Tanna

AUSTRALIA, VANUATU - 2015
4/5
Tanna
Pacifico meridionale. Wawa si innamora di Dain, nipote del capo tribù. In seguito a un conflitto tra gruppi rivali, la ragazza viene promessa sposa a un uomo più grande come accordo di pace. Wawa è ignara di tutto e quando scopre cosa è stato deciso per il suo futuro, scappa insieme a Dain. Una scelta difficile, al di là di cultura e tradizione.
  • Durata: 104'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Produzione: MARTIN BUTLER, BENTLEY DEAN, CAROLYN JOHNSON PER CONTACT FILMS
  • Distribuzione: TYCOON DISTRIBUTION (2017)
  • Data uscita 4 Maggio 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Luca Pellegrini

A Tanna non lo avevano mai visto, il cinema, prima di allora.
Almeno fino a quando i due documentaristi australiani Martin Butler e Bentley Dean, incappati in una storia non leggendaria ma realmente accaduta a due giovani morti per un amore impossibile, non decisero che su quell’isola sconosciuta nel sud dell’arcipelago delle Vanuatu, Tanna appunto, si poteva rischiare cogliendo da quella vicenda di ribellione e di morte il materiale per un film di finzione. Che ha appassionato il pubblico e, dopo essere stato presentato alla Settimana Internazionale della Critica nel 2015, vincendo il Premio del pubblico, è arrivato con sorpresa anche alla candidatura degli Oscar tra i migliori film stranieri.

Avventurosi i preliminari, raccontati dagli stessi registi: “Abbiamo spiegato agli abitanti di Tanna cos’è un film, chiesto se volessero farlo, ci hanno risposto “sì”. Abbiamo vissuto con loro prima delle riprese, deciso insieme chi avrebbe recitato, lavorando in condizioni estreme: non c’è elettricità, sull’isola, e la polvere ha danneggiato le cineprese”. Sono arrivati alla fine delle riprese, hanno mostrato loro il film stendendo un telone tra due alberi, prima di portarlo in Occidente e presentarlo alla “civiltà”. Se ne sono andati ricevendo come dono un pollo e una radice sacra di kava, da cui si produce una bevanda inebriante.

Gli aspetti antropologici sono un accompagnamento necessario per raccontare la genesi di Tanna, ma senza assolutamente condizionare la qualità filmica del risultato. Che si poggia prima di tutto su due fatti condizionanti: la totale naturalezza di quelli che attori non sono ma devono recitare, e la forza scenografica di una natura dalla bellezza incomparabile, ripresa con eleganza e con inquadrature di grande suggestione, alternate ad altre più attente alla vita quotidiana delle tribù, ai loro costumi, che in fondo ci affascinano.

Tra mare, foreste e lande di cenere e pietre due tribù stabiliscono che due dei loro giovani, per costruire un periodo di alleanza e di pace, debbano sposarsi.  Wawa, la ragazza, cerca di ribellarsi a questo matrimonio combinato, perché le sue attenzioni sono tutte per Dain. Ma anche da quelle parti la ragion di stato (come succedeva a Verona per Shakespeare, cui è impossibile non pensare) ha le sue ferree regole e solo il loro sacrificio li libererà da una infelicità sicura. Il loro viaggio d’amore finirà tragicamente, ma cambierà per sempre il corso delle unioni a Tanna, introducendo la possibilità di matrimoni per amore, nel rispetto del Kastom, un sistema di leggi tradizionali legati alla cosmologia.

Indimenticabile il momento in cui, stagliandosi sul rosso fuoco della lava che zampilla dal vulcano Yahul, lo spirito madre degli abitanti di Tanna, i due giovani, appoggiati l’uno all’altro, vanno ad incontrare i loro antenati. La morte come un dolce incontro di anime.

NOTE

- LA SCENEGGIATURA È STATA SCRITTA IN COLLABORAZIONE CON LA POPOLAZIONE DI YAKEL.

