Somewhere

USA - 2010
Somewhere
Il famoso attore Johnny Marco vive tra alcol, ragazze e fan all'Hotel Chateau Marmont di Hollywood. Prigioniero della sua stessa celebrità, Johnny ha perso il contatto con la realtà e le emozioni, ma poi, un giorno, nella sua vita ricompare l'11enne figlia Cleo...
  • Durata: 98'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Produzione: ROMAN E SOFIA COPPOLA, G. MAC BROWN PER AMERICAN ZOETROPE
  • Distribuzione: MEDUSA
  • Data uscita 3 Settembre 2010

TRAILER

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURA ANCHE FRANCIS FORD COPPOLA.

- LEONE D'ORO ALLA 67. MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2010).

CRITICA

"L'unico 'clan' che non denunceremo mai è quello dei Coppola. Francis, Roman e infine Sofia. Tale padre, tali figli. Lui ha tracciato il sentiero poetico e produttivo indipendente. Loro l'hanno seguito. Poi, se Roman si è dato al reperimento e alla gestione delle risorse, Sofia è oramai la regista di famiglia che succede al padre. Con 'Somewhere', in Concorso a Venezia tra gli applausi (...), ritorna alla dimensione minimale del racconto e della produzione. Budget non elevato, parecchie sequenze girate in esterni, indipendenza di cassa e di idee garantite dalla propria American Zoetrope e dal distributore americano Focus Features. E visto che si segue ancora una volta la storia di un rapporto padre-figlia, di una figura maschile che può e deve rassicurare e di una femminile alla ricerca di sicurezza, probabile che ci si voglia riferire più al target di 'Lost in Transiation' che dell'ultimo sballato 'Maria Antonietta'. (...) Non aspettatevi, però, una critica radicale di un sistema industriale come quello hollywoodiano. Non è nelle corde di Sofia, come non è nelle corde di un qualsiasi statunitense liberal che vuole porsi in modo dubitativo di fronte a questo problema. Semmai in 'Somewhere' il sistema viene lentamente destrutturato dal di dentro, mostrandone gli impressionanti vuoti celati da sfavillanti pieni. (...) 'Somewhere' è un film sommesso e silenzioso, che prende ritmo dall'accumularsi di situazioni all'apparenza inutili (stare seduti su uno sdraio, mangiare un gelato, guardare la tv), ma che nel loro sommarsi creano lo spessore di una solitudine, piuttosto che di un isolamento. Sofia Coppola in questo è proprio maestra. Lasciamola creare in pace. E' davvero il suo mestiere." (Davide Turrini, 'Liberazione', 4 settembre 2010)

"In 'Lost In Translation' c'era una salvezza, un controcampo di normalità, di vita vera di fronte a tutto lo scintillante vuoto del resto. Era il sorriso di Scarlett Johansson. Qui è il rapporto con la figlia del protagonista. Una figlia di undici anni, Cleo, ovviamente bionda ed eterea come tutte le adolescenti del cinema di Sofia Coppola. L'attrice è Elle Fanning, sorella della baby più famosa Dakota. Nel film, mentre il padre si divide tra lap dancers e one night stand, lei è l'unica che riesce a dare un senso al suo tempo vuoto. Giocano insieme, fanno il bagno in piscina. E tutto sembra più vero." (Giovanni Borgani, 'Giorno-Carlino- Nazione', 4 settembre 2010 )

"In 'Somewhere' Sofia Coppola parla di un mondo che conosce benissimo, quel milieu internazionale, lussuoso e finto che gira intorno alle celebrità. Mostra Hollywood com'è, senza glamour e lustrini, fatta di ambienti ricercati come il celebre hotel Chateau Marmont e di Ferrari sfreccianti, di party ad alto tasso alcolico e pasticche, di patetiche ballerine di lap dance a domicilio e di filiformi modelle. (...) Naturalmente i divi, sullo schermo belli, coraggiosi e invincibili, nel privato sono spesso fragili bambinoni, proprio come si vede in 'Somewhere'." (Titta Fiore, 'Il Mattino', 4 settembre 2010)

