Racconto di Natale

Un conte de Noël

FRANCIA - 2008
4/5
Racconto di Natale
Abel e Junon si sposano e hanno due figli: Joseph ed Elizabeth. Quando Joseph risulta colpito da una rara malattia genetica, si rende necessario un trapianto di midollo osseo. Poiché la sorellina è incompatibile, i genitori concepiscono un terzo figlio, Henri, nella speranza di riuscire a salvare Joseph. Purtroppo, neppure Henri può essere utile a Joseph che muore a sette anni. Nonostante la nascita di un altro figlio, il piccolo Ivan, la famiglia non riesce a superare il lungo trauma subìto, e negli anni i rapporti tra i fratelli saranno rari e sempre tesi. Elizabeth diventa una madre responsabile ed autoritaria, mentre Henri consuma la sua vita tra donne e alcool. Un litigio tra i due finisce con una rottura definitiva perché Elizabeth non perdona al fratello una frase detta e lo bandisce da casa sua. Così Henri non può più incontrare neanche il nipote Paul, un adolescente con gravi problemi psicologici. Henri non ha rapporti nemmeno con l'altro fratello, Ivan e con la cognata Sylvia, né con il cugino Simon. Intanto Junon scopre di essere malata e di avere a sua volta bisogno di un trapianto di midollo. Tutta la famiglia si sottopone al test di compatibilità ma, alla fine, i soli ad essere idonei sono proprio Paul e Henri. Intanto il Natale si avvicina e tutti si riuniscono nella casa di famiglia a Roubaix.
  • Altri titoli:
    A Christmas Tale
    Christmas Tale
  • Durata: 143'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: SCOPE
  • Produzione: WHY NOT PRODUCTIONS, FRANCE 2 CINÉMA, WILD BUNCH, BAC FILM, CANAL+, CINÉCINÉMA, CNC
  • Distribuzione: BIM - DVD: BIM/01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 5 Dicembre 2008

RECENSIONE

di Roberto Nepoti
Amato e atteso, in Francia, da un piccolo esercito di fan, da noi Arnaud Desplechin è arrivato solo con I re e le regine, tragicommedia toccante ma vista da pochi. Come quel film, Racconto di Natale è un'altra fotografia di un gruppo familiare, dei suoi conflitti, dei suoi disordini affettivi e sentimentali, che il regista declina in un tono sospeso tra la favola nera e il mito. Junon (Catherine Deneuve, valorizzata in tutta la sua geniale freddezza), come la regina degli dei, si chiama infatti la matriarca che regna, indifferente, sulla microsocietà rappresentata da una famiglia d'intellettuali di Roubaix. L'albero di Natale è il totem intorno a cui si riuniscono principi e principesse dispersi: la figlia scrittrice Elizabeth, l'ultimogenito Ivan e Henri, il figlio ripudiato e bandito dal regno. Molti anni prima esisteva un altro principe, Joseph, sofferente di una rara malattia genetica; Henri fu concepito come farmaco, per donare midollo osseo al favorito; ma risultò incompatibile. Joseph è morto, però la sua maledizione continua a gravare sui congiunti: ora è Junon ad essere malata e il figlio mal amato potrebbe salvarla. Nel mettere in scena la famiglia Vuillard, dispersa, mitica e banale allo stesso tempo, Desplechin moltiplica i punti di vista e spezza la linearità del racconto, concedendoci le rivelazioni un poco alla volta, con parsimonia. Senza colpi di scena, però: ciò che si apprende gradualmente è atteso, previsto e in ciò sta la forza del film, che permette così allo spettatore di concentrarsi sui numerosi personaggi. Eppure stenteremmo a definire la sua un'opera "corale", genere di moda che sempre più spesso si accontenta dell'ovvio. Se vogliamo trovare delle referenze a questo film dal titolo – ironicamente – dickensiano, le cercheremo piuttosto in Bergman (ma con più cattiveria e più ironia) o, come rilevato da alcuni al Festival di Cannes, in Paul Thomas Anderson (per la capacità di scavare in ogni "carattere") o nel Wes Anderson dei Tenenbaum (per lo humour melanconico misto a lampi di allegria). Il regista sta col fiato sul collo dello spettatore, lo obbliga a specchiarsi nello schermo guardando in faccia l'ipocrisia delle relazioni familiari; tanto che il film richiede uno sforzo di adattamento all'atmosfera che vi si respira, prima di sintonizzarsi con i gesti, gli sguardi, le motivazioni di ciascuno. Qualcosa può perfino spaventare: l'ambiguità dei legami familiari, la crudeltà nei confronti dell'elemento ribelle; o la scena in cui Junon traduce in equazione aritmetica le sue speranze di vita. Però – e questo è sorprendente – i conflitti tendono a comporsi gradatamente in una serenità inaspettata, una voglia di vita ostinata che non ha bisogno di ricorrere all'espediente dell'ottimismo. Lasciandoti contento di aver affrontato la prova e dimostrandoti, ancora una volta, che le "favole cattive" svolgono una funzione catartica. Attento a non sacrificare nessuno dei suoi personaggi, il regista coordina il cast ottenendone il meglio. Con una nota di merito per Mathieu Amalric, banale supercattivo nell'ultimo 007 e qui, invece, folletto spiritato e maledetto, un "gollum" di famiglia borghese torturato e geniale.

