The Bleeder

USA, CANADA - 2016
3/5
The Bleeder
La vita e la carriera del boxeur Chuck Wepner e il leggendario match per il titolo mondiale dei pesi massimi contro Muhammad Ali nel '75. Una sfida all'ultimo round che ha ispirato la nascita del personaggio di Rocky Balboa.
  • Durata: 93'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, SPORTIVO
  • Produzione: LIEV SCHREIBER, MICHAEL TOLLIN, CARL HAMPE, CHRISTA CAMPBELL, LATI GROBMAN PER CAMPBELL GROBMAN FILMS, MANDALAY SPORTS MEDIA

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Chi era Chuck Wepner? Il nome, ai non appassionati di boxe, dirà sicuramente poco. La sua vita, però, ispirò nientemeno che Sylvester Stallone per la stesura dello script e la creazione del personaggio che lo consegnò alla gloria. Sì, quello di Rocky Balboa, icona cinematografica della saga sportiva più fortunata di sempre.

Il canadese Philippe Falardeau (in Italia arrivò il suo film candidato all’Oscar, Monsieur Lazhar) racconta ora la sua storia in The Bleeder, titolo che ricorda il soprannome con cui Wepner veniva etichettato durante la sua carriera, negli anni ’70, “l’emofiliaco di Bayonne”, per la facilità con cui si feriva e sanguinava in volto. Interamente caricato sulle spalle di Liev Schreiber (anche produttore) – con il viso deturpato e gonfiato ad hoc – il film è un più che onesto tentativo di regalare il giusto tributo a un uomo che, sfiorando l’impresa contro il detentore dei pesi massimi Muhammad Alì (nonché leggenda inarrivabile della boxe), resistendogli per 15 riprese, ispirò la nascita di uno dei personaggi più popolari del grande schermo senza però ottenere nulla in cambio. Rischiò anzi di perdere tutto (la famiglia, gli affetti più cari, se stesso), finendo nel tunnel di alcool e droga, dal quale riuscì a uscire grazie alla galera. E ad un nuovo amore (Naomi Watts).

Mai agiografico, The Bleeder porta anzi in superficie le contraddizioni di un personaggio benvoluto da tutti (in primis, dalla moglie interpretata da Elisabeth Moss e dalla figlia) ma incapace di accontentarsi della “semplice” vita reale. L’incontro con Alì nel ’75, dove Wepner era dato per spacciato e quotato 40 a 1, oltre all’arrivo di Rocky, non fecero altro che aumentare questo cortocircuito nella personalità del pugile: viveur e sbruffone, sciupafemmine e irresponsabile, l’uomo finisce inghiottito dal suo stesso narcisismo. E, da questo punto di vista, molto significativi sono nel film i momenti in cui, da solo sul divano, Wepner esulta per gli Oscar vinti dal film con Stallone (pensando a sua volta di aver vinto qualcosa…) o smuove mare e monti per incontrarsi, finalmente vis-à-vis, proprio con lo stesso Sly.

Un biopic sincero, dunque, anche venato di umorismo, che Venezia73 ospita oggi Fuori Concorso.

NOTE

- FUORI CONCORSO ALLA 73. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2016), HA OTTENUTO IL PREMIO C. SMITHERS FOUNDATION-CICT-UNESCO.

CRITICA

"Una storia che avrebbe offerto spunti vertiginosi, e che qui viene sviluppata secondo i canoni di una corretta ricostruzione d'epoca, debitrice al cinema di Scorsese, e che punta molto sull'interpretazione di Leiv Schreiber." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 3 settembre 2016)

"Philippe Falardeau (...) costruisce un piccolo grande monumento che non è quello che campeggia a Philadelphia dedicato a Rocky-Sly (che nella fiction ha vinto contro Apollo Creed) ma prende corpo e anima da Liev Schreiber. Davvero monumentale nel costruire questo antieroe, capace di resistere a Mohammed Alì, ma che si fa magnificamente massacrare dalla moglie (...). La difficoltà del film sta tutta nel dover ricostruire un mondo e delle situazioni autentiche (talvolta infatti Falardeau ricorre a materiale di repertorio) senza che il racconto si sfaldi." (Antonello Catacchio, Il Manifesto', 3 settembre 2016)
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