Sicilian Ghost Story

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Sicilian Ghost Story
In un piccolo paese siciliano ai margini di un bosco, Giuseppe, un ragazzino di tredici anni, scompare. Luna, una compagna di classe innamorata di lui, non si rassegna alla sua misteriosa sparizione. Si ribella al clima di omertà e complicità che la circondano e pur di ritrovarlo, discende nel mondo oscuro che lo ha inghiottito e che ha in un lago una misteriosa via d'accesso. Solo il loro indistruttibile amore le permetterà di tornare indietro.
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Tratto da: liberamente ispirato al racconto "Un cavaliere bianco" di Marco Mancassola pubblicato nel volume "Non saremo confusi per sempre" (ed. Einaudi)
  • Produzione: NICOLA GIULIANO, FRANCESCA CIMA, CARLOTTA CALORI, MASSIMO CRISTALDI PER INDIGO FILM, CRISTALDI PICS, CON RAI CINEMA, IN COPRODUZIONE CON MACT PRODUCTIONS, JPG FILMS, VENTURA FILM, RSI-RADIOTELEVISIONE SVIZZERA/SRG SSR
  • Distribuzione: BIM DISTRIBUZIONE
  • Data uscita 18 Maggio 2017

TRAILER

RECENSIONE

Il miracolo, che era stato il gesto più che il risultato di Salvo, non si ripete in Sicilian Ghost Story.
Non c’è salvezza per i personaggi, direttamente ripescati dalle cronache di sangue dell’isola, metà anni ’90, della memoria incendiata del tritolo e della vergogna sciolta con l’acido (l’omaggio dichiarato è al piccolo Giuseppe Di Matteo, ucciso per vendetta da Giovanni Brusca).
Non si ripete né diventa altro: il registro onirico funziona a intermittenza, momenti in cui l’invenzione sostiene il peso dei vuoti di sceneggiatura.
Non si compatta mai il desiderio di evocare – pulsione sempre presente nella nostra storia cinematografica – con il dovere di comunicare.
Come se raccontare fosse una tediosa incombenza continuamente rimandabile.

Quello tricolore è il cinema dei soggetti, non delle sceneggiature. Spesso e volentieri liberamente ispirati a…
E’ una libertà pericolosa, un’istigazione a volare per chi non sa ancora camminare. Peccato, perché qui il dato di realtà è eloquente di suo: abbiamo una ragazzina di 13 anni, Luna, ribelle in famiglia e sodale per amore di un coetaneo, figlio di un pentito, fatto sparire da un giorno all’altro per legge di vendetta. Il film si consuma nel lamento inascoltato della prima, che prevede e sogna l’inesorabile fine dell’altro.
Si ripete, litanico, riproponendosi in allegorie di spazi - boschi anamorfici, vedute panoramiche notturne, stagni luminescenti, casolari diroccati e metonimici di sventura –  e si organizza in poli conflittuali stereotipati (generazionali, morali, linguistici), dinamiche narrative cristallizzate da un’abitudine a titolare le cose piuttosto che spiegarle.

E tra soggettive di gufi, atmosfere lunari, improbabili immaginari fiabeschi rinuncia pure alla sua singolarità, a quell’indicazione tipica – Sicilian – che pure il titolo suggerirebbe. Così che resta? Una favola sul cadavere della realtà? Un tentativo di “(far) sentire” la mafia che non ricada nei cliché del pilot criminale, utilizzando il sonoro e l’anomalia visiva in funzione perturbante? O l’innocenza tradita di un terra che ha perso possesso e favore degli dei?
L’educazione sentimentale era una chiave interessante, ma mancano porte da aprire e luoghi da attraversare.

Manca poi qualcuno che i film li legga, non li veda soltanto. A Piazza e Grassadonia. E al cinema italiano.
Gianluca Arnone

NOTE

- REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MIBACT-DIREZIONE GENERALE CINEMA; CON IL SUPPORTO DI: EURIMAGES, CREATIVE EUROPE PROGRAMME; CON IL SOSTEGNO DI: REGIONE SICILIANA-ASSESSORATO TURISMO SPORT E SPETTACOLO-UFFICIO SPECIALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO-SICILIAN FILM COMMISSION PROGRAMMA SENSI CONTEMPORANEI CINEMA, REGIONE LAZIO FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO, SUNDANCE INSTITUTE FEATURE FILM PROGRAM, FONDO BILATERALE PER LO SVILUPPO DI COPRODUZIONI DI OPERE CINEMATOGRAFICHE ITALO-FRANCESI; CON LA PARTECIPAZIONE DI AIDE AUX CINÉMAS DU MONDE CNC INSTITUT FRANÇAIS.

- COPRODUTTORI: ANTOINE DE CLERMONT TONNERRE, ELDA GUIDINETTI, ANDRES PFAEFFLI.

- FILM D'APERTURA ALLA 56. SEMAINE DE LA CRITIQUE (CANNES, 2017).

- NASTRO D'ARGENTO 2017 PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA A LUCA BIGAZZI (ANCHE PER "LA TENEREZZA" DI GIANNI AMELIO) E A MARCO DENTICI PER LA MIGLIOR SCENOGRAFIA (ANCHE PER "FAI BEI SOGNI" DI MARCO BELLOCCHIO). LE ALTRE CANDIDATURE SONO: MIGLIORE REGIA E PRODUTTORE (NICOLA GIULIANO, FRANCESCA CIMA E CARLOTTA CALORI SONO STATI CANDIDATI ANCHE PER "FORTUNATA" DI SERGIO CASTELLITTO).

- DAVID DI DONATELLO 2018 PER: MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE. ERA CANDIDATO PER: AUTORE DELLA FOTOGRAFIA, CANZONE ORIGINALE ("ITALY"), DAVID GIOVANI.

- CANDIDATO AL GLOBO D'ORO 2018 COME MIGLIORE SCENEGGIATURA.

CRITICA

"(...) la Sicilia di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza non concede molte speranze. 'Sicilian Ghost Story', invitato a inaugurare fuori concorso la Sémaine de la Critique, prende spunto dal sequestro del tredicenne Giuseppe Di Matteo, rapito dalla mafia e sciolto nell'acido dopo due anni di prigionia, riletto attraverso le forme del fantasy e le proprie ambizioni registiche. Così il film racconta, con i toni della favola nera, l'amore tra Giuseppe e la compagna di scuola Luna, il cui legame, malvisto dai genitori, sembra a volte aiutare il ragazzo durante la prigionia mentre a volte diventa pulsione di morte per lei. Una specie di sogno immaginato e anti realistico che però finisce per snaturare i ricordi dei fatti reali, soffocati sotto troppi compiacimenti autoriali." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 19 maggio 2017)

"I due registi siciliani partono da un agghiacciante fatto di cronaca - il rapimento e l'uccisione del figlio di un pentito, Giuseppe Di Matteo, il cui corpo verrà dissolto nell'acido - per raccontarlo in forma di favola nera dove l'amore ha però un ruolo importante. (...) Ma se la scelta di raccontare la cronaca attraverso il genere - fantasy, horror, love story - in una Sicilia inedita, quella montuosa dei Nebrodi, è senza dubbio coraggiosa e interessante, manca nel film la capacità di governare la materia, di metterla al servizio della storia così che l'uso ridondante di visioni e sogni finisce per sottrarre rigore alla messa in scena." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 19 maggio 2017)

"(...) il secondo film di Piazza e Grassadonia dopo 'Salvo' (...) lascia perplessi. Alcuni difetti del lavoro precedente esplodono alle prese con il progetto ambiziosissimo di raccontare come una fiaba nera una delle imprese più agghiaccianti di Cosa Nostra: il rapimento del tredicenne Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, tenuto prigioniero per oltre due anni prima di essere strangolato e sciolto nell'acido. (...) Il talento visivo degli autori si scatena sul versante gotico, con citazioni dalla 'Morte corre sul fiume' e dal nostro horror anni 70; ma la confezione visiva assicurata dalla virtuosistica fotografia di Luca Bigazzi si alterna a cadute di gusto, e la parte che racconta la ribellione della ragazza è piatta, con un'imbarazzante direzione degli attori. Tra fantasmi, visioni, sogni il film si perde: cerca in buona fede di sfuggire agli stereotipi del mafiamovie, ma per superficialità e compiacimento del bello stile risulta un prodotto kitsch, suggellato da un finale incoerente e dalla morale sconcertante." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 19 maggio 2017)

"È dunque di nuovo la questione della consapevolezza e della responsabilità contro l'abitudine a non vedere - quell'essere cieco che era nel primo film - che Grassadonia e Piazza mettono al centro della narrazione, rivendicando tra gli incubi più orrendi una possibile libertà. Ma cosa significa in termini di cinema? Di fatto un piacere di guardarsi filmare, il compiacimento del virtuosismo che se in 'Salvo' era già fastidioso - sgonfiando dopo poco ogni tensione - qui diviene esasperato: fughe, movimenti sinuosi, i primissimi piani di un cardo, l'acqua che cola cola cola, dimensione liquida (ma assai poco baumaniana) in cui svaniscono i personaggi e le loro sfide. Una danza sul vuoto che sfiora l'abiezione: è davvero «necessario» soffermarsi sui brandelli di grasso disciolto del ragazzino che fluttuano? Ci dice qualcosa in più dopo avere incatenato i protagonisti in un supplizio insostenibile - non sostenuto dalla recitazione di nessuno degli attori? E non si tratta di moralismo, no, perché il cinema della crudeltà, artaudiana magari, può avere una sua coerenza che non significa però semplicemente «compiacimento di sé». Non è politico, non rompe alcuno stereotipo: la metafora è qualcosa di più che una «bella immagine»." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 19 maggio 2017)

"Il tentativo è ambizioso, coraggioso e a tratti fascinoso: trasfigurare in chiave fantasy il caso Di Matteo, che frequentando le scuole dell'isola per il casting i due registi hanno appurato essere ignoto a chi oggi ha tra i 13 e i 20 anni. E, siamo onesti, a molti più cresciuti. Dunque, scordarsi 'i commissari che nuotano e mangiano pasta alle sarde' (Montalbano, ndr), non lasciare alle fiction 'l'abuso delle vittime di mafia' e fare di genere virtù taumaturgica, di Giuseppe un nuovo ragazzo invisibile, tragicamente tale, con i superpoteri delegati all'immaginazione artistica dietro la macchina da presa e alla re-immaginazione sociale davanti allo schermo. (...) Insomma, le intenzioni non si discutono, anzi, si lodano, ma troppo in 'Sicilian Ghost Story' è sospeso, intorcinato, irresoluto: se l'impiego del genere è prezioso, l'utilizzo autorale che i due registi fanno del genere stesso è problematico. La drammaturgia per iterazioni, ellissi e evocazioni darebbe filo da torcere a Vladimir Propp, il celebre antropologo della 'Morfologia della fiaba' (1928), nonché lo darà ai giovani cui si destina bene 'Sicilian', bene 'Ghost', meno bene 'Story'. Anche qui non possiamo stupircene troppo: il cinema italiano oggi ha soggetti persino folgoranti, ma non le sceneggiature." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 19 maggio 2017)

"Una favola nera per sanare una ferita, un atroce fatto di cronaca sublimato in chiave fantasy con tanto di fantasmi, orchi, foreste misteriose (...)" (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 19 maggio 2017)
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