The Birth of a Nation - Il risveglio di un popolo

The Birth of a Nation

USA - 2016
2,5/5
The Birth of a Nation - Il risveglio di un popolo
America, 1831. Nat Turner, è uno schiavo letterato e predicatore incaricato dal proprietario Samuel Turner, in difficoltà finanziarie, di usare le sue prediche per placare gli schiavi indisciplinati. Testimone di orrende atrocità, non solo contro lui stesso, ma anche verso la moglie Cherry e i compagni di schiavitù, Nat si mette a capo di una rivolta nella speranza di condurre il proprio popolo verso la libertà, suscitando ben presto la violenta ritorsione da parte dei bianchi.
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA, RED DRAGON
  • Produzione: NATE PARKER, KEVIN TUREN, JASON MICHAEL BERMAN, AARON L. GILBERT, PRESTON L. HOLMES PER BRON STUDIOS, MANDALAY PICTURES, PHANTOM FOUR, TINY GIANT ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: TWENTIETH CENTURY FOX ITALY
  • Data uscita 14 Dicembre 2016

RECENSIONE

di Gian Luca Pisacane

Anche un inno alla libertà può essere manipolato. In un mondo di oppressioni e guerre, il cinema può trasmettere la verità o romanzare la Storia per il proprio tornaconto. Non è un caso che i registi di 12 anni schiavo e The Birth of a Nation siano persone di colore: sono gli unici che possono rendere onore alla memoria dei propri antenati, ma allo stesso tempo rischiano di cadere nella trappola di una visione parziale delle cose. Così come oggi molti sostengono che non tutti gli immigrati siano un pericolo, forse all’epoca non tutti i bianchi erano demoni. In ogni caso non lo sapremo mai, e le uniche certezze vivono nell’anima di un popolo oppresso e seviziato.

C’è tanta carne al fuoco in questo nuovo Birth of a Nation, forse troppa. La voglia di girare il film definitivo sullo schiavismo è palpabile, e si entra in un mondo ricco di simbolismi e profezie. Nat Turner è l’uomo, è il predicatore, è il profeta, ma soprattutto è uno schiavo, nato e cresciuto in una piantagione di cotone. Gli hanno insegnato a leggere, e allora ha imparato la Parola del Signore. I suoi padroni sembrano persone perbene, per gli standard ottocenteschi dei sudisti. Ma la violenza regna sovrana e sconvolgerà la sua vita. Dopo essere stato un perfetto uomo di Dio, Nate vestirà in seguito i panni del carnefice, con la Bibbia sotto al braccio. I versetti che professavano l’amore e il perdono si trasformano in uno strumento di vendetta, e la nostra triste attualità torna a galla anche in un ritratto di altri tempi. Sul grande schermo si manifesta lo spauracchio di una ruota che gira, di una Storia che nei secoli rimane immutabile.

Il regista Nate Parker, anche attore protagonista, sceglie un titolo di grande effetto, che richiama il capolavoro di David W. Griffith. Questa volta il Klu Klux Klan non è menzionato, e dalla parte degli aguzzini ci sono le persone comuni, costrette dal giogo di una società non uguale per tutti. Alcuni ci credono, altri no, ma poco importa: gli schiavi sono trattati peggio delle bestie e il sangue scorre crudele. Gli stupri si alternano alle impiccagioni e un certo compiaciuto gusto per il colore rosso spadroneggia. Serve uno stomaco forte per non chiudere gli occhi quando a un uomo vengono rotti i denti con un chiodo. Serve uno sguardo attento per non essere trascinati dall’enfasi e andare oltre l’epicità di facciata.

Si tratta di una classica storia americana, che parte da una situazione di relativa calma per poi esplodere. Si sentono gli echi di Mel Gibson e del suo William Wallace, e anche Scorsese fa la sua parte, con intere sequenze che richiamano Gangs of New York. La retorica patriottica si risolve in un tripudio di estetismi talvolta gratuiti, e nell’ultima inquadratura, la poetica assurge a propaganda.

The Birth of a Nation cavalca la nuova ondata di tensioni razziali negli USA. Si propone come soluzione, ma rischia di alimentare l’odio con un messaggio spasmodicamente estremista. Al contrario di 12 anni schiavo, si perde l’oggettività del racconto, e il regista sale sul palco per tenere il suo comizio. Gli abusi sono indiscutibili, l’orrore è condiviso e la condanna per la schiavitù è unanime. Ma quando l’ego supera le nobili intenzioni, si alza solo un gran polverone. Un film da vedere con il cuore aperto e il cervello acceso.

NOTE

- REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON: NOVOFAM PRODUCTIONS, FOLLOW THROUGH PRODUCTIONS, INFINITY ENTERTAINMENT, OSTER MEDIA, POINT MADE FILMS, JUNIPER PRODUCTIONS, ARGENT PICTURES, HIT 55 VENTURES AND CREATIVE WEALTH MEDIA FINANCE CORP.

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURANO ANCHE DAVID S. GOYER E EDWARD ZWICK.

