Se sei così, ti dico sì

ITALIA - 2010
3/5
Se sei così, ti dico sì
Negli anni '80 Piero Cicala aveva raggiunto il successo con la sua hit 'Io, te e il mare'. Tuttavia, nonostante un milione di dischi venduti, Piero e i suoi due amici - il chitarrista Gianni Ciola e il batterista Vito Corrente ("I magnifici C.C.C") - sono rimasti una meteora del panorama musicale e negli anni si son visti svanire la fortuna dalle mani. Piero è tornato a vivere in Puglia e lavora nel ristorante diretto dalla sua ex moglie, ma quando viene chiamato a Roma per partecipare a 'I Migliori Anni', una trasmissione televisiva sulle glorie del passato, dopo l'iniziale tentennamento accetta di recarsi nella capitale e, attraverso un'operazione di restyling, torna il 'Cicala' di un tempo. L'avventura romana, però, riserverà a Piero anche un'altra novità: il casuale incontro con la bella e famosa regina del gossip Talita Cortès, giunta nella capitale per il lancio di un nuovo profumo. Tra il disorientato cantante - pieno di ansia per la sua esibizione televisiva - e la Diva - stufa di gossip e persecuzioni da VIP - nascerà un curioso feeling fatto di equivoci a catena, ma soprattutto di curiosità, simpatia reciproca e una soffusa quanto genuina attrazione. Dopo la partecipazione alla trasmissione e una notte brava con Talita, Piero deciderà di andare con lei nel Texas. Il viaggio gli farà ritrovare la consapevolezza delle sue capacità artistiche e, una volta rientrato a casa, la voglia di riprovare...
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: CANON 7D, 35 MM, DCP (1:2.35)
  • Produzione: ANTONIO AVATI PER DUEA FILM IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM E SKY CINEMA
  • Distribuzione: MEDUSA (2011)
  • Data uscita 15 Aprile 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Non è una commedia perfetta, e forse non è neppure una commedia. Ma è un film dotato di una precisa fisionomia emotiva, una leggerezza gravida d'imbarazzi, minacciata sempre di scrostrarsi come intonaco dal dramma. La terza prova in regia di Eugenio Cappuccio (Volevo solo dormirle addosso, Uno su due) è probabilmente la meno compatta e la più convincente. Non è detto che siano due caratteristiche inconciliabili. Se sei così ti dico sì baratta volentieri una certa evanescenza narrativa con l'appassionata tranche de vie di un vinto, il Piero Cicala interpretato con intensità da Emilio Solfrizzi: maschera dal volto tetro e il capo chino, disadorno dentro e fuori, figura di galleggiamento, corpo che non si arena né salpa, nel tranquillo naufragio di una giornata.
Basta il suo ingresso in scena - preceduto da una serie d'indizi che Cappuccio dissemina sapientemente (la lunga ricerca dell'emissario della RAI) a evocarne leggenda e ridicolo - per sintonizzarsi immediatamente col suo mondo di sogni falliti e promesse depresse. Solfrizzi ha lavorato pesantemente al trucco - è vero - ma la sconfitta è scritta nelle piccole sfumature che l'attore ha saputo costruire su e attorno al suo personaggio. E in una regia sensibile, attenta sempre a valorizzarle: uno sguardo smarrito, l'occhiata atroce della moglie, parole al vento, parole avvelenate, gesti compressi come l'andatura di quest'uomo, sbilenco, curvato. Le affinità con il Tony Pisapia interpretato da Servillo (L'uomo in più) ci sono eccome, ma è sulla differenza che l'operazione di Capuccio coglie un'opportunità, segnala uno scarto, intercetta un mutamento epocale. Piero è uno di quei volti della musica leggera italiana che hanno avuto uno repentino successo negli anni '80 - grazie a una sola canzone: Io, te e il mare - e sono stati dimenticati immediatamente dopo, precipitati in quell'anonimato che fa anche più male perché figlio di una disillusione.
Ma il film non si rassegna e rifiuta di abbandonarsi alla facile elegia della sconfitta. Dopo la verace, folcloristica, parentesi pugliese (fotografata con una luce particolare, all'antica, da cinema anni '80) è come se ricominciasse daccapo Se sei così ti dico sì, immedesimandosi - cuore e pelle - con la "seconda volta" del suo personaggio. A Roma, dove ad attenderlo ci sono lustri e lustrini dello scintillante mondo dello spettacolo, la pellicola cambia grana, temperatura, colore (Cappuccio ha lavorato sia col 35 mm che con speciali macchine digitali). Tutto più lindo, più finto. Non mancano le stilettate al posticcio showbiz di casa nostra e al circo mediatico che lo cintura, con inevitabili cliché sul crudele dietro le quinte televisivo, il giornalismo decerebrato, l'impero dell'effimero. Ma Cappuccio non calca la mano - in fondo, pure con capricci e annessi, la superdiva Belen (che se la cava) è più umana di tante figure e figurine di contorno - e preferisce percorrere le strade del suo personaggio fino in fondo, precipitandosi con lui nella caduta più avvilente (la triste esibizione americana dove Cicala perde pure il parrucchino) e con lui risollevandosi, fino al ritorno a casa. Dove Piero ritroverà forse la stessa vita di prima - non lo sappiamo - ma di sicuro non perderà più il sorriso di chi alla fine ha ritrovato se stesso.

