RoboCop

USA - 2014
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RoboCop
Anno 2028. La multinazionale OmniCorp ha il totale controllo della tecnologia robotica: ovunque i loro droni sono stati utilizzati a scopo militare; in America, invece, finora ne è stato vietato l'uso. La grande occasione per la multinazionale di utilizzare la propria controversa tecnologia sul fronte interno sembra però essere arrivata. Il poliziotto Alex Murphy, ottimo agente e marito affettuoso impegnato nella lotta contro la criminalità e la corruzione dilagante nella città di Detroit, viene gravemente ferito sul campo e la OmniCorp lo farà tornare in servizio sotto forma di un potente cyborg, un RoboCop. Tuttavia, le mire economiche dell'azienda e l'avveniristica efficacia dei RoboCop verrà messa in pericolo da un particolare non trascurabile: all'interno della macchina non solo c'è ancora un uomo, ma ha anche tracce di ricordi del proprio passato...
  • Durata: 121'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA/RED EPIC, ARRIRAW (2.8K)/(2K)/REDCODE RAW (5K), D-CINEMA
  • Produzione: STRIKE ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
  • Data uscita 6 Febbraio 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
2018, la Omnicorp è leader mondiale nel campo della tecnologia robotica: per conto Usa, i suoi droni comandano e controllano ovunque, da Teheran alle altre zone calde. Eppure, il loro utilizzo è vietato sul suolo Usa: che fare? L'anchorman Samuel L. Jackson non sa farsene una ragione, mentre l'ad della Omnicorp Michael Keaton si lambicca il cervello, e accende la lampadina: affidare al suo medico Gary Oldman il compito di “resuscitare” un poliziotto più che disabile, ovvero Joel Kinnaman, ridotto a tronchetto umano (testa, polmoni, mano destra) da un attentato. In principio fu il cult anno di grazia 1987 di Paul Verhoeven (due i sequel, nel '90 e '93), ora il reboot affidato da MGM e Columbia a José Padilha: non l'avessero mai fatto, perché la nostalgia è canaglia, anzi, ferraglia.  Attori impalpabili (Kinnaman) o disinteressati (tutti gli altri, compresa l'irriconoscibile Abbie Cornish, nei panni della mogliettina mezza vedova), sceneggiatura stracca, pathos arrugginito, esternalità geopolitiche e filosofiche d'appendice – se volete, d'appendicite – e un retrogusto metallico che si spiega agevolmente: non l'esoscheletro di RoboCop, ma i dollari sonanti che il reboot vorrebbe. Scommettiamo che… non saranno così tanti?

NOTE

- REMAKE DEL FILM OMONIMO DIRETTO DA PAUL VERHOEVEN NEL 1987.

CRITICA

"Seguito ideale della saga dei cyborg poliziotti, questo 'RoboCop' può contare su un progresso che riduce la distanza del verosimile e trova nel regista Padilha finali rampogne contro lo strapotere Usa. (...) Assurda escalation fantasy che può giocare su un interessante, inevaso dubbio filosofico." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 6 febbraio 2014)

"Malgrado le libertà che 'RoboCop' 2014 (regia del brasiliano Padilha, nel ruolo del titolo lo svedese Kinnaman) si concede rispetto all'originale del 1987 di Paul Verhoeven con Peter Weller, ecco un intrattenimento potenzialmente efficace proprio perché prevedibile." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 6 febbraio 2014)

"E se un autore da Orso d'oro girasse un popcorn movie hollywoodiano? Verrebbe fuori questo stranissimo ma affascinante remake di 'RoboCop', il cui originale fu la consacrazione a Hollywood dell'olandese scioccante Paul Verhoeven. Adesso tocca al bravo brasiliano José Padilha di 'Tropa de Elite' (vinse a Berlino nel 2007) filmare le avventure del poliziotto per tre quarti robot e un quarto umano in lotta contro il crimine nella Detroit del 2028. Prima parte quasi perfetta, seconda parte moscia. Primo tempo teso, spiritoso, drammatico e realistico con l'agente di polizia Murphy in contrasto con la corruzione del suo dipartimento mentre negli Stati Uniti impazza il dibattito: «Polizia robotizzata sì o no?». Secondo tempo più stolidamente d'azione con sparatorie da videogame e un finale dove tutto è scontato. Differenze tra 'RoboCop' 2014 e l'originale del 1987: più intimo (qui Murphy/RoboCop tiene famiglia), meno cruento (Verhoeven turbò utilizzando effetti horror), più satirico. Niente male nel complesso." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 6 febbraio 2014)

