SETTE ANNI IN TIBET

SEVEN YEARS IN TIBET

USA - 1997
Nel 1939 l'alpinista austriaco Heinrich Harrer parte per una spedizione in Tibet con l'intento di scalare il Nanga Parbat, senza curarsi delle preoccupazioni della moglie Ingrid incinta, che affida all'amico Horst. Nel frattempo in Tibet, un bimbo di quattro anni viene designato come nuovo Dalai Lama e venerato dai fedeli. Quando gli scalatori arrivano al campo base, nel turbine della tempesta di neve, vengono fatti prigionieri dai soldati inglesi e scoprono che è scoppiata la guerra e loro, come austriaci, sono considerati nemici della Gran Bretagna. Portati in un campo di prigionia, dopo qualche tempo Harrer comincia a leggere libri che parlano del Tibet mistico, e poi riceve una lettera in cui la moglie chiede il divorzio per poter sposare Horst. Insieme ad altri compagni fugge dal campo, poi prosegue da solo. Dopo molte vicende, si ritrova col capo della spedizione Peter, insieme raggiungono Lhasa, la capitale del Tibet, dopo un viaggio che ha trasformato il carattere di Heinrich. Ormai adolescente, il Dalai Lama fa chiamare a palazzo Heinrich, e con lui passa molte giornate. Intanto la Cina invade ed occupa il Tibet. Di fronte all'invasione, Heinrich capisce che è il momento di fuggire e vorrebbe che il Dalai Lama lo seguisse. Ma il ragazzo rimane. Heinrich torna a Vienna, va dal figlio che non ha mai visto. Poi arrivano notizie sulla fuga del Dalai Lama in India. L'amicizia tra i due dura tuttora.

CAST

NOTE

REVISIONE MINISTERO DICEMBRE 1997.

CRITICA

'Certo, per le pagine corali a Lhasa, per i riti alla corte del Dalai Lama, tutte cerimonie festose e temi solenni, si pensa - un po' - all''Ultimo Imperatore', anche per un'eco, sia pure lontana, di climi quasi analoghi, ma la narrazione, qui, è insistita e lenta, indulge alle spiegazioni ed ai dettagli, non ha momenti accesi neanche quando si sfiora l'avventura e il disegno dei rapporti fra il protagonista e il Dalai Lama, seguito nel tempo anche con il mutamento dell'età dell'illustre interlocutore, ha solo di rado veri momenti di emozione: nonostante i molti appigli che avrebbero invece potuto riscaldarlo. Quanto a Brad Pitt, barbuto e fosco, convinceva di più in film con personaggi più intensi. Qui si fatica a credergli.' (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 29 dicembre 1997)

'Certo, rimangono bei panorami innevati, processioni di monaci, piccole e grandi fughe, sculture di burro, squarci di costume e costumi anche un po' mistico folk, cambi di stagione assai turistici, ma come in un normale (e troppo lungo: 139 minuti) film di avventure, per caso ambientato in Tibet (in realtà sono le Ande) e dove il violoncellista Yo Yo Ma esalta il tema della solitudine scritto dal musico spielberghiano John Williams, che suona le trombe dell'anima ma non scalza la parete di quarto grado dell'inconscio.' (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 3 gennaio 1998)

'Ma quello che poteva essere il vertiginoso resoconto di una scoperta e di un'iniziazione resta un viaggio folkloristico, un catalogo di belle immagini vuote, un'antropologia in dosi omeopatiche che intrattiene ma non spiega, illustra ma non documenta né emoziona, anzi irrita perché a ogni piccolo passo verso quel mondo corrisponde un movimento simmetrico dei tibetani. Che scopriranno la radio, il pattinaggio su ghiaccio, il Natale, i balli e il cinema. Siamo insomma in pieno 'Dalailamaland', per dirla con i 'Cahiers du Cinéma'. E poco importa che sul finale, quando Harrer rimpatria, come lui il film migliori e trovi qualche accento giusto.' (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 dicembre 1997)
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