Qualcosa nell'aria

Après mai

FRANCIA - 2012
3/5
Qualcosa nell'aria
Parigi, anni 70. Gilles, studente di liceo, viene coinvolto dai fermenti politici che stanno sconvolgendo la società di quegli anni. In realtà, lui è un artista che desidera dedicarsi al cinema e alla pittura, ma per i suoi amici l'impegno politico deve essere totale. Pian piano anche Gilles troverà il suo modo per districarsi nella confusione della rivoluzione studentesca e allo stesso tempo chiarire i dubbi di una vocazione artistica ancora in via di sviluppo.
  • Altri titoli:
    Something In The Air
  • Durata: 122'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: AATON 35-III/AATON PENELOPE, (2K)/SUPER 35 (3-PERF), 35 MM/D-CINEMA (1:1.85)
  • Produzione: MK2 IN COPRODUZIONE CON FRANCE 3 CINÉMA, VORTEX SUTRA CON LA PARTECIPAZIONE DI FRANCE TÉLÉVISIONS, CANAL +, CINÉ +, CENTRE NATIONAL DU CINÉMA ET DE L'IMAGE ANIMÉE
  • Distribuzione: OFFICINE UBU (2013)
  • Data uscita 17 Gennaio 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

La corrente maoista, la sinistra proletaria, la manifestazione repressa dalla polizia nel febbraio del ’71 a Parigi: il 24enne Richard Deshayes, militante di VLR (Viva la Rivoluzione), perde un occhio dopo che un fumogeno lo colpisce in pieno volto, il liceale apolitico Gilles Guiot è arrestato dalla polizia mentre rientra a casa, poi condannato a sei mesi di prigione di cui tre con la condizionale per fantomatiche “violenze a un agente”. Sono questi due episodi a scuotere il dibattito e la mobilitazione giovanile: da una parte c’è chi – in nome di una politica garantista – vorrebbe rilanciare il movimento liceale e strutturarlo intorno ai gruppi trozkisti, dall’altra chi – rifuggendo qualsiasi logica di organizzazione – è sempre pronto allo scontro.
Questo è lo scenario in cui si apre Après Mai (Qualcosa nell’aria, da noi) di Olivier Assayas, film dichiaratamente autobiografico in cui il regista francese torna agli anni della sua adolescenza, “malinconica ma caratterizzata da un forte amore per la vita”. Per raccontarcela, affida all’alter ego Clément Métayer la parte di un liceale (Gilles) diviso tra l’impeto rivoluzionario e il percorso artistico/individuale: l’affresco di un tempo ormai irreplicabile e perduto viene (ri)costruito dal regista di Carlos in maniera consapevole e nostalgica. Dopo quel maggio del ’68, ci ricorda Assayas, in Francia la generazione dei giovanissimi è alle prese con un presente che, all’orizzonte, sembra offrire la rivoluzione mancata qualche anno prima: il contesto è quello, ma la spinta all’emancipazione che porti alla crescita individuale, marcata dalla forte ispirazione che il fuoco dell’arte può richiamare, è altrettanto presente. E condiziona il percorso di Gilles, delle persone a lui vicine – gli amori Carole Combes e Lola Créton, gli amici Félix Armand e Hugo Conzelmann -: la politica, la musica (Assayas ascoltava gente niente male e, vivaddio, ogni canzone nel film viene fatta “parlare” fino alla fine), il ragionamento sul dibattito tra cinema “agitprop” e cinema come forma espressiva, sulla ricerca di una “sintassi” che si elevasse rispetto alle forme “borghesi” predominanti, la controcultura e la controinformazione, Après Mai è lo sguardo di chi sa che il cinema può “resuscitare tutto ciò che si è perso, amato”. Assayas non si nasconde, “l’arte è solitudine” fa dire ad un personaggio del film, ma lotta per un’arte che si faccia portatrice di ricordi e idee. Che contempli l’amore e la natura, la morte e la tristezza, che parta da Terrapin di Syd Barrett (prima traccia del magnifico The Madcap Laughs) e arrivi alla dolente, fantastica Decadence di Kevin Ayers. In mezzo, le poesie di Gregory Corso (I Am 25), estratti di film (Joe Hill di Bo Widerberg, Laos, images sauvées di Madeleine Riffaud, Le courage du people di Jorge Sanjines) e poca innovazione in termini di “sintassi”: ma la rivoluzione, si sa, il più delle volte è un’utopia.

NOTE

- DISEGNI/QUADRI: DIANE SORIN.

- PRODUZIONE ESECUTIVA IN ITALIA: NICOLA GIULIANO, FRANCESCA CIMA E CARLOTTA CALORI PER INDIGO FILMS.

- PRODUZIONE ESECUTIVA IN INGHILTERRA: POISSON ROUGE PICTURES.

- PRODUZIONE ESECUTIVA IN OLANDA: ORANGE FILM.

- PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA E PREMIO 'FONDAZIONE MIMMO ROTELLA' ALLA 69. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2012).

