Roma

ITALIA, FRANCIA - 1972
La Roma fascista degli anni '30 e quella degli anni '70 è raccontata a blocchi di sequenze autonome in cui l'esperienza autobiografica del Moraldo-Fellini trasfigura la realtà alla sua maniera visionaria.

CAST

NOTE

- NASTRO D'ARGENTO PER LA MIGLIOR SCENOGRAFIA A DANILO DONATI.

- GRAN PREMIO DELLA TECNICA AL FESTIVAL DI CANNES 1972.

- LE INQUADRATURE RELATIVE ALLA PARTECIPAZIONE DI MASTROIANNI E DI SORDI SONO STATE ELIMINATE DALLA VERSIONE TRASMESSA IN TV IL 30.12.1977 E IL 6.2.1982.

- LA REVISIONE MINISTERIALE DELL'11 MARZO 2010 HA ELIMINATO IL DIVIETO AI MINORI DI 14 ANNI.

CRITICA

"Un film su Roma sembrava ai più impresa disperata. Da dove si comincia, dove si finisce? Per
interposta città, ne è infatti derivato un film su Fellini. Soltanto Fellini può credere che bastino poco più di due ore di spettacolo quando sono occorsi trenta secoli per dar corpo all'immensa materia. Ma bastano per raccontarsi, per confessarsi in pubblico. Con fiuto di strega, un'immagine di Roma Fellini l'ha dunque annusata, alcuni dei suoi sapori segreti li ha provati, ne ha frugato gli orrori feroci, si è riconosciuto in quel caos dove si schiudono oasi d'incanto. 'Roma' non è a parer nostro un grandissimo film, della stazza per intendersi di 'La dolce vita' e di 'Otto e mezzo', ma fra tutti i ritratti che di quella fonte perenne di memorie e fantasia il cinema ci ha dato sinora è uno del più doviziosi, anche dei più divertenti: quello, senza dubbio, in cui la personalità dell'autore, nel bene e nel male, si esprime con maggior prepotenza, e dice la fertilità d'un talento che continua a cercarsi. La Roma di Roma non è quella dei libri di storia, dei dépliants turistici, o, peggio, dei romanisti, tanto meno quella cruda di Pasolini o quella torbida di Moravia. E' la Roma d'un artista che pur avendo fatto carriera è rimasto nei suoi confronti il Moraldo dei Vitelloni, e ora tenta, rovesciando fiumi di parole sugli amici al caffè, evocando fantasmi privati e cedendo a tutti i ricatti della memoria, di fissare i caratteri d'una delle più enigmatiche matrici della storia, e tuttavia la sa indefinibile e misteriosa. E perciò ne è soggiogato, perciò identifica col proprio il mito di lei. Guardando Roma, Fellini è affascinato dal suo turgore, in cui si confondono la fissità mortuaria della pietra e l'empito sguaiato dell'ingiuria; è conquistato dal suo scetticismo, parente stretto del cinismo degli artisti, e dalla idea del provvisorio che essa incarna sotto l'etichetta dell'eterno. Finalmente è vinto dalla sua virtù di trasfigurare un mercato levantino in «bella confusione», una cialtronata in imperiosa invenzione. La Roma di Fellini è il perfetto antidoto contro la solitudine dell'uomo moderno, e il rifiuto di ogni utopia ideologica, e insieme il rifugio degli increduli e lo stagno d'ogni Narciso." (Giovanni Grazzini, "Corriere della Sera", 17 marzo 1972).

"Fellini non riesce ad amalgamare l'insieme, la materia gli sfugge a raggiera, articolandosi in piani distinti. Più si sente lo sforzo del regista nel coordinare, e più tale sforzo appare artificioso e velleitario. Meglio, allora, seguire il film. Indipendentemente dalla fatica unitaria di Fellini, come una serie di quadri a se stanti, lasciando allo spettatore il compito di sentirli unificati nel fluire di un discorso sotterraneo continuativo e coerente. Da un simile approccio il film non ci perde, anzi ci guadagna. Bisogna lasciare il film disperdersi in tanti rivoli per poi, a distanza, percepire la tensione unitaria di questo disordine." (Sergio Frosoli, "La Nazione", 17 marzo 1972)

"Se 'Roma', considerato nella sua natura di prodotto cinematografico a sé stante, non significa nulla o quasi, e perciò meriterebbe scarsa attenzione al di là dell'apprezzamento per qualche pregevole funambolismo estetico (ma i preziosismi stilistici non sono ciò che più ci interessa in un film), s'impone invece un discorso abbastanza saliente quando si pensa che si tratta dell'ultimo, conclamato prodotto di Federico Fellini. Nella carriera di questo prestigioso regista, 'Roma' rappresenta una inconfondibile situazione di stallo. E' facile ritrovare nei diversi episodi descritti la ripetizione fino allo spasimo di motivi già riscontrati in altri lavori, da 'I vitelloni' (il provinciale che va in città) alla 'Dolce vita' (la Roma degli stranieri), da 'Toby Dammit' (la corsa sulle moto) a 'Fellini Satyricon' (gli affreschi romani scoperti durante gli scavi per la metropolitana), da 'Le notti di Cabiria' (le prostitute) a 'I clowns' (la sfilata di moda ecclesiastica). Più in generale, c'è da dire che 'Roma' trasuda da ogni poro elementi autobiografici che già si ritrovano abbondantemente nei precedenti films. Ovunque aleggia, di riporto, la tensione di 'Otto e mezzo' verso il libero sfogo delle fantasie più intime e personali. Fellini continua a riempire lo schermo delle sue evasioni oniriche e dei suoi incubi. Non ha senso chiedere se la Roma del film di Fellini corrisponde alla Roma reale o ad una qualsiasi dimensione, conosciuta o ignota, di questa città millenaria e sfuggente. Non ha senso perché Fellini non ha fatto un film su Roma, ma un ennesimo film su se stesso." (Sergio Trasatti, "L'Osservatore Romano", 22 marzo 1972)

"Questa Roma, questa plebe, questo parassitismo, questo fascismo, questa sensualità e questo cinismo affascinano Fellini, che vi si sente coinvolto e corrotto, e sa di quel che parla. E' per questo che indirettamente la sua pensione, la sua trattoria, il suo avanspettacolo non sono ombra a se stessi, ma riflesso d'altro, di grosse strutture sociali assai più che di ponentini e acquemarcie. Brani d'eccezione, essi raggiungono il risultato contrario a quello degli altri e di tanti altri, dicono più di quel che dicono o vorrebbero dire." (Goffredo Fofi, "Quaderni piacentini", n. 48-49)

"Prima d'ogni altra considerazione, credo si debba dire, a proposito di questo film, che se non è il più bello in assoluto (almeno, la cosa è opinabile) è di certo il più "inevitabile" film di Fellini. Un film che, un giorno o l'altro, egli doveva fare fatalmente, credo, così come '8 e mezzo' o 'La dolce vita' (vale a dire due film sulla impossibilità di raccontare, per immagini o per iscritto). In effetti 'Roma' è una sorta di compendio dei rapporti di Fellini con l'"esterno", con il "resto" del mondo. Un mondo che inizia a Rimini, si ferma per poco tempo a Firenze, e si rivela e si conclude a Roma. Tutta la vita e la carriera di Fellini sono legate, in modo schiacciante, alla sua scelta di approdare a Roma poco più che adolescente, e di affrontarvi in modo vago (gli piacevano i giornalisti dei film americani, con il cappello calcato all'indietro e la risposta pronta) ma perentorio la vita da adulto." (Claudio G. Fava, "I film di Federico Fellini", Gremese, 1981)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy