Sex and the City 2

USA - 2010
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Sex and the City 2
Carrie Miranda, Samantha e Charlotte sono tornate. Nella New York di inizio Millennio minacciata dalla crisi economica, le quattro amiche dovranno vedersela con problemi sempre diversi e pressanti. Le famiglie, il lavoro, i nuovi e vecchi amori le metteranno alla prova, ma sapranno ancora una volta restare unite...
  • Durata: 146'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: personaggi tratti dalla serie tv omonima
  • Produzione: HBO FILMS, HOME BOX OFFICE (HBO), NEW LINE CINEMA, VILLAGE ROADSHOW PICTURES
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
  • Data uscita 28 Maggio 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Due anni dopo aver coronato il sogno del matrimonio con Big, Carrie si interroga sulla nuova routine da donna sposata (fatta di divano e schermi piatti). Le tre storiche amiche non se la passano meglio: Charlotte non trova un attimo per sé a causa delle due bambine, Miranda non pensa ad altro che al lavoro, Samantha tenta di mantenersi “giovane” seguendo scrupolosamente un programma a base di ormoni, creme e quant’altro possa rallentare il suo percorso verso la menopausa. Sarà proprio grazie a quest’ultima, invitata da uno sceicco per conoscere le meraviglie del “nuovo” Medio Oriente, che le quattro “ragazze” voleranno ad Abu Dhabi, per una settimana a base di relax e comfort, decise a lasciare i pensieri a New York e ritrovare loro stesse.
La città è ormai solo un ricordo, il sesso – se non fosse per l’istancabile Samantha (Kim Cattrall, come sempre la più convincente e al contempo la più volgare) – niente più che un pretesto: abbandonata per buona parte del film già due anni fa, New York stavolta è solamente la comparsa di un teatrino che per mantenersi vivo tenta la carta dell’esotico a buon mercato, tra stanche gag e colpi bassissimi (la sparata nel suk contro le usanze musulmane è disastrosa, la successiva scoperta che sotto il velo integrale si nascondano irriducibili fashion victim strappa mezzo sorriso), con le quattro protagoniste in continua lotta tra il nascondere l’inesorabilità del tempo che avanza e il baratro di ridicolaggine in cui rischiano di affondare a causa di una scrittura e una direzione (ancora affidate a Michael Patrick King) ben al di sotto il livello di guardia. Certo, proseguire sull’intuizione che dà il via al film (Carrie che ripensa a quando, negli anni ’80, arrivò per la prima volta a Manhattan e “rivede” come erano conciate sia lei che le amiche) non sarebbe stato “anagraficamente” possibile, ma tutto quello che siamo costretti a subire per centoquarantasei-interminabili-minuti è altrettanto “fantascientifico”. Per non parlare delle attese guest star che “arricchiscono” il parterre, inutili quanto tante situazioni incollate nella storia per fare volume: dalla performance di Liza Minnelli al forzatissimo matrimonio gay di Anthony e Stanford, all’apparizione di Miley “Hannah Montana” Cyrus su un red carpet, fino alla comparsa di Pénelope Cruz (neanche nei panni di se stessa…), che flirta con Big per nemmeno 30 secondi. Tutto il resto è chiacchiera, come il tanto temuto “tradimento” che anziché allontanare i due innamorati sarà premiato con un diamante. Alla faccia della crisi, e di chi pensava potessero esserci ulteriori elementi per dare vita ad un altro sequel: se tutto va bene, finisce qui.

CRITICA

"Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda: le 'ragazze' - virgolette anagrafiche - son ritornate. Secondo sequel cinematografico della serie tv ideata da Darren Star, regia di quel Michael Patrick King suddito del piccolo schermo, difficilmente si sarebbe potuto fare di peggio (...) In trasferta ad Abu Dhabi (Paese sponsor), le Fab Four danno nuovo lustro all'esotismo becero, all'integralismo griffato, all'ignoranza ottusa e alla bieca supremazia occidentale." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 28 maggio 2010)

"1985: Ronald Reagan minaccia di sguinzagliare Rambo in riferimento al sequestro di 39 americani da parte di due libanesi sciiti, 2010: Obama potrebbe spedire Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda in lraq, visto quello che le quattro oche selvagge combinano negli Emirati Arabi nel secondo tempo di 'Sex and the City 2'. (...) Che dire? Un viaggio tutto pagato a Dubai che inizia bene e finisce in guerra: le amiche scandalizzano gli omoni retrogradi, sobillano le donne in burqa, seducono i commercianti, convertono arabi sensibili. Il primo film dalla serie tv di culto aveva cuore. Questo sequel è mortifero, affidato a quattro attrici sempre più vecchie ed isteriche. Ma come cinema di propaganda funziona. Il trionfo della voluttà." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 28 maggio 2010)

