Survival of the Dead

USA - 2009
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Survival of the Dead
Un'isola remota al largo della costa nordamericana che dovrebbe essere una sorta di paradiso terrestre è minacciata da un'invasione di zombie. Alcuni ex militari sopravvissuti arrivano sull'isola in cerca di un posto tranquillo dove poter iniziare una nuova vita e si accorgono con orrore che quella che sembra una cittadina tranquilla in realtà nasconde terribili segreti...
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: HORROR
  • Specifiche tecniche: RED ONE CAMERA, 35 MM
  • Produzione: DEVONSHIRE PRODUCTIONS, NEW ROMERO, BLANK OF THE DEAD PRODUCTIONS, SUDDEN STORM PRODUCTIONS

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
I morti viventi sono tornati. Anzi, a dire il vero, non se ne sono mai andati. Ma c'è un'isoletta, al largo della costa nordamericana, dove si cerca di affrontare la situazione in maniera differente. In contrasto da generazioni, le casate degli O'Flynn e dei Muldoon non riescono a trovare sintonia nemmeno di fronte agli zombie: i primi li fanno fuori senza pensarci due volte, invitando gli stranieri ad arrivare sull'isola per trovare sicurezza, i secondi - che invece ammazzano tutti i volti nuovi che incontrano - preferiscono metterli in catene, sperando che un domani ci possa essere una cura per far tornare "in vita" le persone amate. Quando sull'isola arriverà un gruppetto di militari, la situazione è pronta ad esplodere definitivamente...
"No man is an island", diceva John Donne. E aveva ragione. Ma non aveva fatto i conti con George A. Romero, con i suoi morti viventi, e con la nuova metafora di un luogo (saranno forse gli USA?...) che guarda con sospetto lo "straniero" e gestisce ogni tipo di situazione manco fossimo in un western. Il cineasta che diede il via ad uno dei filoni più fortunati del genere horror non fa mistero di preferire gli zombie agli esseri umani, e dopo il recente Diary of the Dead (mai uscito da noi, arriverà in DVD) porta in Concorso a Venezia la sua ultima (?) "riflessione" sul rapporto tra viventi (pochi) e non: inconsapevole arresa o morte definitiva di un cinema horror superato e sbilenco? Probabilmente la seconda delle due ipotesi, anche perché Survival non spaventa, ha poco ritmo, strappa qualche risata (questa comunque ricercata dal regista) e offre quell'unico spunto narrativo. Gli zombie lenti e caracollanti non abitano più qui: nell'era de La horde i morti viventi sono tutt'altra cosa...

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 66. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2009).

CRITICA

"'Survival of the Dead' racconta la faida tra le famiglie O'Flynn e Muldoon che si combattono su un'isoletta degli Usa sul destino dei non morti: sterminarli tutti o addomesticarli cercando di insegnare 'loro' a mangiare altro che non la carne umana? Verranno coinvolti nello scontro un gruppo di militari diventati banditi e un adolescente saputello. Il tema dell'educazione dello zombi era già stato affrontato da Romero nell'esistenzialista 'Il giorno degli zombi' (1985). Quindi niente di nuovo. Zero truculenza (effetti speciali dilettanteschi), buchi di sceneggiatura (il mondo sembra invaso dagli zombi ma esistono internet e gli show tv), attori mediocri e pressapochismo registico (personaggi che ne passano di tutti i colori ma sono sempre pettinati). Romero è il Bergman dell'horror. Averlo in Concorso a Venezia è la prova definitiva che l'ormai ridicolo muro tra cinema di genere e d'autore può essere definitivamente buttato giù. In teoria la scelta di Müller è ancora forte e coraggiosa. Nei risultati, però, è stata un'occasione completamente sprecata." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 10 settembre 2009)

"Meno male che in concorso c'era anche 'Survival of the Dead', sesta puntata della saga dei morti viventi allestita dall'inventore George Romero con un'intelligenza, una drammaturgia e un sarcasmo da applausi a scena aperta." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 10 settembre 2009)

"'Survival of the Dead' del grande George A. Romero è brutto, una solita storia di morti viventi contro vivi morenti, con in più un tocco western e un poco più di raccapricciante delle opere ormai classiche del regista."(Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 10 settembre 2009)

