Tartarughe sul dorso

ITALIA - 2005
Tartarughe sul dorso
Nel parlatorio di una prigione, Lui e Lei stanno facendo una partita a Scarabeo attraverso cui ricostruiscono una serie di avvenimenti del loro passato, fatto di incontri mancati, frasi interrotte e baci mai dati, nonostante per un momento siano stati tanto vicini da poter finalmente realizzare il loro amore...
  • Durata: 92'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: SINTRA
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE (2005)
  • Data uscita 6 Maggio 2005

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Nel parlatorio di un carcere, un lui (Fabrizio Rongione) e una lei (Barbora Bobulova) ripercorrono la loro vita giocando a Scarabeo. Da quando, bambini, si scambiarono in pegno una tartaruga, fino all'epilogo della loro unione: un'esistenza trascorsa in attesa dell'altro, fatta di incontri casuali e progressive perdite, ora sospesa sull'intreccio che si viene a formare dalle parole del gioco da tavolo.
Scritto e diretto dall'esordiente Stefano Pasetto, Tartarughe sul dorso si snoda attraverso le ossessioni della memoria, l'impossibilità di dimenticare. Una nuca di donna quale traguardo dei sensi e una visione/presenza sul mondo che non può prescindere dal ricordo, per una pellicola raggelante e inesorabile come la bora. Proprio le suggestioni derivanti da una Trieste splendidamente filmata (soprattutto grazie al buon lavoro del direttore della fotografia, Paolo Bravi) imprimono al racconto la forza necessaria per esprimersi: seppur non particolarmente riuscito nei dialoghi e un tantino forzato nell'interpretazione di Rongione - impegnato nel difficile compito di dare corpo ad un personaggio al tempo stesso buono e violento, ribelle e indefinito - il lavoro di Pasetto merita comunque di non passare inosservato, convincendo per la struttura narrativa volutamente aperta e sfumata. Forse realizzato più con la testa che con il cuore, Tartarughe sul dorso - metafora con cui si vuole indicare la necessità dell'aiuto altrui per riportarsi su una prospettiva perduta - si bea dell'ennesima, convincente prova di Barbora Bobulova - recentemente premiata con il David per Cuore Sacro - meno bella ma più affascinante del solito.

NOTE

- PRESENTATO ALLE "GIORNATE DEGLI AUTORI", VENEZIA 2004.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2006 PER: REGIA PER UN'OPERA PRIMA, COLONNA SONORA.

- STEFANO PASETTO E' CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2006 COME MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE.

CRITICA

"In un equilibrismo temporale, Stefano Pasetto, il regista di 'Tartarughe sul dorso' al suo debutto nel lungometraggio, sceglie efficacemente, in controtendenza, di immergere la storia nella dimensione rarefatta di una Trieste impersonale, dove magicamente basta sfiorarsi, a volte, per riconoscersi. E questo sfiorarsi, con parole, oggetti, ricordi è stato da sempre il cammino comune scelto dai due protagonisti: intensa e convincente Barbora Bobulova, eccessivo nel ripiegamento e nella rabbia Fabrizio Rongione. Più volte hanno incrociato i propri destini, come quelle frasi scomposte e poi ricomposte nel loro gioco preferito, lo Scarabeo. Ma in fondo nessuno dei due è riuscito nel passo decisivo, il ribaltamento di una prospettiva di vita. Parabola ben costruita della solitudine contemporanea, per sfuggire al melò il film rischia talvolta di diventare asettico." (Leonardo Jattarelli, 'Il Messaggero', 6 maggio 2005)

"L'esordiente Pasetto ha voluto un film di metafore, di 'parole non dette', di suggestioni, di associazioni, d'immagini. Sicuramente non d'intreccio. E aveva probabilmente molto presente un modello: quello del polacco Kieslowski, mago nell'inseguire le casualità della vita. Punto di riferimento per molti cineasti, anche un po' pericolosamente. Perché governare certe atmosfere, non detti e salti temporali, è difficile e si rischia la confusione. (...) Rispetto, interesse, ma non si può dire riuscito." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 6 maggio 2005)

"'I giorni della tartaruga' (metaforica ma anche reale), sentimenti vissuti con inutile pazienza, corazzati verso un mondo esterno che non capisce, non accetta, non perdona. Raccontato in flashback, un amore fragile e disperato, esile e complicato, che parte dall' infanzia ma si scontra contro la vita: non resta che giocare a Scarabeo, dalla prigione. Un altro gioco di pazienza, come quello affettivo. (...) Il regista deb, molto preparato, è Stefano Pasetto, che rischia il formalismo. Lui è Fabrizio Rongione, dei fratelli Dardenne, citati non a caso: un film sulla forza del destino, un buon, esile esordio." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 maggio 2005)

"La trama è da mélo; ma lo stile, raggelato, spinge in secondo piano gli eventi per dare spazio alle sensazioni e all'impotenza sentimentale dei personaggi." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 settembre 2004)
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