Small Axe

GRAN BRETAGNA - 2020
3/5
Small Axe
Cinque episodi ambientati a Londra tra il 1969 e il 1982, incentrati su storie vere accadute nelle comunità costrette a subire il razzismo e la discriminazione dilaganti.
  • Colore: C
  • Genere: SERIE TV
  • Produzione: MICHAEL ELLIOTT, ANITA OVERLAND PER BRITISH BROADCASTING CORPORATION (BBC), TURBINE STUDIOS, LAMMAS PARK, EMU FILMS, AMAZON STUDIOS

RECENSIONE

di Gian Luca Pisacane

Cinque film per una serie. Cinque “episodi” indipendenti, antologici, compresi tra i 70 e i 129 minuti. A unirli sono i temi militanti, il peso della Storia, e Steve McQueen dietro la macchina da presa. Il titolo: Small Axe, una “piccola ascia” per sensibilizzare. Le puntate: Mangrove, Lovers Rock, Education, Alex Wheatle e Red, White and Blue. Le prime due erano state selezionate al Festival di Cannes.

Alla Festa di Roma hanno presentato l’ultima, Red, White and Blue, al momento l’unica che ci è stata mostrata. Servirebbe di sicuro una visione più ampia per rendersi conto delle effettive potenzialità del progetto. Non sfugge però la precisa cifra stilistica di McQueen, il suo mettere il corpo sempre al centro.

In Hunger (a oggi il suo film migliore) la carne martoriata era un simbolo di resistenza, in Shame la ricerca spasmodica del piacere portava alla tragedia, in 12 anni schiavo la violenza passava attraverso il colore della pelle, in Small Axe la fisicità di John Boyega contrasta la discriminazione. Toni trattenuti, spirito militante, il razzismo come un elemento radicato nella società, quasi impossibile da estirpare.

 

McQueen realizza un war movie in costume, dai toni polizieschi, dove la guerra è per le strade, insita nel pregiudizio, nel classismo. Tanta la carne al fuoco: il conflitto generazionale, i padri che faticano a comprendere le decisioni dei figli, gli abusi delle autorità, la difficoltà nel rimanere saldi, la questione identitaria… Boyega (Leroy Logan, realmente esistito, un faro ancora oggi) all’inizio lavora nella scientifica, poi decide di diventare un poliziotto per portare l’uguaglianza nel sistema. Chi abita nelle periferie gli urla che è “un traditore”, “un finto bianco”. McQueen descrive l’eroismo di tutti i giorni, si concentra sulla quotidianità, resta nei canoni e mantiene una regia misurata. Evita il comizio, la retorica, costruisce una narrazione “oggettiva”, soffocando le emozioni. È il contrario del modo di raccontare di Spike Lee.

Il Black Lives Matter non lo si urla per strada, qui è qualcosa di personale, intimo, un tormento che parte dalla famiglia. Il protagonista non è “solo chiacchiere e distintivo”, è un esempio per la sua comunità, che lo rifiuta perché lo accusa di essere un venduto. È una riflessione sempre più presente nel genere, che raggiungerà il suo apice nello sconvolgente “scambio di pelle” di Lovecraft Country. Se si potesse scegliere, rinnegheresti le tue origini? McQueen risponde di no, e si concentra sulla solitudine del paladino, osteggiato anche da chi dovrebbe amarlo. Red, White and Blue è solo un punto di partenza, a tratti soffocato, ma che forse riceverà ossigeno dagli altri quattro tasselli del mosaico.

NOTE

- SELEZIONE UFFICIALE ALLA XV FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2020), DOVE SONO PRESENTATI GLI EPISODI: "MANGROVE" (128'), "LOVERS ROCK" (70') E "RED, WHITE AND BLUE" (80').
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