Still Life

GRAN BRETAGNA, ITALIA - 2012
4/5
Still Life
Struggente racconto donchisciottesco sulla vita, l'amore e il 'post mortem'. Meticoloso e organizzato fino all'ossessione, John May è un impiegato del Comune incaricato di trovare il parente più prossimo di coloro che sono morti in solitudine. Quando il suo reparto viene ridimensionato, John concentra i suoi sforzi sul suo ultimo caso. Inizierà così un viaggio liberatorio che gli permetterà di iniziare a vivere, finalmente, la sua vita...
  • Durata: 87'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Produzione: UBERTO PASOLINI, FELIX VOSSEN, CHRISTOPHER SIMON PER REDWAVE FILMS, EMBARGO FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON CINECITTÀ STUDIOS, EXPONENTIAL MEDIA, BETA CINEMA E RAI CINEMA
  • Distribuzione: BIM (2013)
  • Data uscita 12 Dicembre 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Ci sono film che hanno una grazia rara: ci fanno sentire meglio, migliori. E' una grazia che Still Life di Uberto Pasolini possiede. E' un film che si prende cura di noi, prima di tutto. Si svela pian piano, attento a non perdere mai poesia e interesse. Chi è John May? Chi è l'uomo che assiste in solitaria a tutti i funerali, in piedi, giù in fondo, mentre si compie l'estremo rituale?
Interpretato da magnifico Eddie Marsan, John è un impiegato del Comune incaricato di trovare il parente più vicino di coloro che sono morti da soli. Quando non vi riesce, il più delle volte, tocca a lui organizzare le esequie, prendervi parte, inventare ricordi e parole di un cordoglio. Restituire a chi non c'è più la dignità di una storia che nessun altro potrebbe più raccontare. Un senso del loro passare.
John svolge il proprio lavoro con una scrupolosità maniacale. Di più: raccoglie le loro foto in un album dei ricordi. Come fossero i suoi. Del resto John non ha nessuno, anche lui sembra morto, rispetto ai vivi mostra però più cuore e passione. Il comune lo licenzia - la sua scrupolosità è una perdita di tempo e di denaro - non prima però di aver chiuso l'ultimo caso.
Pasolini, filmaker italo-inglese, ci porta dentro l'ossessione buona di quest'uomo senza morbosità, ma con un rispetto e una sensibilità che sciolgono. Sospeso su una nuvola di leggerezza, affidato a un'efficace poetica degli oggetti (la "natura morta" del titolo), Still Life è un delicato valzer degli addii, un'opera che riporta lletteralmente la morte "in vita", rivelando i legami che misteriosamente uniscono viventi e defunti.
Con la disarmante semplicità della messa in scena, l'ineffabile malinconia del sonoro, la sensibile performance attoriale, il film penetra la materia dura e ottusa dell'esistenza con una forza e un sentimento rari. Un'opera autentica, emozionante, profondamente conciliante, che vale tutte le sue lacrime.

NOTE

- PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE REGIA, PREMIO FRANCESCO PASINETTI PER MIGLIOR FILM, PREMIO CICAE-CINEMA D'ARTE E D'ESSAI, PREMIO CINEMATOGRAFICO "CIVITAS VITAE PROSSIMA" ALLA 70. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2013).

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2014 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

CRITICA

"'Produttore di successo (era suo 'Full Monty') e già regista di un esordio riuscito a metà ('Machan - La vera storia di una falsa squadra'), questo nipote di Luchino Visconti trasferitosi a Londra sceglie per 'Still Life' uno stile di classica semplicità: inquadrature fisse che spesso «rimpiccioliscono» il protagonista riprendendolo leggermente dall'alto, essenzialità narrativa in sintonia con un'economia di mezzi espressivi efficace e funzionale, un ritmo pacato (che è molto diverso da lento) e calmo che in questi tempi concitati ha l'effetto di una boccata d'aria fresca e rigenerante. Praticamente sempre in scena, lo straordinario Eddie Marsan riesce a trasmettere allo spettatore il peso ma anche i doveri di tutta una vita con una recitazione contenuta e controllatissima, fatta di sguardi muti e dialoghi essenziali, che inquadrature spesso frontali sottolineano con sorprendente efficacia. Arrivando a volte a dare l'impressione che i suoi occhi interroghino direttamente lo spettatore (come nella scena in cui esce dal Bed & Breakfast), quasi a instaurare una complicità capace di andare al di là della semplice occasione narrativa. Tutto questo prende poi ulteriore forza perché l'universo in cui si muove May è quello di un mondo oggi tragicamente diffuso, fatto di persone svantaggiate e sole, la cui unica compagnia è spesso quella della bottiglia. May porta lo spettatore dentro le loro case, tutte uguali nel loro squallore fatto di locali anonimi, con calze e mutande stese ad asciugare, puzza di stantio e disordine diffuso, dove l'unico rapporto con gli altri è l'indifferenza. E ci mostra come spesso l'uomo sia il peggior nemico di se stesso. A meno che il destino non decida di giocare qualche strano tiro..." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 12 dicembre 2013)

