Sliver

USA - 1993
Sliver
Carly Norris è una donna in cerca di nuovi stimoli dopo il fallimento del suo matrimonio. Come nuova casa sceglie uno "sliver", come vengono chiamati dai newyorchesi quei palazzi stretti ed alti caratteristici di Manhattan, in cui si sono verificati una serie di incidenti misteriosi e mortali. Tra i nuovi vicini di Carly ci sono Zeke Hawkins, uno scapolo benestante, e Jack Landsford, un autore di best-seller gialli che sembra intenzionato ad investigare sugli incidenti che si sono verificati nel palazzo. Carly, che lavora come redattrice in una casa editrice, intreccia una relazione con Zeke e respinge Landsford solo per ritrovarsi sedotta da un mondo misterioso e clandestino che mette alla prova i fragili confini che separano la realtà dalle sue fantasie più profonde.
  • Durata: 108'
  • Colore: C
  • Genere: GIALLO
  • Specifiche tecniche: SCOPE A COLORI
  • Tratto da: romanzo di Ira Levin
  • Produzione: ROBERT EVANS PER LA PARAMOUNT
  • Distribuzione: UIP - CIC VIDEO
  • Vietato 14

NOTE

- REVISIONE MINISTERO MARZO/APRILE 2001

CRITICA

"D'altra parte il film è costruito a misura di Sharon Stone, Grace Kelly mancata. A parte l'espressione celestiale durante 'l'atto mancato' nella tinozza, la rolling Stone, la rotolante stella del soft, non si risparmia proprio nulla in quanto a efficacia espressiva. E' una donna dolce e vulnerabile per via del recente divorzio. E' una elegante material girl che lavora in una casa editrice. E' una ragazza apprensiva quando apprende che nel suo appartamento si è suicidata la precedente inquilina. E' una femmina disinibita nel caso le necessità lo impongano. (...) In una New York tirata a lucido (stile 'Nove settimane e mezzo') dove si chiacchiera di pesi, palestre, videogame, Pavarotti, coktail, tartufi e trasgressioni, 'Sliver' lascia insoddisfatti un po' tutti e indignati i non meno focosi amanti del thriller." (Fabio Bo, 'Il messaggero', 8 ottobre 1993)

"La regia l'ha curata Phillip Noyce, abituato - si ricordi 'Ore 10 calma piatta' - a far scaturire la suspense da ambienti angusti, in cifre intenzionalmente claustrofobiche. Anche qui, nel chiuso di tutti quegli appartamenti, le stesse cifre hanno abbastanza modo di imporsi, ma l'azione le diluisce con dei colpi di scena che non vanno molto a segno, in un confuso alternarsi di situazioni anche secondarie sostenute di rado, tra le pieghe di un racconto senza nerbo, da tensioni davvero coinvolgenti. Anche Sharon Stone, nonostante tutto il film le sia costruito attorno per rinnovare i fasti piccanti di 'Basic Instinct', non riesce quasi mai ad imporsi, ne con gli atteggiamenti sexy, questa volta solo dozzinali, né in virtù di una mimica ridotta qui a pochissime espressioni, tutte di scarsissimo rilievo." ('Il Tempo', 8 agosto 1993)

"Il film - non casualmente tratto da un romanzo di Ira Levin, lo stesso di 'Rosemary's baby' - ha un andamento strano: parte bene, si ferma a mezz'aria con troppo romanticismo, riparte e diventa interessante con la nevrosi da video. Ma i tempi sono lunghi, i caratteri incerti e non scatta mai il meccanismo definitivo. La tensione rimane frenata, nonostante il profumo del peccato e l'incastro dei 540 video tapes che giocano tra loro, senza sfiorare il vero problema della vita mediata dal video. I due maschiacci sono Tom Berenger e William Baldwin, nevrotico del pulsante, che ha una parte del corpo molto espressiva e qui notevolmente valorizzata. Non sono gli occhi: aperte le scommesse." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 3 ottobre 1993)
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