Salvador - 26 anni contro

Salvador

SPAGNA, GRAN BRETAGNA - 2006
Spagna, primi anni '70. La polizia sta cercando in tutti i modi di sbaragliare senza successo il Movimiento Ibèrico de Liberaciòn (MIL), un gruppo di estrema sinistra composto da giovanissimi militanti spagnoli e francesi che per finanziarsi commette furti e rapine. Lo stop alle azioni del movimento arriva con una trappola messa in atto dagli agenti della Brigata Socio-Politica, che dopo un conflitto a fuoco riescono ad arrestare uno degli attivisti, Salvador Puig Antich. Dopo l'assassinio da parte dell'ETA del capo del governo franchista, l'Ammiraglio Carrero Blanco, il ragazzo diventa il capro espiatorio da sacrificare agli occhi degli esponenti del regime e a nulla servono i disperati tentativi della famiglia, dei suoi compagni e dei suoi avvocati per evitare la sua esecuzione. Il 2 marzo 1974, Puig Antich viene giustiziato con la garrota, passando alla storia come l'ultimo prigioniero politico a subire questa barbarica pena di morte e l'utimo condannato a morte in Spagna.

CAST

NOTE

- PRESENTATO AL 59MO FESTIVAL DI CANNES (2006) NELLA SEZIONE "UN CERTAIN REGARD".

CRITICA

"'Salvador', pure con difetti di verbosità, lunghezza e ricorso a una voce narrante fuoricampo, è molto interessante. (...) Il film, non straordinario, per la prima volta presenta terroristi senza terrore, rivoluzionari non sovversivi, militanti di buon umore: 'La politica diverte la nostra vita'" (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 19 aprile 2007)

"Le pagine migliori, risultando dispersive e poco approfondite sia quelle familiari sia soprattutto quelle pubbliche di lotta, sono le ultime, in carcere, nell'attesa del verdetto, e poi quando, perso tutto, ci si avvia a svolgere il truce rituale di quella condanna a morte che bastavano le descrizioni di Goya nei suoi 'Disastri della guerra' per farci orripilare. Immagini buie, tra il plumbeo e il verde cupo, ritmi sospesi, atmosfere grondanti angoscia. Mentre, al centro, l'infelice condannato, si dibatte tra l'orrore e l'inutile speranza. Gli dà volto un noto attore tedesco, Daniel Brühl ('Goodbye Lenin') in equilibrio giusto fra l'umanità ferita e la polemica. Vale il film." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 25 aprile 2007)

"Grazie (si fa per dire) alla voce fuori campo, che pretende troppo spazio drammaturgico, 'Salvador - 26 anni contro' rievoca l'ultima esecuzione per garrota ordinata dal franchismo nel marzo del '74 (il regime cadde l'anno seguente). Ambientato a Barcellona, nel contesto di tensioni & repressioni, il film di Manuel Huerga tenta vagamente d'accostare lo spirito ribelle del tempo a quello dell'odierna gioventù antagonista: col risultato di confondere le acque in un tripudio alquanto discutibile di amori e chiacchiere, nostalgie e rock'n roll. (...) Ed è proprio questo il nucleo traballante, perché la lodevole assenza di retorica finisce con l'essere compensata dai toni generici di un racconto di formazione qualunque. Da un lato i Beatles e i Rolling Stones, dall'altro l'amore per la libertà: tutto già visto e già sentito, con l'aggravante che una cosa sono i sit-in con la chitarra in mano e un'altra i referti politico-sociali. Il meglio del peggio va, così, ricercato in qualche sfumatura psicologica accessoria e nella congrua adesione del cast." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 28 aprile 2007)

"Quando si rievocano epoche così buie, e storie vere, le scelte di fondo sono due. Calcare la mano sulla durezza politica, umana, militare, come usava una volta. O puntare sull'aspetto nostalgia esaltando la bellezza, il coraggio, la gioventù (e musiche, look, mode). Come Romanzo criminale, che a tratti ricorda, Salvador sceglie la seconda strada, perdendo in forza e verità quel che guadagna in seduzione. Peccato perché la doppia analisi dei rapporti di classe e di famiglia di Salvador e del secondino era interessante e il cast è bello e affiatato. Trent'anni dopo il franchismo fa ancora paura." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 27 aprile 2007)

"Questa indeterminatezza nella ricostruzione del passato militante di Salvador finisce per diventare uno dei pregi non secondari del film, che evita in questo modo le tirate retoriche quasi obbligate in questi casi per cercare di raccontare lo spirito ribellistico che in quegli anni portava tanti giovani a scelte sempre più radicali. Mettere sullo stesso piano le manifestazioni antifranchiste e l'amore per Margalida (Ingrid Rubio), il legame strettissimo con le quattro sorelle e la tentazione delle armi, l'amore per il rock (in colonna sonora si sentono, tra gli altri, Leonard Cohen e Bob Dylan, i Jethro Tull e i King Crimson) e quello per l'ex fidanzata Cuca (Leonor Watling), le convinzioni antifranchiste e la paura di morire non vuol dire «tradire» la realtà storica ma cercare di usare il cinema per scavare dentro le tante contraddizioni di una vita che a 26 anni è obbligata a confrontarsi con la morte. Allo stesso modo la scansione narrativa del film rallenta man mano che ci si avvicina alla data dell'esecuzione: veloce e cronachistica sugli anni del Mil; più distesa e introspettiva sui mesi della reclusione nel carcere di Modelo e sul rapporto con un carceriere troppo sicuro di sé (Leonardo Sbaraglia); insistita e coinvolgente tra la sentenza del tribunale militare e la straziante esecuzione con la garrota, quando l' attentato dell' Eta al primo ministro Carrero Blanco (che saltò in aria con la sua macchina) di fatto impedì che le massime autorità franchiste concedessero quella grazia che in tanti, papa Paolo VI compreso, auspicavano. Senza insistere più di tanto sulle troppe contraddizioni del dibattimento processuale, che - nella realtà - hanno spinto la famiglia di Puig Antich a lottare per la sua revisione, a tutt'oggi non ancora giunta. Un percorso indubbiamente più psicologico che politico che però non elude un discorso chiaro sul potere e le sue manifestazioni. Anzi, proprio l'aver cancellato i momenti salienti della sua rappresentazione pubblica giungendo a inquadrare a metà il ritratto di Franco che campeggia in ogni locale pubblico, così da mostrarci solo una specie di tronco senza testa, finisce per rendere ancora più incombente e opprimente l'immagine di un Potere senza volto che sa solo uccidere e che alle telefonate di supplica del papa fa rispondere che 'sta dormendo'" (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 27 aprile 2007)

"Di film contro la pena di morte ne abbiamo visti tanti, e di esecuzioni agghiaccianti ne sono pieni i nostri occhi, ma questo piccolo apologo comunica un'angoscia diversa, una consapevolezza profonda e devastante senza le scorciatoie del sensazionalismo." (Piera Detassis, 'Panorama', 2 maggio 2007)
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