"Il numero 2 della serie (il primo 'Sex and the City' è uscito nel 2008, incassando oltre 150 milioni di dollari solo negli Usa) è meno orribile del primo, pur mantenendo una durata folle (146 minuti). Ma il problema è un altro. Come capita alla cultura popolare, 'Sex and the City' ha un senso che trascende la propria qualità. Quando un simile prodotto incrocia istanze fondamentali del presente storico, consapevolmente o meno, è bene farci i conti. Anche per verificare quanto la suddetta cultura pop sia, in certi casi, ambigua. E la grande domanda diventa: la contraddizione è voluta, e quindi dialettica, o nasce dall'insipienza in questo caso verrebbe da dire: dall'imprudenza dei realizzatori del prodotto in questione? Perché parliamo di imprudenza? Perché stavolta Michael Patrick King, che ha scritto diretto e co-prodotto il film (nonché parecchi episodi della serie originale), scherza col fuoco. Spedendo le protagoniste negli Emirati Arabi, va a stuzzicare tematiche delicatissime nell'America post-11 settembre. (...) Impazzano i luoghi comuni: cammelli, suk, sceicchi, incontri erotici da Mille e una notte... ma anche fobia per il sesso, scandalo per i comportamenti di Samantha, e un finale in cui le 4 sono costrette a indossare il velo per farla franca... e Carrie si ricorda di 'Accadde una notte', mostrando la coscia assai più ossuta di quella della Colbert, va detto - per fermare un taxi. Il 'politicamente corretto' cacciato dalla porta rientra dalla finestra: il contatto con l'Islam sembra un albergo a tema di Las Vegas, in una sequela di cliché razzisti e pregiudizi pelosi che lasciano stupefatti. E se la solidarietà femminile significa che anche le donne arabe vestono Dior, è la fine: è il trionfo delle griffe e dei marchi, veri protagonisti del film. Alla fine, tornate in America, c'è Mr. Big, c'è il divano, c'è un altro film in bianco e nero. C'è la resa di Carrie & C. all'immaginario maschile. Se l'intento di 'Sex and the City 2' era normalizzare la saga, missione compiuta. Se invece si voleva ribadire la trasgressione 'griffata' delle 4, allora King è un maschilista inconsapevole." (Alberto Crespi, 'Unità', 28 maggio 2010)

"Vista da un'angolatura maschile, la serie 'Sex and the City' non avrebbe mai dovuto essere fatta. E men che meno il film con gli stessi personaggi, e peggio che andar di notte il seguito del film (...). E come potrebbe esser diversamente per un serial che propone come esempi da imitare quattro oche malate di shopping compulsivo, incapaci di instaurare un rapporto bello e importante con l'altro sesso? E nel contempo mette in scena personaggi maschili fasulli, titubanti afflitti dal complesso di Peter Pan o da quello del pappone? Però la serie s'è fatta, ha avuto un successo megagalattico e allora chi fa il giornalista di spettacolo deve avere l'onestà e il dovere di capire e spiegare il perchè e il percome del successo. Bene, la serie è quel che è ma occorre dire che è stata allestita nel lontano 1998 con estrema abilità. Quattro oche così uno spettatore maschio non le vorrebbe incontrare (o se le incontrasse non ci imbastirebbe niente di serio). Ma per ragioni analoghe tante spettatrici (specie le donne in carriera single-saccheggiatrici di negozi) si identificano al massimo. (...) Non,c'è bisogno di un grande sforzo per convincerci che 'Sex and the City 2' sia una boiata. Il primo film tratto dalla serie tv era molto di più: un insulto al portentoso telefilm dell'Hbo che l'ha ispirato. Due ore e mezzo di polpettone melenso che ne avevano spazzate via circa sessanta (divise in 94, favolosi episodi) di pura gioia e intrattenimento. (...) Certo che gli sceneggiatori ce l'hanno messa tutta per fare passare la voglia di spendere sette euro di biglietto, con questa insulsa trasferta negli Emirati Arabi delle quattro amiche, la lontananza da Manhattan, la crisi economica che già viviamo nelle nostre vite e non abbiamo voglia di sorbirci pure al cinema; questa ubriacatura di abiti, di scarpe bislacche, di borse costose, di orpelli un tempo trendy, oggi ridicoli, come se si volesse con l'estetica colmare le lacune dell'intreccio; e poi l'insopportabile Penelope Cruz 'guest star' con l'unica missione di infilarsi nel letto di Mr. Big." (Giorgio Carbone, 'Libero', 26 maggio 2010)

"Forse sarebbe meglio lasciarle andare, abbandonarle al proprio destino, una buona volta invece le quattro amiche newyorkesi di 'Sex and the City', protagoniste di una fortunatissima serie tv e di un vero e proprio fenomeno di costume, sono tornate sul grande schermo, con qualche anno e molte rughe di più. Tutte prese da shopping compulsivo e da una sfrenata quanto patetica nostalgia, le nostre sembrano non rendersi conto di apparire ormai come quattro signore un po' patetiche che non accettano l'idea di invecchiare." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 28 maggio 2010)
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