"L'abissale senso di vuoto che si avverte fin dalla prima sequenza, fissato nel ripetitivo rombare di una costosa Ferrari che gira solitaria su un improbabile circuito, è l'indizio inequivocabile dell'esistenza dissoluta e priva di significato di Johnny Marco, attore sulla cresta dell'onda travolto da un successo che non riesce a gestire emotivamente. È lui il protagonista del film 'Somewhere' di Sofia Coppola, presentato (...) in concorso alla Mostra del cinema di Venezia e uscito in contemporanea nelle sale italiane. Una pellicola imperfetta, ma che conferma la propensione della trentanovenne regista, figlia d'arte, a leggere e rappresentare drammi e miserie umane. Situazioni di disagio emotivo che reclamano una possibilità di riscatto, se non anche di redenzione, come avviene per Johnny Marco. Le giornate del divo hollywoodiano, interpretato da Stephen Dorff, si trascinano nelle nebbie dell'alcol e delle droghe, tra auto fuoriserie, ragazze fin troppo facili e adoranti fans. Il tutto nella cornice del mitico Château Marmont di Los Angeles, l'hotel delle star che ha perso molto del suo antico charme. Una prigione dorata, luogo perfetto di quel nulla nel quale Johnny, tra interviste surreali e rapporti interpersonali superficiali, perde ogni contatto non solo con la realtà, ma con il proprio essere, riducendo la sua vita a una banale ritualità che, nonostante le apparenze, non lo appaga. Sempre più solo, il protagonista è in parte consapevole di ciò ma incapace di trovare quel qualcosa in grado di aprirgli gli occhi e ridare un senso alla sua esistenza. Fino a quando la figlia affidata alla madre separata, l'undicenne Cleo - una brava Elle Fanning, sorella minore di Dakota - irrompe nella sua vita strappandolo al torpore e costringendolo, grazie a una sia pur breve convivenza forzata, a rimettere i piedi per terra e a ritrovare un contatto con la vita reale. Ed è da qui che prende il via il cammino di rinascita di quest'uomo, guidato per mano dalla forza degli affetti. Una forza tanto ingenua, perché affidata all'amore filiale di una bambina, quanto potente, che Sofia Coppola non teme di utilizzare per un finale non scontato. Hollywood, parlando delle sue stelle, ha spesso scelto di raccontare storie che viravano verso conclusioni drammatiche se non addirittura tragiche; divi ai quali, stritolati dallo star system, non è stata concessa un'altra possibilità. Una possibilità che per Johnny giunge dalla famiglia. Una famiglia problematica, ma pur sempre capace di quel di più di amore vero, non virtuale o illusorio, che può restituire senso alla vita. Significativa, e non poco pungente, è la presa in giro della tv spazzatura, con l'inserimento di una scena in cui il protagonista è a Milano per ricevere un noto premio televisivo italiano, tra ballerine seminude, conduttori sciocchi e dichiarazioni di un'inconsistenza devastante. Ma per bilanciare non manca un richiamo al cinema d'autore italiano, da Michelangelo Antonioni, nella sequenza iniziale e in alcune atmosfere rarefatte, a Federico Fellini e al suo Toby Dammit, terzo episodio di 'Tre passi nel delirio', che racconta con toni surreali la storia di un attore sul viale del tramonto. Anche se la linea narrativa è simile nella costruzione, con 'Somewhere' non siamo ai livelli di 'Lost In Traslation', film che valse a Coppola un Oscar per la migliore sceneggiatura, sia perché la storia non riesce ad avere la stessa originalità e profondità, sia perché Stephen Dorff non ha la forza espressiva di Bill Murray. Molto spazio viene, infatti, riservato alla descrizione, certo non nuova, della vita dell'attore hollywoodiano, con sottolineature a volte eccessive e momenti di stanca. Mentre la riscoperta della genitorialità, raccontata nel recupero del rapporto di un padre con la figlia, che dovrebbe essere il fulcro del film, viene trattata con troppa superficialità. Forse la regista voleva evitare di cadere in uno scontato sentimentalismo, e perciò si accontenta solo di accennare a questo legame che comincia a costruirsi, ma lo ascia troppo sospeso. Un peccato, perché il messaggio è interessante: somewhere, da qualche parte ci si può perdere; ma da qualche parte c'è qualcosa o, meglio, qualcuno, che può salvarci. E quel qualcuno può essere più vicino di quanto non sembri." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 5 settembre 2010)

"Piacerà a chi è rimasto deluso da 'Marie Antoinette' e cerca (forse trova) una Sofia Coppola tornata ai temi (sempre il complesso edipico) e alle finezze di 'Lost in translation'." (Giorgio Carbone, 'Libero', 3 settembre 2010)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy