SPOGLIANDO VALERIA

ITALIA - 1989
  • Durata: 94'
  • Colore: C
  • Genere: EROTICO
  • Produzione: LIFE INTERNATIONAL
  • Distribuzione: INDIPENDENTI REGIONALI - PLAYTIME, CENTER VIDEO
  • Vietato 18

CRITICA

"Il postino suona sempre due volte? O tre? O dieci? Dal romanzo di James Cain in poi, si è moltiplicato lo stereotipo della donna omicida per interposto amante, spesso nei romanzi di consumo e nei film, qualche volta nella stessa realtà processuale (come noto, a volte è la realtà che copia la fiction). Nell'ennesimo approdo, Bruno Gaburro tenta scarse varianti, soprattutto ambientali e decorative, mentre la vicenda non conosce sviluppi psicologici degni di questo nome ed appare più asserita che dimostrata. Accanto alle esibizioni amorose della bella Di Lazzaro con il suo amante, soft e non hard-core ma però serpentine e saettanti, tali da occupare :almeno un quarto d'ora di film (così si economizzano i dialoghi), il vero protagonista è il loft dove abita l'uomo, dalle colonne in ferro verniciate di bianco, e dove si svolgono gli amplessi mentre si sviluppa la progettazione omicida. (…) Dalila Di Lazzaro è ancor più bella e liberty dei solito: la si vorrebbe vedere in un film art déco. Gérard Manzetti si tiene attaccato ai suoi jeans come Linus alla coperta. Il regista Gaburro pensa alle immagini e al décor, che come si è detto non sono male. E al resto chi ci pensa? Se ne sono dimenticati." (Sergio Frosali, 'La Nazione', 17 Agosto 1989)

"Sesso e sangue, per un thriller senza scatto e povero d'invenzione: oltretutto, involgarito dagli inserti di dettagli anatomici prestati da una controfigura alla protagonista. La quale possiede l'aspetto sempre affascinante di Dalila Di Lazzaro, che è disposta a calarsi per contratto nei panni spesso succinti di una dark lady dalla perfida seduzione, ma evidentemente non sino al punto da degradarsi a esibizioni da locali a luce rossa. La storia, raccontata un po' alla rinfusa, chiama in causa un musicista in crisi per la tragica morte di un fidato collaboratore e una signora dell'alta società (è moglie di un senatore) che egli spia dalla finestra del suo loft in posizioni alquanto compromettenti con il figliastro. (...) Il musicista, che ha l'aspetto un po' melenso e la recitazione inespressiva di Gérard Manzetti, però non ci sta; e allora, la lady lo pone di fronte al dato di fatto, aprendo la via a un finale moralisticamente scontato; comunque incapace di riscattare la piattezza e la superficialità di una messa in scena che guarda ai modelli hollywoodiani, ma non ne riesce mai a ritrovare i ritmi e la coerenza narrativa." ('Il Secolo XIX', 6 Luglio 1990)
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