Séraphine

FRANCIA, BELGIO, GERMANIA - 2008
4/5
Séraphine
Francia, 1913. Il critico e collezionista d'arte Wilhelm Uhde decide di prendere in affitto un appartamento a Senlis, vicino Parigi, per lavorare e scrivere in tranquillità. Come aiuto per i lavori domestici ingaggia Séraphine Louis, una donna semplice e schietta, in cui scoprirà un grande talento per la pittura e con cui instaurerà una intensa e inaspettata relazione.
  • Durata: 125'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRICAM LT, 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: TS PRODUCTIONS, CLIMAX FILMS
  • Distribuzione: ONE MOVIE (2010)
  • Data uscita 22 Ottobre 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Giovanna Barreca

Séraphine: Il volto di una donna, di un’artista che si illumina solo quando è china su una tela in una stanza piccola nella campagna francese. Séraphine Louis de Senlis – pittrice autodidatta tra gli esponenti più illustri della pittura naif del XX secolo – ha il volto dell’attrice premio César Yolande Moreau che per quest’interpretazione riesce a trasfigurare la vicenda di una donna vitale che conobbe gli stenti, insostenibili privazioni e l’internamento in un ospedale psichiatrico e che viveva davvero solo durante la creazione; l’attrice riesce a restituirla carica di una forza e una potenza rare.
La regia di Martin Provost è sobria, rigorosa e leggermente trattenuta, con l’utilizzo di pochi movimenti di macchina perché alla ricerca della perfetta sintonia tra i quadri realizzati dalla pittrice e i tableau vivant che tutte le inquadrature del film creano: Séraphine in casa, nei boschi, nel negozio del paese mentre acquista il bianco, in chiesa mentre prega o porta via la cera per le sue tele o dal macellaio mentre ruba il sangue per creare il rosso si muove, compie delle azioni ma sembra morta; non a caso sono presenti sono colori freddi come il verde, il blu e il nero.
La vita è nei frutti, nelle foglie e nei fiori rossi, bianchi, arancioni soggetti dei suoi quadri che sembrano muoversi e godere le passioni, i dolori e i rimpianti che l’autrice non è in grado di vivere.
Nella sua fede e nel suo rapporto con la natura c’è qualcosa di profondamente puro e riconducibile al meraviglioso che il regista, indagando senza morbosità, permette alla sensibilità di ogni spettatore di percepire.
Allo stesso modo non ha spiegato ma tratteggiato con delicatezza il profondo incontro intellettuale e spirituale di Séraphine con Wilhelm Uhde, scopritore di Rousseau, primo acquirente di Van Gogh e amico personale di Braque e di Picasso che amava di Séraphine e di tutti i primitivi moderni -così definiva i pittori naif -l’arte perché “l’oggetto della loro rappresentazione non è l’apparenza delle cose ma la realtà superiore che esprime lo stato cosmico delle cose”. Séraphine ne fu la governante quando l’uomo si rifugiò per qualche tempo a Senlis e poi una fonte d’ispirazione quando ne riconobbe il talento. La donna lo amerà segretamente e ne trarrà linfa vitale per la sue creazioni pittoriche.  Da quel momento Uhde è come gli alberi che le parlano, come il vento che le accarezza il viso. Tutto espresso in un paio di scene: da giovane la vediamo che si arrampica su un albero per respirare il vento, quando è più anziana tornerà sotto quello stesso albero per vivere la medesima esperienza ma si siederà sulla sedia che Uhde le aveva porto tempo prima perché si fermasse un momento e capisse davvero la stima profonda che aveva per il suo lavoro. L’uomo è elemento determinante per la sua ispirazione, il suo ‘albero’.
Per questa troppa intensità forse Uhde dopo la guerra non tornerà subito a cercarla. Séraphine ritroverà l’uomo e brevi momenti di fama prima dell’internamento e la morte presso l’ospedale psichiatrico di Clermont-de-l’Oise.

CRITICA

"L'incredibile vita di Séraphine de Senlis, pittrice contadina morta in un ospedale psichiatriIco nel 1942 (...) non poteva che diventare un film per il cinema, di quelli accurati e sentiti. Lo firma il francese Martin Provost (regista di tre film, ma anche sceneggiatore, scrittore e attore), guadagnandosi il plauso del pubblico (in Francia ha avuto in buon successo di sala) e ben sette César, tra cui ¿meritatissimo ¿ quello alla miglior attrice protagonista, una superba Yolanda Moreau. 'Séraphine' è uno di quei film che ci fa ricordare quanto siano importanti le storie al cinema, soprattutto quando sono vere. E quella di Séraphine Louis è una grande storia di sopravvivenza e talento, passione e ossessione. (...) Sono delle nature morte, degli intricati coacervi floreali, tutt'altro che rassicuranti, eppure pieni di mistero e misticismo. Inizia così una storia che dura degli anni, passando dalla Prima Guerra Mondiale alla grandi crisi economica francese degli anni 30, fino ad arrivare agli inizi dei 40, quando l'ossessione creativa di lei si spegne nella stanza di un ospedale psichiatrico. Provost riesce con delicatezza e senso del racconto a restituirci una storia dimenticata, con l'aiuto determinante di una grande attrice francese, così brava da trasformarsi senza indugio nel personaggio unico di questa pittrice contadina." (Dario Zonta, 'L'Unità', 22 ottobre 2010)

" (...)la grande Yolande Moreau: attrice-sceneggiatrice-regista belga (...)presta a 'Séraphine' il fisico imponente, gli occhi acquosi, i trasalimenti improvvisi con cui dà corpo al talento misterioso e per certi versi inquietante di questa pittrice autodidatta. 'Séraphine' infatti ricopriva piccole tavole e poi grandi tele di fiori e di frutti ossessivamente assemblati e dipinti con la terra, il sangue degli animali e il succo delle piante, obbedendo all'impeto imperioso di tanti artisti naif. Ma anche a una vena mistica che poi degenererà in mania e forse in follia. Provost concentra nell'epilogo gli anni terribili del manicomio diffondendosi invece sul mistero della donna e della sua arte, ovvero sull'incontro casuale quanto decisivo con il collezionista Uhde (Ulrich Tukur), che era stato il primo ad acquistare un Picasso e a organizzare una mostra del Doganiere Rousseau. Il meglio sta nel misto di orgoglio e remissività, selvatichezza e fatalismo, con cui Séraphine vive la sua condizione di domestica, ignorata o disprezzata dai padroni, capace di aprirsi solo col suo pigmalione (omosessuale, dunque a sua volta "diverso"), fino a riporre in lui speranze forse eccessive. II limite nel tono un poco medio del racconto, elegante, sensibile, accurato, privo di veri colpi d'ala (di scelte decise) ma sicuramente capace di gettare una luce cruda e rivelatrice su un destino singolare quanto crudele." ('Il Messaggero', 22 ottobre 2010)

"Tornando a 'Séraphine' si rimane col sentimento dell' 'occasione mancata', la materia, l'attrice protagonista, tutto è un po' soffocato da una 'misura' che Provost traduce in medietà. E soprattutto - pensiamo per rimanere nel cinema francese al Van Gogh di Pialat - non c'è alcun confronto col gesto pittorico. In Francia Provost è stato querelato, tardivamente, per plagio dallo storico dell'arte Alain Vircondelet esperto di 'Séraphine'." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 22 ottobre 2010)
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