Ray

USA - 2004
Ray
Nato in un piccolo paese della Georgia, Ray diventa cieco all'età di 7 anni dopo aver subito lo choc di assistere alla morte accidentale del fratello. Sua madre, una donna molto forte, lo spinge a combattere e a non arrendersi dinanzi al suo handicap e gli compra una tastiera per aiutarlo a coltivare il suo talento per la musica. Tutta la vita di Ray Charles viene ripercorsa dai primi successi alla fama mondiale. Il musicista di colore che creò un nuovo tipo di musica mescolando la cultura dei cori gospel con la musica country cara alla popolazione americana e con il jazz dalle note struggenti segnò un'epoca, un nuovo modo di avvicinarsi al mondo della musica e di viverla. Emerge, quindi, la storia di un uomo dalla vita sfortunata, segnata dalla malattia e dall'uso delle droghe, che però si sforzò di combattere per i diritti della popolazione di colore e che ha attraversato un secolo di storia e cultura insieme alla sua musica.
  • Altri titoli:
    Unchain My Heart: The Ray Charles Story
  • Durata: 152'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, MUSICALE
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85) TECHNICOLOR
  • Produzione: UNCHAIN MY HEART LOUISIANA LLC, CRUSADER ENTERTAINMENT LLC, ANVIL FILMS, BALDWIN ENTERTAINMENT, BRISTOL BAY PRODUCTIONS, UNIVERSAL PICTURES
  • Distribuzione: UIP (2005)
  • Data uscita 21 Gennaio 2005

RECENSIONE

di Davide Turrini
Riassumiamo il biopic di Taylor Hackford in tre concetti basilari: mimesi, sintesi, crasi. Mimesi. Ray Charles è Jamie Foxx, che vorrebbe rifarsi al Cassius Clay di Will Smith in Alì di Michael Mann (altro film, altra dimensione, altro cinema), rispetto a mimetizzazione attoriale, alla ricomposizione dei tic, alle movenze più classiche di mister Charles (si compari il classico autoabbraccio del pianista di colore), alla ricreazione di un tono sofferto e strascicato nel canto. Ed è fuor di dubbio: i risultati sono spaventosi, in positivo s'intende. Sintesi. Hackford opta per una tranche de vie (1949-1966) di Charles, semplificando in flashback saturi di polluzioni cromatiche i traumi infantili del piccolo Ray, origini e incubi ricorrenti che lo avrebbero portato a fare uso di eroina e tradire moglie e famiglia, sulla pelle delle sue giovani amanti. Per non parlare, poi, della fretta, dopo due ore abbondanti di pellicola, nel condensare in nemmeno quattro minuti il post '66 di Charles, zeppo di riconoscimenti socio-politici postumi e sibillini (e di una stanca e prosciugata vena creativa, anche se nessuno tra gli esperti lo rileva mai). Crasi. Ovvero fusione o squagliarsi di una sequenza sull'altra. Non ci sono mai buchi temporali e concettuali lasciati per riflettere, per respirare, per prendere fiato. Ogni fotogramma in Ray si collega continuamente a quello che verrà dopo (o a quello che è venuto prima), in una pedagogica e manichea way of life da seguire nella realtà come nella finzione, senza un barlume di libertà interpretativa. Per fortuna che un bel po' di spazio lo si dà alla musica, e ci mancherebbe: Mess Around, I got a Woman, Hallelujah I love her so, The Right Time, fino a una traccia creata apposta per l'occasione, con l'improvvisazione live di What'd I say: questa sì vale l'intero prezzo del biglietto.

NOTE

- GOLDEN GLOBE 2005 A JAMIE FOXX COME MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA IN UN FILM MUSICALE.

- OSCAR 2005 PER MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (JAMIE FOXX) E MIGLIOR SUONO (SCOTT MILLAN, GREG ORLOFF, BOB BEEMER, STEVE CANTAMESSA). IL FILM ERA STATO CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, MIGLIOR REGIA, MIGLIOR MONTAGGIO E MIGLIOR COSTUMI.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2005 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Il 'Ray' di Hackford e Foxx non smette di commuovere e insieme di convincere. Questione di equilibrio, certo. Un briciolo in più e si cade nella commiserazione. Un briciolo in meno ed ecco il santino. Invece Ray Charles, con tutte le sue eccezionalità, resta un uomo. Insondabile, imperfetto, inesauribile. Unico. Con un orecchio così fine che distingue il frullo di un colibrì dietro la finestra, o il respiro della mamma che segue di nascosto i suoi movimenti, da bambino. Con un talento così prepotente che quando incide spesso azzecca il disco alla prima prova. E può unire gospel e blues cantando l'ebbrezza dei sensi su arie da inni religiosi, con scandalo di molti neri e della sua stessa moglie. Ma lo script così nutrito di James L. White non potrebbe nulla senza una vera scienza dei dettagli e un cast di rara perfezione, dal manager turco pelato alla madre giovane e magrissima fino alla moglie incantevole senza essere troppo bella. Per non parlare dell'immedesimazione impressionante perché mai esteriore di Jamie Foxx che non imita tic, risata, andatura, ma sembra generarli miracolosamente da dentro, riproducendone l'intima necessità. Speriamo nell'Oscar. Sarebbe la prima volta che dei veri ciechi premiano un cieco finto." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 gennaio 2005)