- SELEZIONE UFFICIALE ALLA XI EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2016).

CRITICA

"Una controstoria dello schiavismo raccontata dal punto di vista 'afro'. Ma girata con stile truce e irruento alla Mel Gibson. Il tutto per evocare la figura storica, e assai più controversa di quanto non sembri qui, di Nat Turner (Nate Parker, protagonista e regista). (...) Torture, frustate, stupri, denti spaccati a martellate (in primo piano naturalmente). Ogni mezzo è lecito per choccare (e ricattare) lo spettatore prima dello scontro finale e delle impiccagioni di massa (accompagnate da 'Strange Fruits', inutile dirlo). Peccato, perché le scene più distese, i rapporti sempre così ambigui tra schiavi e padroni, o fra schiavi che occupano posizioni diverse nella gerarchia, sono molto interessanti. Se ne esce sgomenti e scontenti." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 dicembre 2016)

"Per quanto s'impegni visibilmente, e sia fiancheggiato da un buon cast di supporto, Parker non ha il flato per sostenerlo da capo a fondo. Se nella prima parte trova un buon passo e una certa potenza, andando avanti sconta la mancanza di sfumature; e, nel finale, diventa più predicatorio del suo eroe." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 15 dicembre 2016)

"Francamente sembrava a priori assai azzardato l'intento di rovesciare il background politico del capolavoro del maestro del muto David W. Griffith 'The Birth of a Nation'. Lo sceneggiatore, produttore, regista e interprete dell'odierno anti-remake Parker ha il merito di non nascondersi dietro un dito e di piazzarlo sotto un ideale cartello di denuncia dell'odio e il pregiudizio mai sopiti in Usa contro i neri: dispiace, però, che la ricostruzione delle gesta dell'ex schiavo ed eroe popolare Nat Turner corrisponda a una sventagliata di spettacolarità fragorosa e sanguinaria, a cui mancano del tutto il corrosivo sarcasmo e la suprema abilità di un Tarantino." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 15 dicembre 2016)

"(...) il film aveva un buon potenziale, ma (...) a non convincere del tutto è la scelta di indulgere su un viscerale registro di violenza, a scapito della complessità del quadro. Insomma, invece di prendere a modello l'epico spettacolare 'Braveheart' di Mel Gibson, Parker avrebbe dovuto guardare al denso '12 anni schiavo' di McQueen, che tra l'altro sarà pure inglese, ma originario di Trinidad." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 15 dicembre 2016)

"Rovesciando l'opera omonima di D. W. Griffith, Nate Parker esordisce in regia con l'ambizione di riscrivere la fondazione degli Usa dal punto di vista del popolo nero. La sacrosanta legittimazione è talmente urgente, presuntuosa e 'violenta' da cancellare ogni ricercatezza cine-linguistica dal film, riducendola in cenere come le tenute dei bianchi ad opera dei rivoltosi schiavi afro-americani. Enfatico ed eccessivo, che il 'Braveheart' di Mel Gibson sembra poesia. Peccato." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 15 dicembre 2016)

"II titolo non deve trarre in inganno. Questo 'The Birth of a Nation' non è un remake del classico David Wark Griffith (secondo molti il più bel film della storia del cinema, secondo moltissimi il più ignobile). Ignobile perché razzista al cubo, era l'esaltazione del Ku Klux Klan e si concludeva (in gloria secondo Griffith) col linciaggio di un nero. No, questo 'Birth' (l'omonimia è voluta, pesantemente ricalcata) racconta la storia d'America d'altra parte. II regista e interprete l'afro americano Nate Parker ha voluto portare per la prima volta sullo schermo una vicenda che finora era passata solo sulle pagine dei libri (il più celebre, 'Le confessioni di Nat Turner' scritto da un bianco William Styron). (...) Piacerà a chi i conflitti storici li ama rievocati sullo schermo con mano grossa e pesante, e un deciso manicheismo (buoni da una parte, cattivi dall'altra, e niente personaggi di buona volontà a confondere il messaggio duro e puro). Parker dice di essersi ispirato al 'Braveheart' di Mel Gibson e c'è da credergli. II sangue scorre per tutto il film e almeno per la prima metà è solo black. Parker non ci fa mancare nulla in fatto di violenza dell'uomo sull'uomo. La ferocia nei campi di cotone deve giustificare la crudeltà dei rivoltosi quando la piccola annata di Turner si mette in moto. Chiamato a reazioni solo di pancia, il pubblico non potrà non apprezzare i bei polmoni spettacolari di cui dà prova il regista Parker (al suo esordio dietro la macchina da presa). E il bel concertato della recitazione. Le facce sono tutte giuste. Da Nate (che fa ovviamente Turner) al volpino Jackie Earle Haley, da Arnie Hammer alla splendida Gabrielle Union." (Giorgio Carbone, 'Libero', 15 dicembre 2016)

"Un film carico di molta retorica, crudo, quasi sadico, diretto da un autore, anche interprete (entrambi con pessima resa), che mette solo se stesso davanti alla storia (vera)." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 15 dicembre 2016)
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