"Un' accusa - quella di eccesso di raffinatezza - che non si può rivolgere a Romero, che per l'ennesima volta ritorna ai suoi amati zombi. In 'Survival of the Dead' il problema non è tanto eliminarli quando scoprire come si possano far «convivere» con i vivi, ma i valori metaforici di questa storia (si può dare la morte ai moribondi? perché l'umanità non sa resistere all'istinto di uccidere?) si perdono ben presto in una sceneggiatura che fa acqua - e sangue - da tutte le parti." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 10 settembre 2009)

"Tristi, amareggiati, profondamente delusi. Il cinema di George Romero ci ha lasciati. Finito per la prima volta nella sua carriera nel concorso veneziano con 'Survival of the Dead', il padre degli zombie cinematografici ha esaurito ogni possibile forza espressiva e spinta politica. La sua sesta rappresentazione dei morti viventi abbozza chiazze di racconto, ciondola qua e là confermando la variante degli zombi subacquei iniziata con 'Land of the Dead' (2005) e l'assoluta mancanza di un discorso estetico se non quello di un pallido low budget da set canadese. (...) Nel film di Romero, non riusciamo nemmeno a instaurare un rapporto dialettico con il sentimento di terrore. A chi fanno paura questi zombi? A chi potrà mai stare a cuore l'incolumità del gruppetto di marines che si allea con la famiglia O'Flynn, contro quella dei Muldoon, nella remota isoletta del Delaware? Romero ha smarrito l'abbecedario dell'horror, sostituendo l'allegoria della morte con una gratuita e spregiudicata spacconeria dei caratteri in scena." (Davide Turrini, 'Liberazione', 10 settembre 2009)

"Per fortuna che c'è George A. Romero, con una feroce e misteriosa metafora dell'America oggi, il bellissimo western- horror 'Survival of the Dead'. (...) Per la prima volta Romero è invitato a una competizione di livello A, cosa che imbarazzerà i cinefili lobotomizzati dai nostri d'essai, che, tra carrelli inebrianti, piani aptici e dolly rigorosi, non si accorgono che a «girare bene» sono spesso nelle sale cose ben più volgari delle cineprese o delle Red-cam. Infatti questa sfida all'Ok Corral tra una famiglia di cowboy all'antica e una di sterminator che sembrano usciti dal 'Tranquillo week end di paura', è da cinema classico, è terra, fuoco e acqua come superstar, è il 'Furore' dei giorni nostri. Solo che viene osservata con un cinismo che contagia anche neri e ispanici da un drappello di professionisti stile agenti Enron, interessati, come in Iraq, solo al bottino. Questo film è un'altra prova che i proletari senza rivoluzione, ovvero le moltitudini diseredate ma ancora in lotta sotterranea non sono più in esilio su Marte, ma vivono perfino negli States, nel cuore dell'Impero, finché resisteranno. Tutta la saga degli zombie del cineasta di Pittsburgh in realtà ci ha informato, dall'anno 1968, e in altri 5 capitoli, delle loro peregrinazioni e deambulazioni, vittorie e ritirate, senza leader, senza terra, senza partito e senza teoria, attraversando la crisi delle metropoli, la fine dello stato sociale, la tolleranza zero e, finalmente, nel 2008, in 'Le cronache de morti viventi', la prefigurazione di un leader come Barack Obama, che potrebbe capovolgere il mondo, o almeno moderarne la ferocia. Infatti il film finisce con un new deal possibile, tra umani e 'morti viventi'. Come in 'Twilight': e se i vampiri diventassero tutti un po' vegan o almeno mangiatori di carne di cavallo? Forse le risorse del mondo basterebbero per ricchissimi e poverissimi. Aveva ragione John Ford, e la Cina lo dimostra. La cellula familiare agricola deve dirigere tutto, contro la natura feroce e contro la civiltà assassina. Fosse solo meno decrepita, inebetita, incestuosa e promiscua di quella che costruì, su troppe tombe, il grande paese. L'ex grande paese." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 10 settembre 2009)
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