"Scoppia la moda del film biografico: ed ecco la vita infelice ma gloriosa di Ray Charles 'The Genius' che doppia lo straordinario Jamie Foxx. Impegnato a rivivere traumi morali e materiali del leggendario Ray, che ha unito in matrimonio gospel, blues e soul: musica, cura omeopatica. Tutto nella tradizione non agiografica (emozionante la tossicodipendenza e la cura), ma il regista Hackford non va oltre la superficie delle note." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 22 gennaio 2005)

"Le ricorrenti cine-biografie hollywoodiane patiscono spesso l'handicap della magniloquenza e della banale imitazione fisiognomica. 'Ray' ha invece il coraggio di assumere tutti i rischi del genere riuscendo a volgerli a suo favore: Taylor Hackford non cerca di dettagliare mezzo secolo di storia né di sottoporre le emozioni al vaglio della critica nel mettere in bella calligrafia alcune fasi, quelle decisive, della lunga carriera di The Genius e Jamie Foxx, il tassista di 'Collateral', si esibisce in una sorta di reincarnazione prodigiosa (già premiata ai Golden Globe, vedremo cosa gli recapiteranno gli Oscar). La sorpresa sta nella felice coincidenza dello stile del regista con la performance del protagonista: il percorso esistenziale di Ray Charles Robinson e la sua ascesa nell'empireo del soul (e non solo) ritrovano, così, a tutto schermo quell'eccezionalità che ne costituisce la principale componente artistica. Il primo aspetto da cogliere, per spiegarsi la scorrevolezza e la credibilità del film, è che dal tribolato ritratto personale scaturisce la trascinante suggestione della musica e non viceversa. (...) In fondo 'Ray' è la favola romantica e insieme realistica di un uomo povero, nero e cieco, tutt'altro che un santino, che perde a più riprese il controllo della propria vita e poi lo riconquista, a costo d'infliggere nuove ferite a una sensibilità eccessiva come il suo talento. Se dovessimo scegliere, infatti, tra i tanti scorci al top d'intensità emotiva, penseremmo subito alla sequenza in cui Ray dimostra alla futura moglie come il suo udito riesca a percepire il battito d'ali di un colibrì nella babele sonora di un'ora di punta al ristorante." (Valerio Caprara, 'Il Mattino, 22 gennaio 2005)

"Le biografie musicali sono roba delicata. Possono dare luogo a capolavori ('Bird', di Clint Eastwood), a pezzi di trovarobato ('De-Lovely'), a film politicamente ed esteticamente corretti. Ricade nel terzo caso 'Ray', biopic ufficiale che Taylor Hackford dirige da gentiluomo, accreditando la mitologia di 'The Genius'; però senza dimenticare, nel sottofondo, il contesto civile e politico in cui l'inarrestabile ascesa del musico avvenne (...) Neocandidato all'Oscar (in doppietta con la sua performance in 'Collateral'), Jamie Foxx sceglie, più che la via dell'interpretazione, quella della metamorfosi. Diventando un clone di Charles, davvero impressionante." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 28 gennaio 2005)

"The Aviator e Ray, pur diversissimi, hanno in comune un atteggiamento nuovo: quello di evocare con il massimo della verosimiglianza i personaggi chiamati in causa, senza nasconderne vizi, debolezze e malefatte.(...) L'importante tuttavia è che dietro i protagonisti, come riesce in maniera eccelsa a Scorsese e in buona misura anche al Taylor Hackford di Ray, emergano il mondo nel quale hanno operto, gli ambienti, gli umori, le situazioni. E' un modo emozionale e tipicamente americano, di ricostruire la cronaca mentre diventa storia." (Tullio Kezich, Corriere delle Sera, 29 gennaio 2005)

"Scoppia la moda del film biografico: con la vita di Hughes ecco anche quella infelice ma gloriosa del genius della musica Ray Charles che doppia straordinariamente il bravo protagonista Jamie Foxx, due candidature all'Oscar. Nel film tradizionale e prolisso di Taylor Hackford egli rivive i traumi del leggendario Ray, colpito dalla morte del fratello e poi dalla cecità. Successo e nevrosi del mito musicale che unì in matrimonio gospel, soul e blues ma che non seppe resistere agli eccessi. La parte più emozionante di un film che resta in superficie e non entra in profondità è proprio quella della tossicodipendenza." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 29 gennaio 2005)
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