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO AL 61. FESTIVAL DI CANNES (2008), DOVE CATHERINE DENEUVE HA RICEVUTO IL PREMIO SPECIALE DELLA 61° EDIZIONE (EX-AEQUO CON CLINT EASTWOOD).

CRITICA

"Con 'Un conte de Noël' di Arnaud Desplechin sbarca sulla Croisette l'erede più convinto del cinema alla nouvelle vague, fatto di esplorazione dei sentimenti, complicità con gli attori, riprese dal vero e uno stile di regia che procede come una composizione jazz: apparentemente spontaneo e zigzagante, in realtà controllatissimo e avvolgente. Come spesso nei suoi film, anche qui si mescola vita e morte (...) L'atmosfera gioiosa delle feste stempera le tensioni sotterranee, i risentimenti si intrecciano con gli amori, lungo un percorso che a volte sorprende per la durezza degli scontri oppure incanta per l'ironia con cui sono superati. Desplechin muove i fili di questo teatro con sensibilità e leggerezza, riuscendo a dare una forma sopportabile anche al confronto con la morte e il dolore, obbedendo a un idea di cinema che non vuole confrontarsi col mondo ma solo con i sentimenti privati. Un film che forse non conquisterà l'impegnato presidente della giuria Sean Penn, ma che ha fascino e grazia da vendere." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 17 maggio 2008)

"Troppo francese, dicono gli antipatizzanti. Cioè troppo strambo, colto e disinvolto insieme. Eppure è raro, nel cinema di oggi, trovare un senso così tumultuoso della vita e dei suoi doppifondi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 maggio 2008)

"'Un conte de Noel' si è rivelato un tipico prodotto da festival, un melodramma disinvoltamente ispirato a Bergman, la versione per immagini di una terapia d'autocoscienza di gruppo affidata a interpreti bravi, ma troppo tesi a dimostrare di esserlo. Il regista Desplechin si concentra sui casi dei signori Vuillard della buona borghesia di Roubaix, riunitisi per festeggiare l'ennesimo Natale: (...) Malattie genetiche, trapianti di midollo osseo, figli indesiderati e nuore o generi disorientati (tra cui si distinguono Mathieu Amalric, Emmanuelle Devos e Chiara Mastroianni), lutti inespressi, bancarotte e chi più ne ha più ne metta trasformano la rimpatriata in una resa dei conti che farebbe disperare Freud e Jung. Col bel risultato di comunicare, al posto di una chirurgica chiarezza di sentimenti, il solito sentore di pantomima." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 17 maggio 2008)

"Il tempo passa per tutti, soprattutto per monsieur Desplechin che, nonostante non abbia raggiunto i cinquanta, porta in concorso un film-summa filosofica sulla necessità della morte per rifondare la vita. (...) Per chi ama il cinema francese, un'apoteosi di raffinatezze attorial-letterarie, circo di primedonne dalle pungentissime dialettiche. Si contendono il trofeo tutti i nomi del bon-cine francese: oltre alla Deneuve, l'immancabile Emmanuelle Devos, Jean-Paul Rossillon, Mathieu Amalric, Hippolyte Girardot eccetera eccetera. Per chi invece detesta il cinema francese, due ore e trenta di autentica tortura, non priva di perverso fascino masochista. Noi siamo da queste parti." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 17 maggio 2008)

