interpreti ben scelti sostengono l'esplosivo intrigo: da David Strathairn genio del male a Albert Finney, che emulò il dottor Frankenstein per manipolare in laboratorio la psiche di Jason, fino a Joan Allen impegnata a riscattare l'immagine di una Cia non deviata che speriamo esista ancora. Ovviamente il centro sostegno dell'appassionante sfida è ancora una volta Matt Damon, che si conferma qualcosa di più di un buon attore (ha vinto a suo tempo un Oscar come sceneggiatore) e puntando sull'impassibilità di un personaggio traumatizzato riesce a convincere e perfino a commuovere." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 2 novembre 2007)

"Buona parte del successo, dovuto anche all'acrobatico lavoro del montatore Christopher Rouse, si deve attribuire al carisma di Matt Damon. Accordandosi su una scansione narrativa che sfiora la ripetitività (qualcuno ha azzardato un paragone con il Bolero di Ravel) spicca l'efficace impassibilità di Matt che assume quasi una valenza straniata di tipo brechtiano. Uso a nascondersi perfino a se stesso, l'uomo d'azione appena uscito da un totale sconvolgimento della psiche fa trapelare poco degli interni affanni; e i palpiti li lascia a coloro che lo circondano e lo assediano, nessuno dei quali rimane uno stereotipo. Tutti hanno una motivazione in qualche modo nobilitante, anche le anime nere: a conferma che il (super) patriottismo è l'ultimo rifugio di un briccone." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 2 novembre 2007)
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