"Come ti resuscito il cult anni '80 'RoboCop'? male, malissimo. (...) A corto di idee, Hollywood rimesta gli '80s e insinua dilemmi futuribili (che ne sarà di noi?), para-esistenziali (che cos'è la natura umana?) e pseudo-geopolitici (i droni) nell'esoscheletro di 'RoboCop': fatica (?) sprecata, perché dagli attori - Kinnaman è più espressivo con la visiera abbassata - alla sceneggiatura, la comune missione è lo sbadiglio del pubblico. Si salva l'anchorman sciovinista Samuel L. Jackson, ma non basta: RoboFlop." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 6 febbraio 2014)

"Subentrato nel progetto a Darren Aronofsky, il brasiliano Jose Padilha ha realizzato il remake di 'RoboCop' prendendo un poco le distanze dall'originale firmato da Paul Verhoeven. Magari per evitare paragoni, ha cambiato qualche elemento narrativo, abbassato il livello di violenza ed evidenziato il messaggio sui pericoli del disumanizzante uso dei cyborg: uomini macchina, quale il poliziotto Alex Murphy convertito in robot dopo che il suo corpo è stato dilaniato da un'esplosione, eppure ancora pulsante di emozioni. Lo impersona il malinconico Joel Kinnaman ('The Killing') al centro di un cast di veterani come Oldman, Jackson e Keaton. Tuttavia, pur migliore dei sequel 2 e 3, 'RoboCop' resta un pasticciato prodotto di genere: chissà come sarebbe stato se l'avesse girato Aronofsky." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 6 febbraio 2014)

"'RoboCop' di Verhoeven, uscito nell'87, fu accusato di cripto-fascismo e, nonostante l'impressionante risultato al botteghino, relegato nel novero degli action senza cuore né cervello. Non era proprio così, tanto è vero che il terzo remake, stavolta affidato al brasiliano Padilha, perde il substrato ironico e nonostante l'abbondante immissione di battute e allusioni politicamente corrette e farciture filosofico-morali finisce per risultare più guerrafondaio del prototipo. Certo non mancano, attorno al protagonista Kinnaman, le facce e i corpi di grandi performer del genere come Jackson, Keaton e Oldman; ma se l'espediente contribuisce alla rimbombante resa spettacolare, il fascino dello sbirro-cyborg ibridato in armatura hi-tech nella Detroit del 2028 sfuma nell'apocalittica vaghezza, lasciando che lo spunto, oltre a scatenare le platee avide d'incendi e scoppi, venga in fin dei conti utile alla polemica interna Usa sull'utilizzo dei droni." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 6 febbraio 2014)