"L'eroe del secondo film di Uberto Pasolini sembra uscito da un libro a fumetti o da una canzone, tanto è ben disegnato dall'attore e da una regia essenziale e calibratissima. Invece è frutto di osservazione diretta oltre che di invenzione poetica. E poetico, in certo modo, è il suo lavoro. O almeno il suo modo di viverlo. L'instancabile John May (fenomenale Eddie Marsan), infatti, vive per i morti. Se qualcuno trapassa e nessuno reclama il corpo, lui va in cerca di congiunti o conoscenti. Ma se li trova scopre che lo avevano perso di vista, non gli volevano bene, non vogliono saperne. Così pensa a tutto lui. I morti insomma sono la sua famiglia, visto che lui famiglia non ne ha. Ma sono anche fonte continua di sorprese e emozioni. Quante cose scopre, Joe May, su quei morti! E quante persone, quanti pezzi di vita, quante possibilità incompiute o abbandonate costellano le sue indagini. Fino a quando tutte quelle vite finite non entrano nella sua, rivelandogliela, arricchendola, facendo balenare altre possibilità. Donandogli una ricchezza insperata, in un certo qual modo. Così come questo film emozionante, in nulla funereo malgrado il tema, capace di portarci con pazienza, curiosità, rispetto, dentro solitudini che non sono mai assolute ma contengono sempre mondi nascosti. E pronti a essere scoperti da uno sguardo attento." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 dicembre 2013)

"È la seconda regia di Uberto Pasolini che si affermò come ideatore e produttore del film-fenomeno 'Full Monty'. Eddie Marsan, caratterista che abbiamo visto cento volte e sotto le più prestigiose direzioni, da Scorsese a Mike Leigh a Malick (e nell'ottimo 'Sherlock Holmes' di Guy Ritchie), incarna in modo commovente il suo triste e appassionato personaggio." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 12 dicembre 2013)

"'Still Life' significa «natura morta», tuttavia la parola «vita» contenuta nell'espressione inglese suggerisce meglio il senso del film di Uberto Pasolini, ottimo produttore ('Palookaville', 'Full Monty') che si rivela altrettanto fine e sensibile cineasta. Di May, consapevole dell'importanza dell'uscita di scena dalla commedia della vita, Pasolini fa un personaggio stilizzato, straniato immerso in un mondo di grigi, ma dagli occhi del bravo Eddie Marsan trapela un profondo sentimento umano." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 12 dicembre 2013)

"Qualche ora prima di concedersi il solito bottino di battute, risate e smorfie assortite al gusto di moralismo-qualunquismo, ci sarà qualcuno che amerà un film sulla morte. Intendiamoci, non è certo l'imperativo categorico dei cinefili a spingerci verso il film che ha raccolto consensi straripanti in tutti i festival dove è stato presentato: 'Still Life' dell'italiano diventato da anni londinese Uberto Pasolini non può essere contrabbandato per una storia euforizzante e i suoi valori - che ci sono e sono indubbi - stanno proprio nelle cadenze sottotono, l'essenzialità espressiva e l'esplorazione senza remore di un argomento tabù. Facciamo persino un po' di sforzo per non definirlo lugubre, tanto l'itinerario del protagonista si carica sin dalla prima inquadratura di notazioni desolate; senza cedere al narcisismo dell'erudizione infilata a viva forza in un contesto autosufficiente, dobbiamo però dire che la parabola di Mister May è, insieme a 'Il cappotto' di Lattuada, quanto di più degno di Gogol sia mai stata rappresentato su uno schermo. Non a caso tra gli incubi sospesi tra realtà e fantasia del monumentale scrittore russo, il più ricorrente è quello dell'uomo diligente, imbelle, grigio, goffo, umiliato e offeso dalla spietatezza societaria. L'«anima morta» in questione, interpretata da Eddie Marsan con incredibile attenzione ai particolari e totale immedesimazione nella normalità più anormale che esista, è un impiegato comunale dell'odierno quartiere di Kensington addetto ai defunti solitari e sconosciuti. (...) Già produttore dello scanzonato 'Full Monty', Pasolini solo in apparenza è un epigono del neorealismo britannico alla Loach o Leigh perché, anche dopo una brutale sterzata narrativa a danno dell'omino, il tono prescelto (casomai evocante il desaparecido connazionale Davies) resta delicatamente trasognato, commosso, non recriminatorio e piuttosto favolistico. Gli elementi che concorrono alla riuscita di un film così difficile sono, infatti, i ricami psicologici, le corrispondenze tra paesaggi e sentimenti, i colori spenti accesi qua e là da riflessi di generosità e speranza, il sommesso ma deciso richiamo ai doveri della comunità nei confronti degli emarginati, gli sfruttati e i danneggiati. Se poi il recensore decidesse d'incollarci il solito pistolotto sul degrado odierno, dovremmo mandarlo a rileggersi l'Ottocento di Nikolaj Vasil'evic." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 12 dicembre 2013)