CRITICA

"Premiato per la sceneggiatura a Venezia, il film di Olivier Assayas racconta i dubbi post '68 francese (in originale 'Après mai'), inquadrando la pensosa crisi di un liceale, ex «dreamer» alla Bertolucci che nel tempo prende coscienza dei limiti dell'immaginazione al potere e s'interroga su Libertà & Violenza. L'autore racconta con scoppi emotivi la gioventù anni 70 con musica d'epoca e l'analisi di un proficuo ralenti intellettuale reso con ottima analisi introspettiva da Clement Mètayer." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 17 gennaio 2013)

"Classe '55 e figlio di uno sceneggiatore e adattatore, Olivier Assayas è prima critico ai 'Cahiers du Cinéma' e poi regista. Investito anagraficamente in pieno dalla stagione che racconta e cioè l'inizio dei 70, in 'Qualcosa nell'aria' ('Après mai', cioè dopo il Maggio) fa dell'autobiografia generazionale e personale (il rapporto conflittuale con il padre). Ci troviamo dentro un completo inventario che non tralascia nulla. Cortei violenti, giornaletti e gruppetti dell'ultrasinistra di ogni colore anarchico troskista maoista operaista, rifiuto delle istituzioni scolastica, familiare, autorità dello stato, partiti e sindacati, area che intende passare alla clandestinità, ala sciroccata che si perde tra Londra e Kabul, ala creativa. Quella cui appartiene il ragazzo protagonista. Diviso trai richiami del proprio talento e quelli della 'lotta'. Sguardo comprensibilmente partecipe che però poteva non esimersi dal ricordare quanti gravi errori dalle pesanti conseguenze siano stati compiuti sulla scia dell'onda libertaria. Più che sul modello Bertolucci siamo sulla versione antipatica e venuta così così della 'Meglio gioventù'." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 17 gennaio 2013)

"Il regista francese Olivier Assayas mi ha soprattutto convinto quando l'ho visto dedicare le sue attenzioni migliori a quella generazione che aveva vent'anni nei Settanta, e cioè la sua. (...) Eccoci così di fronte a vari studenti di un liceo parigino. Vogliono continuare le loro lotte anche se finite male, divisi spesso però sui metodi da seguire. I collettivi universitari, con le loro regole quasi di partito, o invece le rivolte individuali, anche quelle a livello culturale, come l'underground, il free jazz, la musica alternativa? Qualcuno votandosi per intero ad una causa pur sostenuta da ideologie spesso in contrasto fra loro, qualcun altro cominciando a coltivare personali ispirazioni creative. Come, appunto, uno dei protagonisti, Gilles (in cui è dato rintracciare passaggi molto significativi della vera vita, a quel tempo, dell'autore) che vediamo passare dalla pittura al cinema, con tappe intermedie, facendole in parte condividere da una ragazza con le stesse motivazioni, Christine. Proposti entrambi in un più, generale (e mai generico) alternarsi di altri personaggi portato sottilmente a ridarci un ritratto partecipe della generazione che li ha espressi. In cifre in cui ai modi attenti di un cinema ora cronistico, ora evocativo, ora poetico, si accompagnano, nella colonna sonora, delle canzoni tipiche di quel periodo: in grado, in molti passaggi, di suscitare emozioni. E così la recitazione di tutti gli interpreti, per la maggior parte non professionisti." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 17 gennaio 2013)

"CIasse 1955, figlio d'arte (...), Assayas ha una filmografia ormai lunga e importante nella quale è possibile individuare un titolo, 'L'eau froide' del 1994, che è in qualche modo il «padre» di questo nuovo progetto. Che in originale si intitola 'Après mai', dopo il maggio, ma che in italiano è stato tradotto 'Qualcosa nell'aria', titolo che comunque al regista piace. (...) La magnifica colonna sonora è intessuta da brani di artisti rock oggi per lo più dimenticati, da Nick Drake agli Amazing Blondel, dai Tangerine Dream a Kevin Ayers per arrivare fino a Syd Barrett, il leader pazzo e geniale dei primi Pink Floyd. Ma non di sola musica vive 'Qualcosa nell'aria'. C'è, anche qui, la giusta dose di cinefilia: ed è toccante sentir citati in un film di oggi cineasti che a quei tempi erano materia obbligatoria nei cineclub, come Bo Widerberg (l'autore del film militante 'Joe Hill') e Jorge Sanjines (il boliviano di 'Sangue di condor'). Oltre che una rievocazione politica e sentimentale,' Qualcosa nell'aria' è un tuffo nell'atmosfera emozionale di quel tempo, una sorta di ripasso di macrostoria e microstoria: un affresco antropologico che piacerebbe a Le Goff, e che ritrova nel passaggio dagli anni 60 agli anni 70 una serie di reperti «archeologici» che permettono di ricostruire il senso di un'epoca. Ci siamo capiti: per chi era giovane e di sinistra allora, un film imperdibile. Per chi non c'era, un «come erano» dedicato a zii, genitori, forse - ahi-noi - nonni. Andateci." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 17 gennaio 2013)