NOTE

- FONICI: MARIO E POMPEO IAQUONE.

- IL FILM È STATO GIRATO IN PUGLIA (SAVELLETRI DI FASANO, BR), ROMA E HOUSTON (U.S.A.).

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI APULIA FILM COMMISSION.

- NASTRO D'ARGENTO 2011 PER LA MIGLIOR CANZONE ORIGINALE. EMILIO SOLFRIZZI ERA INVECE CANDIDATO COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA.

CRITICA

"'L'uomo in più' di Sorrentino, con qualcosa in meno, anzi, di diverso: la speranza, il riscatto oltre la sconfitta. (...) Eugenio Cappuccio torna a raccontare i vinti e fa del terzo il suo film (quasi) perfetto, usando le macchine fotografiche per regalarsi due luci diverse: terragna la provincia, plastificata Roma. Non mancano sbavature, insicurezze e invasioni (il product placement), ma la riflessione sulla nostrana società dello spettacolo va a segno. La nostalgia è sempre canaglia, Cicala è una meteora, ma questo film rimarrà: almeno, agli annali della telecrazia." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 14 aprile 2011)

"II nuovo film di Eugenio Cappuccio, dal titolo misterioso, è una commedia che respira di una malinconia palpabile e intelligente, non a caso il soggetto e la produzione portano la firma, il touch, dei fratelli Avati, né a caso l'autore è stato assistente di Fellini in Ginger e Fred. Anche qui c'è di mezzo tutta la volgarità del mondo contemporaneo e la sua vocazione ad essere peggio che superficiale, virtuale e televisivo. (...) Divertente perché siamo tutti riconoscibili nel gusto usa e getta della vita, il film torna sui temi cari al regista di 'Volevo solo dormirle addosso' e 'Uno su due', gli uomini in bilico, forse senza qualità, ma con umanità (...). Cappuccio si conferma ottimo direttore di cast: la star è Solfrizzi che fa del fallito cantante che ballò una sola estate (chissà, cercando, quanti prototipi...) un bel personaggio pieno di chiaroscuri e sfumature e con una profondità di sguardo fuori dal comune. Insomma, gli si legge dentro e quando si esibisce viene in mente il Tognazzi di 'Io la conoscevo bene'. Chi, avendola vista in 'Natale in Sudafrica', era pronto a sparare su Belén Rodriguez, deve ricredersi." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 14 aprile 2011)

"Dal connubio dei fratelli Avati produttori con il regista Cappuccio è nato un film ben calibrato fra l'umorismo delle situazioni e la malinconia dei caratteri sullo sfondo di una società spettacolo sempre più degradata. Solfrizzi si impadronisce appieno del personaggio; mentre Belén risulta per la prima volta convincente sullo schermo." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 15 aprile 2011)

"Una favoletta dal vero. Su cose italiane. Raccontate però anche come una commedia, prodiga di spunti ironici. (...) Senza un lieto fine facile, ma con la possibilità per Piero di ritrovare lo slancio di una volta, capace forse adesso di ricominciare. Cappuccio ha guardato a tutti i suoi personaggi quasi con affetto. Nelle pagine in Puglia, con colori caldi (ma evitando il folclore), a Roma e poi addirittura in Texas dove la favola si preparerà a concludersi, precisando il confronto tra i due protagonisti, il provinciale impacciato, la diva internazionale di buon cuore, dando rilievo anche a delle cornici romane in cui, per un verso dominano la mondanità e la frivolezza e, per un altro, pretende attenzione un'ambientazione generosa di architetture celebri fatte emergere quasi magicamente dalla notte. Il protagonista è Emilio Solfrizzi, con tutte le esitazioni e gli imbarazzi che il suo personaggio esigeva (salvo quando canta con voce sommessa). Gli dà la replica una diva sulla cresta dell'onda, Belén Rodriguez: un viso luminoso, una recitazione corretta, pronta, due o tre volte, ad alternarsi con immagini di nudo. Che certo non dispiacciono." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo cronaca di Roma', 15 aprile 2011)

"Carino il titolo. Peccato sia l'unica cosa che si salvi di una commediola che fa acqua da tutte le parti e non si capisce dove voglia andare a parare. Stupisce che nel terzetto che ha scritto la strampalatissima storia ci sia anche Antonio Avati, che poi però, a differenza del regista Eugenio Cappuccio, non figura tra gli sceneggiatori, bensì solo tra i produttori, insieme con il più famoso fratello Pupi. (...) Il brutto deve ancora arrivare. Anche se è sotto le magnifiche forme di Belén Rodrigruez. Reclutata dagli autori per impersonare una popolarissima showgirl. (...) Un'attrice come il rancio di una volta: ottima e abbondante." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 15 aprile 2011)

"Spiacerà a coloro che s'aspettavano un'altra delle commedie sentimentali che attualmente danno grossi risultati al botteghino. Ma il regista Cappuccio s'è scordato una cosa basilare: i bravi attori." (Giorgio Carbone, 'Libero', 15 aprile 2011)
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