"Questo Natale va passato a Roubaix, in casa Vuillard. Angosce, rancori, premure si incrociano e accavallano sinuosamente tra le pieghe del carsico 'Racconto di Natale' a firma Arnaud Desplechin. Pretesto narrativo più vecchio del mondo: la famiglia unita per il pranzo della vigilia. (...) 'Racconto di Natale' s'iscrive come deviazione mai scontata in un panorama di tragedie familiari spesso patetiche. Desplechin non vuole rassicurare nessuno, non cerca lieti fini e buone novelle. La sua messa in scena è delicato scavo e riemersione continua di senso, flusso rigoglioso di immagini libere da lacci formali, accostamenti di stile e abbattimento dei tempi tradizionali dell'inquadratura. Ogni tanto perfino i protagonisti parlano guardando in macchina, raccontando snodi critici del testo, quasi evocando modalità shakespeariane. Un'eco classica che dona equilibrio di scrittura e pari dignità tra protagonisti e presunte comparse. La colonna sonora mescola cenni di classica, soul di Otis Redding e moderno hip-hop. E a quella tavola mica tanto imbandita, tra quelle stanze in cui si sfiorano liberamente corpi e anime, si ritrovano brandelli di vita talmente universali da versare sinceramente una lacrima. Amalric nell'interpretare il suo autolesionista e istrionico Henri è la vera valvola di sfogo per una famiglia non più contrita e finalmente libera dai fantasmi del passato. Due ore e trenta di durata che paiono dieci minuti." (Davide Turrini, 'Liberazione', 5 dicembre 2008)

"Se il 'film corale' va fin troppo di moda, 'Un racconto di Natale' lo è in maniera tutt'altro che usuale: le referenza, piuttosto, si potrebbero cercare in Bergman o nel Wes Anderson dei 'Tennenbaum'. Desplechin moltiplica i punti di vista e spezza la linearità del racconto, rivelandoci i fatti un po' alla volta. Alla fine i conflitti tendono a comporsi in una serenità inaspettata, catartica e - tutto sommato - natalizia." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 5 dicembre 2008)

"Lungo oltre due ore e mezza, con l'ambizione di catturare il mondo, il film ben fatto e consolatorio interpretato da Catherine Deneuve, da sua figlia Chiara e da suo genero, da molti altri attori, con una bravura calda e partecipe. E' forse la prima volta in cui la malattia non appare nel film come un evento unico e folgorante, ma come una componente della vita." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 5 dicembre 2008)

"Amaud Desplechin è un narratore radicale che sovraccarica le sue configurazioni spaziali e temporali di segni espliciti, legami segreti e angoscianti vuoti. Attraverso questa tecnica idraulica di pittura vivente richiama dentro lo schermo voci e immagini dal fuori campo per svuotare, riempire o contestare le sue forme. E come se il suo cinema ci mettesse davanti al naso le cose della vita che spesso fuggiamo, invitandoci, per una volta, in sala buia, a un gesto di coraggio e responsabilità, invece che d'evasione. Questa volta è, oltretutto, sostenuto da una ritmica speciale, cioè dalle musiche inebrianti e inquietanti di Grégoire Hetzel, che spesso invade come un virus, copre del tutto ma raddoppia l'effetto armonico e pulsionale di un tessuto visuale spesso e complesso. Insomma chi non ama questo film ha qualcosa da nascondere di brutto, ha paura del lupo cattivo che ulula nel sottoscala ... E come se Desplechin strumentalizzasse la tecnica della confessione cattolica - del luogo buio dove la coscienza si agita nel liquido amniotico della biopolitica senza rete, in cerca di requie - per rafforzare quegli ammonimenti morali tipici dei pastori protestanti, celati dietro l'evasione hollywoodiana. Fabbricando una differente classicità." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 5 dicembre 2008)

"Arnaud Desplechin gioca con la materia tipica del melò senza abbandonarsi al pianto, conservando qualche vezzo cinefilo e il ciglio asciutto che lo porta ad una cinica osservazione delle cose della vita, anche agiata. Il regista, col suo attore feticcio Matieu Amalric, tiene narrativamente in pugno amici e parenti nell'identikit di una famiglia allargata bisognosa urgente di una trasfusione compatibile. Ci sono scazzottate e confessioni, silenzi e nostalgie, ma con la padronanza fredda di chi ha già fatto i conti di un prisma psicologico variabile, inedito, in cui gli attori sono tutti in sintonia, bravi, meno la Deneuve che è bravissima." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 5 dicembre 2008)
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