- PREMIO DEL PUBBLICO PIETRO BARZISA COME MIGLIOR FILM E PREMIO FEDEORA PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA ALLA 30. SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA (VENEZIA, 2015).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2017 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Si fa esperienza di una sensazione insolita quando si è messi di fronte a 'Tanna' (...). Una sensazione che cresce man mano che si procede nella visione, sorpresi e affascinati al contempo dalla distanza che esiste tra le immagini e i personaggi, tra il fascino (e la bellezza) della natura selvaggia in cui si svolge il film e la selvaggia primitività dei suoi attori. La macchina da presa è la guida per entrare in una specie di paradiso perduto, il cui fascino si ingigantisce grazie all'eleganza delle riprese, alla ieratica composizione delle inquadrature, alle sfumature e al contrasto dei colori , anche se poi lo sguardo è come risvegliato dall'inattualita dei corpi e dei volti che in quel mondo incantato si muovono e agiscono." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 1 maggio 2017)

"Girato sui luoghi dell'azione- alle pendici del vulcano sacro Yahul -e con attori spontanei' ( gli aborigeni ), il film racconta una storia universale senza abbandonarsi a eccessi di pittoresco. Il che non gli impedisce di adottare una struttura narrativa leggibile, con tanto di setup e payoff come in un classico americano." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 4 maggio 2017)

"(...) è uno di quei film che punta sulla verità della storia (un didascalia all'inizio lo mette subito in chiaro) e su un contesto dichiaratamente eccentrico al nostro sguardo. (...) Il dubbio che assale, vedendo un film nel quale Io stile documentario e la messa in scena si mescolano continuamente, è se la vicenda rappresentata, di fatto una storia d'amore ostacolata da interessi superiori, sia universale al punto da poterci identificare in quanto abitanti del pianeta Terra, o se per caso le vite di persone irriducibili ai nostri schemi siano state incluse a forza in un racconto costruito per il nostro gusto. In altre parole, Omero, Shakespeare e Manzoni sono i rappresentanti dell'esistente a qualsiasi latitudine o certa antropologia ha il sapore indelebile del colonialismo?" (Mazzino Montinari, 'Il Manifesto', 4 maggio 2017)

"Da non scambiare, e abbandonare, per documento etnografico o film antropologico per specialisti solo perché è ambientato, con interpreti locali, tra i villaggi di alcune delle rare tribù al mondo ancora fedeli all'esclusiva tradizione della foresta (...). Giulietta e Romeo in nauvhal è corretto, ma aggiungete il brivido, a volte, miracoloso, di un viaggio ancestrale tra natura e cultura." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 4 maggio 2017)

"Osannato dalla sua première mondiale veneziana - dove ha vinto la Settimana Internazionale della Critica 2015 - alla Notte degli Oscar dove concorreva quale miglior film straniero, 'Tanna' naviga ben oltre l'esperimento antropologico dei due documentaristi (deb 'in finzione') australiani Dean e Butler: dal lavoro profondo e radicato di 5 anni sul territorio emerge un film drammaturgicamente maturo, recitato da non attori che hanno 'imparato' a riproporre se stessi, e motivato dal desiderio di mescolare antiche tragedie ('Romeo e Giulietta') a drammi contemporanei di reale accadimento. Prima produzione cinematografica della storia siglata dalla nazione di Vanuatu: da vedere con trasporto ed emozione." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 4 maggio 2017)

"La nomination per il miglior film straniero è sicuramente esagerata, però questo insolito dramma australiano ha un indubbio fascino. (...) Stupendi paesaggi fano da sfondo alla passione proibita." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 4 maggio 2017)

"Gli aspetti antropologici sono un accompagnamento necessario per raccontare la genesi di 'Tanna', che si poggia prima di tutto su due fatti: la totale naturalezza di quelli che attori non sono e la forza scenografica di una natura dalla bellezza incomparabile." (Luca Pellegrini, 'Avvenire', 5 maggio 2017)
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