"Uberto Pasolini, 56 anni, italiano trapiantato a Londra, è un personaggio interessantissimo. Intanto perché, nonostante il cognome, è lontano parente... di Luchino Visconti! E poi perché è un bravissimo produttore che per la seconda volta si cimenta nella regia, centrando il bersaglio grosso. 'Still Life' è un'opera compiuta e dolorosa, una grande prova di regia. Il film più importante del Pasolini produttore resta 'Full Monty', un successo mondiale; 'Still Life' non può ambire agli stessi sfracelli al botteghino, ma lo consacra come un regista vero. Il titolo significa, in inglese, 'natura morta'. E di morte si parla: John May, il protagonista, è un uomo di mezza età, una di quelle persone che non notate quando li incontrate in metropolitana. Un travet, un impiegato del comune di Londra con un compito davvero singolare: deve occuparsi di coloro che muoiono in solitudine, senza mezzi e senza nessuno che reclami il cadavere. (...) Una descrizione così puntuale della vita quotidiana di un inglese medio non può non far pensare a certi classici del Free Cinema, ma se dovessimo citare un modello cinematografico a cui Pasolini sembra rifarsi ci verrebbe in mente addirittura Robert Bresson. Il film è austero, minimale, pochissimo dialogato. Eddie Marsan, il protagonista, è straordinario. Lo stile è sorvegliatissimo: inizialmente gelido, avvolge pian piano lo spettatore in un'empatia che nel finale strappa un pianto caldo e liberatorio. Un film sulla morte, pieno di vita." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 12 dicembre 2013)

"Piccola-grande sorpresa all'ultima Mostra veneziana, 'Still Life' non è un film sulla morte bensì sulla vita, indagata nella dignità degli invisibili. L'opera seconda del regista/produttore italiano operativo in Gran Bretagna è solo apparentemente 'statica' (da cui il titolo 'still'), giacché procede con rigore a scoprire l'essenza dell'Uomo. Scritto e diretto con maestria, trova nel magnifico protagonista Eddie Marsan il perfetto complice di talenti." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 12 dicembre 2013)

"Piacerà senza dubbio agli ammiratori del «buon cinema» che ogni anno a Natale, trovano sempre una grossa difficoltà a trovare tra montagne di cinepanettoni qualcosa su cui affondare i denti. Non lasciatevi ingannare da una trama che potrebbe dare il via a un prodotto affogato nella saccarina. 'Still life' è la struggente vicenda di una solitudine che si nutre di solitudini, di un uomo senza importanza che passa la vita a dare importanza a vite di cui nessuno vuole occuparsi. Felpata, certosina la regia di Pasolini (solo omonimo)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 12 dicembre 2013)

"Un piccolo capolavoro. Targato GB, ma scritto, diretto e prodotto dal romano Uberto Pasolini. A Londra l'impiegato John May ha il compito di trovare i parenti di chi è morto solo. Una vita monotona tra telefono, obitorio e treno. Tutto qui. Un film struggente con un magico protagonista, Eddie Marsan, una faccia qualunque, per giunta tendente al brutto." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 12 dicembre 2013)

"La solitudine della morte. Con 'Still Life', Bim porta in Italia (...) il secondo film di Uberto Pasolini, vincitore di tanti premi e riconoscimenti come miglior regia (sezione Orizzonti, Festival di Venezia), il Pasinetti del Sindacato italiano dei giornalisti cinematografici e il bollino del Sindacato critici. Delicato e profondo 'Still Life' è la storia di John May (Eddie Marsan), un impiegato comunale senza famiglia, che organizza i funerali delle persone decedute senza nessuno al loro fianco. (...) In questo film, dove la fretta della vita metropolitana è contrapposta a funerali silenziosi e solitari, si fa strada, senza far rumore, il senso puro della 'pietas'. Una 'pietas' che avrà il suo culmine quando John è chiamato a curare il caso di Billy Stoke, vicino di palazzo e di finestra. Un defunto uguale a tanti altri defunti, ma che porta una novità nella sua quotidianità. Non solo perché John è stato licenziato ed è l'ultimo caso di cui si occuperà (il profitto, che non ha scrupoli soprattutto in tempi di crisi, considera inutili i dettagli per dare dignità alle esequie), ma anche perché nelle sue ricerche troverà amici, compagni di bevute, e anche una figlia (la brava Joanne Froggatt, conosciuta per il suo ruolo di Anne in 'Downton Abbey'). «Il titolo 'Still Life' ha vari significati: 'vita ferma' (come la vita di John) o 'ancora vita' o 'vita fotografata'. In italiano 'Still Life' si traduce 'natura morta', ma nella lingua inglese si punta al termine 'vita' più che alla 'morte'. Infatti 'Still Life' è, per me, un film non sulla morte, ma sul valore della vita degli altri. La mia è un'analisi personale di cosa vuol dire essere soli nella vita. Ho ripensato alle mie serate quando rientro e la casa è buia, silenziosa, senza presenza umana. Il mio riferimento cinematografico è il cinema di Yasujiro Ozu perla capacità di colpire mantenendo basso il volume del film, di raccontare storie di tutti i giorni, con una recitazione realista, pacata e contenuta». E così con un finale commovente e forte Pasolini regala allo spettatore, nel periodo delle solite commedie natalizie, un film da non perdere." (Emanuela Genovese, 'Avvenire', 10 dicembre 2013)
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