Ragazze di città

Girls Town

USA - 1996
Ragazze di città
In una zona periferica di New York Angela, Emma, Nikki e Patty frequentano l'ultimo anno delle scuole superiori e sono molto amiche fra loro. Le ragazze vivono in maniera conflittuale i loro rapporti quotidiani con le altre compagne di scuola, con i ragazzi, con i professori e con i genitori. Quando Nikki, violentata da un adulto, si suicida, il loro risentimento esplode senza freni.
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA A COLORI
  • Produzione: LAUREN ZALAZNICK
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE (1997) - BMG VIDEO

NOTE

REVISIONE MINISTERO OTTOBRE 1997 VINCITORE DEL PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA AL SUNDANCE FILM FESTIVAL 1996 E DEL PREMIO PER LA REGIA (FILM MAKERS' TROPHY) SEMPRE AL SUNDANCE FILM FESTIVAL

CRITICA

"Svolto sullo sfondo della cittadina di Hackensack, New Jersey, nel corso di un'estate dopo la quale nulla sarà più uguale, l'inusuale romanzo di formazione vincitore del Sundance '96 non è il capolavoro propagandato da 'Variety', però ha il pregio di essere aspro come la tematica che affronta: per una volta non ci troviamo davanti a un film 'indipendente' solo per povertà di budget. Lo hanno sceneggiato con il regista le tre grintose interpreti: che dei loro personaggi di femmine-maschiaccio, tanto rudi e scostanti da crearsi il vuoto intorno, riescono efficacemente a comunicare il malessere, la confusione e la vulnerabilità." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 18 ottobre 1997)

"Presentato al Sundance dello scorso anno, diretto dall'esordiente Jim McKay, già autore di videoclip e di documentari, 'Ragazze di città' è il tipico film indipendente americano, girato con pochi soldi, in maniera grezza e in direzione decisamente anti-spettacolare. Molte scene fitte di dialoghi simil-spontanei, lunghe sequenze prive di vera e propria consequenzialità, inazione deambulante, ambientazione da ghetto suburbano, taglio quasi da reportage, protagoniste molto brave, soprattutto Lili Taylor, che qualcuno ricorderà come instabile e lesbica poetessa di strada in 'Ho sparato ad Andy Warhol'. Ma qualcosa non funziona nell'impostazione sciatta, scarna e (quasi) inaccessibile voluta dal regista: troppi vezzi da 'indipendente', qualche insufficienza nelle spiegazioni narrative e nelle motivazioni delle ragazze. Due, invece, le virtù: l'abbigliamento sciamannato, oversize e post grunge indossato con disinvoltura e contro-femminilità delle giovani ribelli, e l'epilogo; proprio quando sembra che inizi, il film finisce". (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 31 gennaio 1997)

"La regia adotta inquadrature lunghe per concentrarsi meglio sulle quattro ragazze, che sono più vere del vero e parlano molto. Affaticando un po' lo spettatore a causa dell'over-dubbing, quel sovra-doppiaggio che fa spesso apparire petulanti e queruli i personaggi dei film indipendenti". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 febbraio 1998)
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