The Assassin

Nie Yinniang

TAIWAN - 2015
4,5/5
The Assassin
Cina, IX secolo, durante il periodo della dinastia Tang. Nie Yinniang è la figlia di un generale, cresciuta da una suora che le ha insegnato le arti marziali e che l'ha trasforma in una assassina seriale e spietata. Nie ha un compito ben preciso: eliminare i governatori crudeli. Un giorno, però, fallisce un colpo e viene rimandata nella terra natia. Ha l'ordine di uccidere Tian Ji'an, l'uomo a cui era stata promessa in sposa. Si tratta di un cugino, ormai adulto, che è alla guida della più grande regione militare del nord del Paese. Sono passati tredici anni da quando Nie è stata portata via da casa e ora deve confrontarsi con il proprio passato, con i genitori e con i ricordi felici. Di fronte a lei una scelta: sacrificare l'uomo del quale è innamorata o infrangereo il patto con "l'Ordine degli Assassini".
  • Altri titoli:
    Nie Yin Niang
    The Hidden Heroine
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:1.85)
  • Produzione: HOU HSIAO-HSIEN PER SPOT FILMS, CHEN YIQI PER SIL-METROPOLE, LAM PETER PER MEDIA ASIA, LIN KUFN, GOU TAI-CHIANG PER CMPC, TUNG TZU-HSIEN
  • Distribuzione: MOVIES INSPIRED (2016)
  • Data uscita 29 Settembre 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Ci sono voluti più di sette anni, ma ne è valsa la pena: l’incursione di Hou Hsiao-Hsien nel più popolare genere cinematografico cinese, il wuxiapian, diventa l’occasione per un’esperienza visiva rigenerante: in The Assassin il ricorso all’action e agli effetti speciali, punti fermi del filone, lascia il posto a un incanto puramente contemplativo, un’immersione estetica in un mondo astratto,  riemerso dalle lontananze del tempo.

Tratto da uno dei racconti risalenti alla dinastia Tang (Nie Yinniang dello scrittore Pei Xing), il film è ambientato nel 9° secolo, nella fase di declino di quella dinastia. La storia non è semplice da seguire, per i tanti personaggi che occupano la scena e perché Hsiao-Hsien non offre troppe spiegazioni. Gli eventi non ci vengono narrati, ma accadono rivelandosi nell’esatto momento in cui li vediamo e poi scivolano, come tutti gli altri, nel flusso ininterrotto della storia. Non ci sono cornici, flashback e didascalie nei quali comprenderli. Bisogna scrutarli e tentare di riannodare i fili facendo attenzione a quello che si dicono i personaggi. L’invito parte proprio dal regista, che allinea il nostro sguardo a quella dell’eroina: sempre da parte, in incognito, nascosti dietro una tenda, spiando a distanza.

Lei è la fascinosa Shu Qi, vecchia conoscenza del maestro taiwanese, che l’aveva già diretta in Millennium Mambo (2001) e Three Times (2005). Nel prologo, girato nel formato 1.37:1 e in uno splendido b/n, Nie Yinniang viene istigata da una sacerdotessa delle arti marziali a mettere in pratica i suoi insegnamenti colpendo coloro che vengono giudicati colpevoli secondo il sacro codice della spada. Ma il rifiuto di Shu Qi di uccidere uno di questi in presenza di un bambino, le costerà l’allontanamento e una penitenza: dovrà eliminare Lord Tian, signore del distretto di Weibo e suo cugino. A questo punto lo schermo riprende colore e torna al suo classico formato panoramico 1.85:1, ma l’infallibilità della sua spada sarà frenata anche stavolta da uno scrupolo di coscienza.

Personaggi come quello di Shu Qi non hanno un’attrattiva classica, rimanendo in silenzio per la maggior parte del tempo e mancando di un’adeguata caratterizzazione psicologica. Hanno invece una dimensione ieratica, che li proietta nel mito e nel mondo degli assoluti: Nie Yinniang è una sorta di Antigone del wuxiapian, per quell’anteporre la legge del cuore a ogni altra. A Hsiao-Hsien non interessa però né la caratterizzazione, né l’identificazione né approfondire la componente femminile del film, ma portare il discorso a un livello più astratto: concettuale nel contenuto, estatico nella forma. Più degli avvenimenti narrati parlano determinate scelte di regia come il ricorso, inedito in Hsiao-Hsien, a close-up repentini, contrapposto al solito utilizzo di piani sequenza in campo lungo. Il close- up introduce un elemento di individuazione molto forte in un cinema dove da sempre lo Spazio e il Tempo della visione riflettono una macchinazione più grande dell’essere umano compreso al suo interno.