"(...) è una conclusione che anticipiamo, Padilha si disimpegna con notevole acume strategico. Il film parte subito in quinta con una situazione con la quale nemmeno i gabinetti otturati dell'ambasciata iraniana a Londra di 'Red 2' possono competere. Un telegiornale-promozionale trasmette in diretta un servizio sull'utilizzazione per le strade di Tehran di unità da combattimento robotiche. Il senso della manovra è di far accettare al congresso l'idea che se può funzionare in Iran può Funzionare anche a casa. Samuel L. Jackson, con una pettinatura da blaxploitation doc, straparla di vite americane e patriottismo come un Bill O'Reilly in acido mentre dietro le quinte, un Michael Keaton mai così in palla da molti anni a questa parte, tenta disperatamente di trovare il modo di farsi comprare le sue macchine dal governo. Questo preambolo, che serve sostanzialmente a Padilha come intro prima di riprendere il tema principale dell'originale scritto da Edward Neumeier, dimostra se non altro che il regista di 'Tropa de elite' i compiti li ha fatti sul serio. Tutto il sotto-testo satirico e polemico dell'originale verhoeveniano è sviluppato e adattato alla nuova situazione politica statunitense. Non è un caso che sia Detroit, ex fulcro della lotta di classe statunitense, centro operaio collassato, il ground zero dove restaurare la legge e l'ordine. Ciò che cambia sostanzialmente è l'estetica della macchina 'RoboCop'. Alla ferraglia di Verhoeven, che a suo modo presagiva le contaminazioni fra ciò che restava dell'era industriale e i primi vagiti cyberpunk, ampliamento in direzione cronenberghiana della riflessione sulla nuova carne sviluppata dal New Horror ottantesco, si sostituisce un'anonima eleganza digitale del design. Una voluta riduzione di complessità delle asperità di superficie e una maggiore aereodinamicità. 'RoboCop' si muove ora come l'estensione di un algoritmo incatenato ancora per poco alla macchina e non più come un goffo Prometeo libero delle sue catene industriali, novello Frankenstein di un principio d'individuazione rifondato. Padilha si concede molto tempo per mettere in scena la progressiva eliminazione dell'elemento umano dal binomio carne-macchina accompagnandolo con ironici e progressivi slittamenti del look. Più la macchina diventa leggera, più il design si fa elegante. Non è un caso che nel film di Verhoeven il confronto finale si verificasse sul terreno di una fabbrica dismessa. 'RoboCop' 2014, invece, si presenta come un oggetto di puro design cyber e non è un caso che gli enormi quadri alle spalle della scrivania di Michael Keaton cambino in continuazione. L'arte contemporanea avrà anche anticipato i tempi, ma il design digitale è senza ombra di dubbio il vero presente dell'arte contemporanea. Padilha, insomma, ha penetrato a fondo i sotto-testi di Verhoeven. Meno la sua estetica profondamente medievale. Clamoroso assente, il sangue che nel capostipite scorreva a fiumi. Da buon fiammingo con lo sguardo puntato sulla tradizione macabra tedesca, Verhoeven celebrava come un rito di sangue il tramonto della carne e il sorgere della macchina mentre Padilha, pur omaggiando Rembrandt, preferisce una lezione di anatomia stilizzata, clinica nel suo nitore. Una costatazione attonita, senza urla e furore. Un mero dato di fatto. Il ciclo industriale della carne è finito. Insomma, pur essendo il prologo iraniano la cosa migliore di un film che serve soprattutto come dimostrazione dell'adattabilità di Padilha all'industria hollywoodiana, il nuovo 'RoboCop' non è il disastro annunciato che pur era legittimo attendersi. E questo è merito anche di un cast che vanta nelle seconde file nomi come Michael K. Williams ('The Wire'), Jay Baruchel ('Facciamola finita'), Aimee Garcia ('Dexter') e Jackie Earle Haley (il Freddy Kruger post-Englund)." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 6 febbraio 2014)

"Piacerà a chi non ha visto (o ha dimenticato) il 'RoboCop' diretto da Verhoeven 27 anni fa. Allora apprezzerà questo remake del brasiliano Padilha, solidamente spettacolare e non privo di una salutare polemica contro la paranoia delle multinazionali. Certo, il vecchio 'Cop' era di un altro pianeta (l'umanità superstite di Murphy si risvegliava a poco a poco, qui è data per scontata)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 6 febbraio 2014)

"Povero 'Robocop', sepolto ventidue anni fa e inutilmente riesumato oggi. La storia è identica: uno sbirro di Detroit, disintegrato da una bomba, è ricostruito in laboratorio. Con ovvia, fragorosa vendetta. In un turbinio di effetti speciali, l'invulnerabile robot in due ore ripulisce la città. Irresistibile l'umorismo involontario della sconsolata semivedova: «Sto cadendo a pezzi»." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 6 febbraio 2014)
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