Seabiscuit - Un mito senza tempo

Seabiscuit

USA - 2003
Seabiscuit - Un mito senza tempo
America della Grande Depressione. Charles Howard è un uomo che si è fatto da solo. E' ricco e potente, ma dopo la morte di suo figlio Frank in un incidente ha visto naufragare anche il suo matrimonio. Red Pollard è stato abbandonato da piccolo alle cure di un tutore poiché i genitori non potevano occuparsi di lui. Tom Smith, colui che potrebbe definirsi uno degli ultimi cowboy, vaga di paese in paese, cercando di sbarcare il lunario. I tre uomini si incontreranno quando Howard decide di assumere Tom Smith come allevatore nelle sue scuderie. Alla ricerca di un fantino adatto a Seabiscuit, un cavallo nervoso e dalle ginocchia deboli, ma dalle alte potenzialità, Smith si imbatte in Red. Sarà l'inizio di un'avventura da sogno americano.
  • Durata: 140'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM, TECHINICOLOR
  • Tratto da: dal romanzo "Seabiscuit: an American Legend" di Laura Hillenbrand
  • Produzione: LARGER THAN LIFE PRODUCTIONS, SPYGLASS ENTERTAINMENT, THE KENNEDY/MARSHALL COMPANY, UNIVERSAL PICTURES, DREAM WORKS PICTURES
  • Distribuzione: BUENA VISTA INTERNATIONAL ITALIA
  • Data uscita 31 Ottobre 2003

RECENSIONE

di Marco Curatolo
 Seabiscuit fu, nell'America degli anni '30, qualcosa di più di un cavallo. Fu una leggenda, una mania collettiva. Perciò non deve essere stato difficile, per il regista Gary Ross (che ha tratto il film da un libro di Laura Hillenbrand) evitare le trappole del prodotto "di settore". Operazione riuscita. Seabiscuit non è solo un film per appassionati di ippica e amanti di cavalli, ma anche uno spaccato di storia americana. Le vicende di Seabiscuit scorrono in parallelo con il racconto degli States di quegli anni. Il boom dei primi decenni del secolo, la crisi del 1929 e la Depressione, i "Radio days", i miti di una nazione ingenua e in cerca di speranze. Così narrata, la storia di Seabiscuit è una perfetta rappresentazione del sogno americano per cui "ogni cavallo è buono per qualcosa", esattamente come le persone. Una traduzione in termini di mercato della parabola dei talenti: un cavallo pazzo e sotto taglia ha la stoffa del campione, un cowboy senza più far-west porta con sé dalla frontiera i segreti del perfetto allenatore (l'ottimo Chris Cooper), il giovanotto senza famiglia si trasforma da pugile fallito in fantino vincente (un opaco Tobey Maguire), un industriale in disgrazia familiare e aziendale si reinventa come proprietario di scuderia (Jeff Bridges). Non c'è da stupirsi che l'America di questi tempi, in crisi di identità e di immagine, abbia rispolverato una leggenda di quei lontani anni bui per riunirsi attorno al focolare, confortarsi, commuoversi e commuovere. Negli States di oggi si fa affidamento su Hollywood come nella Grecia antica su Omero: si delega cioè al cinema la funzione mitopoietica. Perciò se la storia di Seabiscuit è reale, la si confeziona in modo tale che assuma la forma del mito, attingendo a piene mani alla retorica dei valori fondanti il modello americano. Fiducia nelle abilità individuali, gusto di sfidare l'impossibile, proiezione verso un futuro migliore sempre e comunque. "Tutto è possibile", ci viene ripetuto varie volte nel corso del film: "Tutto", s'intende, nella favolosa America in cui un cavallo zoppo viene montato da un fantino sciancato e vince la sua corsa con qualche lunghezza di vantaggio. In un siffatto Paese non si può che galoppare verso un più luminoso futuro.

CRITICA

"'Seabiscuit' di Gary Ross ('Pleasantville') non è solo un affascinante affresco storico e sportivo con al centro tre uomini e un cavallo. E' la storia di quattro perdenti che si annusano, si riconoscono e non si mollano più. L'unione fa la forza diceva qualcuno. Il cuore e l'intelligenza registica di Gary Ross fanno, in più di un momento, del grandissimo cinema classico. Quello di Ford e di Hawks. Quello che ti fa accapponare la pelle per come sintetizza in immagini emblematiche emozioni e idee. Qualcuno lo considererà un biscottone datato. Noi, soprattutto oggi, lo difendiamo a spada tratta." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 31 ottobre 2003)

"Un mito senza tempo, subito diventato un best seller e un film scritto e diretto da Gary Ross. Alle prodezze del cavallo s' intrecciano sullo schermo tre vicende umane: quella di Jeff Bridges magnate dell' auto convertito ai cavalli, di Chris Cooper cowboy in cerca di una ragione per sopravvivere al tramonto della Frontiera, e di Tobey Maguire divenuto fantino sull'onda dell'amore per gli animali. 'Seabiscuit' è uno spettacolo, è grandioso e a tratti emozionante, gli attori sono eccellenti: ma c' è troppa carne al fuoco, come nelle cavalcate cinematografiche d'altri tempi, e a un certo punto sopravviene un senso di sazietà. (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 1° novembre 2003)

"Il film fa incrociare i tre personaggi sui campi da corsa, nel comune sforzo di valorizzare le neglette qualità del sorprendente Seabiscuit. Vittorie e rovesci, gioie e rovinose cadute con gravi conseguenze si susseguono come avvenne in realtà, ma secondo il tipico andamento del cosiddetto "cinema di papà" di marca hollywoodiana. Di notevole impegno l'impianto produttivo, appassionanti e ben girate le gare, bravi gli interpreti: ma nel corso dei 140' che dura lo spettacolo, come ha scritto Kenneth Turan sul 'Los Angeles Times', 'il tutto assomiglia troppo a un film'." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 31 ottobre 2003)

"Come finisce è immaginabile, anche perché andò veramente così. E' proprio questa prevedibilità, insieme a una stesura canonica dell'inno alla resistenza, che diminuisce la suspense e la fiducia dello spettatore. A meno di non avere anime belle e candide. Sono assicurate bellissime scene di corsa." (Silvio Danese, 'Il Giorno', 1 novembre 2003)
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