La vicenda e i suoi significati non devono però assorbirci più del dovuto, rischieremmo altrimenti di distrarci dalla magnifica cascata di immagini che The Assassin regala: tutto – dai paesaggi incantevoli della Mongolia al tessuto delle vesti, dai colori che in certi momenti sembrano prendere fuoco sullo schermo alle luci create dalla superba fotografia di Mark Lee Ping Bing – è visione, epifania, incantesimo, trasporto. Cinema al grado più alto di erotismo.

NOTE

- CONSULENTE ARTI MARZIALI: STEPHEN TUNG WAI.

- PREMIO PER LA MIGLIOR REGIA AL 68. FESTIVAL DI CANNES (2015).

- PRESENTATO AL 33. TORINO FILM FESTIVAL (2015) NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE'.

CRITICA

"(...) perfetto e marziale melò organizzato dal rinomato taiwanese da festival Hou Hsiao-hsien, di una bellezza formale così assoluta da diventare sostanziale negli occhi tristi di Shu Qi. Una escalation seducente e geometrica anche negli affetti, di amore e guerra coi classici dell'acrobatico e ipnotico genere asiatico, con la clausola che magari tutti questi salti in alto e nel vuoto siano metafora di altri dissidi in cui non ci addentriamo senza chiavi di ingresso." (Maurizio Porro, 'Corriere della sera', 29 settembre 2016)

"(...) uno dei 'wuxiapian' più ambiziosi di sempre (...). Aspettarsi da Hou Hsiao-hsien un film-di-spada come gli altri sarebbe un errore. Questa è l'opera di un esteta, austera e distanziata però traversata da un'emotività di tipo inedito. Che emana da inquadrature una più stupefacente dell'altra, nella pittorica fotografia di Mark Lee Ping-Bin. Peccato che il regista, tutto concentrato su queste, perda a volte il filo narrativo mancando di misura il capolavoro." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 29 settembre 2016)

"'The Assassin' (...) è (...) una versione personalissima del tradizionale cappa e spada cinese, con cui si sono misurati anche registi contemporanei non «di genere», come Ang Lee ('Crouching Tiger, Hidden Dragon') e Wong Kar-Wai ('The Grandmaster'). Intanto il formato -- non l'anamorfico abitualmente usato per dare più spazio ai combattimenti, ma un'aspect ratio molto più stretta, quasi quadrata, che privilegia le linee verticali. Assenti in questo film magnifico (anche quando è indecifrabile) sono i classici guerrieri volanti e il montaggio usato per dilatare l'azione. Con 'The Assassin', Hou Hsiao Hsien ha infatti addomesticato il wuxia alla sua cifra stilistica, fatta di lunghe inquadrature ininterrotte, di ellissi narrative, parca nei primi piani a cui preferisce l'osservazione a distanza. Più vicino ai dilemmi filosofici dei samurai di Akira Kurosawa, che ai monaci aerodinamici di King Hu, 'The Assassin' è un film di bellezza visiva straordinaria (la fotografia è del suo abituale collaboratore, Mark Lee Ping Bing), che obbliga lo spettatore a resettare le sue aspettative, non solo rispetto al movimento interno del film ma anche, e soprattutto, ai suoi accenti." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 29 settembre 2016)

"(...) Shu Qi, incanto senza fine (...) 'The Assassin' del maestro sino-taiwanese Hou Hsiao-hsien, che baratta l'azione e gli effetti speciali endemici al genere cappa e spada (wuxia pian) con una poetica estetica ed estatica, in cui la bellezza regna sovrana. Dai paesaggi mozzafiato della Mongolia ai serici costumi di Nie, dalla mirabile fotografia di Mark Lee Ping-Bin alla straniante colonna sonora (...) di Lim Giong, la prova cinematografica si traduce in esperienza erotica, le arti marziali in elegia esistenziale. Esci dal cinema e ti senti più bello, letalmente bello: non perdetelo (...)." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 29 settembre 2016)

"Piacerà a chi forse non ha mai sentito parlare del regista Hou Hsiao-hsien, ma dopo 'The Assassin' si segnerà di sicuro il nome. Qui siamo davanti a un film- spada di gran livello, con trascinanti battaglie e splendida impaginazione (portentoso e creativo l'uso del colore) ." (Giorgio Carbone, 'Libero', 29 settembre 2016)

"Dimenticatevi il classico wuxia, cappa e spada. Qui, prevalgono le pretese intellettuali, i lunghi silenzi delle scene quotidiane, incomprensibili sviluppi di trama. Insomma, una noia, ma d'autore." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 29 settembre 2016)
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