"È interessante il doppio registro con cui il regista Olivier Assayas (classe 1955) rievoca in 'Qualcosa nell'aria' il biennio post-sessantottino 1971-72: da un lato rispecchiandosi sul filo dell'autobiografia nel protagonista - Gilles, studente di Belle Arti che nel finale decide di abbandonare i pennelli per il cinema; dall'altro impegnandosi a rievocare l'affresco d'epoca piuttosto che il trascorso personale. Difficile parlare sotto brevità di una pellicola che per le tematiche di cui è intessuta induce a riaprire l'annoso dibattito su cosa fu o non fu il '68. Utopismo o ideologia della violenza? Spirito libertario o cecità dogmatica? E quei ragazzi che scagliavano pietre contro la polizia, discutevano di Rivoluzione cinese e Trotzki, fumavano spinelli e aspiravano a cambiare il mondo dichiarandosi contro Stato, famiglia e ogni regola, furono la meglio o la peggio gioventù? Il pregio di Assayas è che, scelto un certo angolo visuale (un liceo alla periferia di Parigi) e un preciso arco temporale, si accosta alla materia senza pregiudizi, ottiche sociologiche o voluttà nostalgiche, restituendo l'atmosfera di un passato ormai lontano con una freschezza fenomenologica che lo rende un presente. Il tutto pervaso dal presentimento che la giovinezza con i suoi istinti ribelli troppo presto se ne fuggirà via." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 17 gennaio 2013)

"Un film che si intitola 'Après mai', dopo maggio, riferimento al maggio francese del '68, anche se divenuto in italiano 'Qualcosa nell'aria', corre subito il rischio di essere visto come un racconto che trasuda nostalgia, roba da reduci ormai in età da pensione. Olivier Assayas invece non è neppure sfiorato da questo dubbio, tira dritto per la sua strada con un racconto che pesca a piene mani dal contesto vissuto, ma trasforma tutto in narrazione drammaturgica, perché non crede nell'autobiografismo nel cinema «tutto è autobiografico e nulla lo è per certi versi». Ecco allora una storia appassionante con ragazzi che stanno per diventare grandi e che sono convinti che per loro tutto sia possibile. (...) Avere vissuto quegli anni e in qualche modo esperienze analoghe permette di cogliere meglio sfumature e incontri che oggi suonano quasi surreali, ma l'invito sotteso è proprio quello di vivere la propria gioventù allargando sguardi e sensibilità, per questo il film di Assayas ha un valore che non viene imbrigliato da nostalgie. Per questo 'Qualcosa nell'aria' può pescare indifferentemente tra 'Gli abiti nuovi del presidente Mao' (di Simon Leys) o in 'I am 25' (di Gregory Corso), ritrovare frammenti del film di Bo Widerberg 'Joe Hill' (a proposito che fine ha fatto?), e 'Il coraggio del popolo' del boliviano Jorge Sanjines (con produzione Rai che lo ribattezzò 'La notte di San Giovanni'), per poi sfoderare una colonna sonora che annovera Syd Barrett, Kevin Ayers, Nick Drake e gruppi come se piovesse. Tutti materiali legati a quel periodo eppure ancora oggi in grado di raccontare e di emozionare. (...) Assayas si affida a giovani attori che forse non capiscono fino in fondo il contesto in cui sono stati piazzati per raccontare la storia, ma che la storia la vivono come se fosse la loro, perché è quella di ogni gioventù che deve immaginare il proprio futuro. Questa la scommessa, cercare di insinuare nuovi dubbi, fare affiorare nuove prospettive. Proprio in quel maggio si diceva «siate realisti, chiedete l'impossibile», a fronte di un oggi in cui il massimo dell'aspirazione sembra essere la partecipazione a qualche show televisivo. Per questo Assayas ha voluto infiammare il suo racconto mettendo all'inizio del film la frase di Pascal «tra noi e l'inferno, tra noi e il cielo c'è solo la vita, che è la cosa più fragile del mondo», il suo modo per dare una possibile definizione della gioventù." (Antonello Catacchio, 'Il Manifesto', 17 gennaio 2013)

"Osella per la sceneggiatura a Venezia, è 'Qualcosa nell'aria' (Après mai) di Olivier Assayas, che fa di Gilles il suo scoperto alter ego: autobiografismo e affinità elettive, per ritornare a sfogliare l'album dei ricordi e, ancor più, il proprio romanzo di formazione. Ma che aggiunge Assayas al '68 e i suoi fratelli del grande schermo? Quasi nulla: calma piatta, 'modernariato' trionfante è un paradosso. Il suo Gilles rivendica la sintassi del mezzo cinematografico, ma Oliver come la usa?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 17 gennaio 2013)

"Presuntuoso, arzigogolato e noiosissimo dramma del trombone francese Olivier Assayas (...). Una barba da non credere, con un protagonista dalla frangetta sugli occhi di rara antipatia. Al titolo manca un aggettivo: «fritta»." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 17 gennaio 2013)

"Piacerà a chi ritiene non da oggi Oliver Assayas («Olivier, Olivier») uno dei migliori registi francesi. Dopo 'Qualcosa nell'aria' ci piacerebbe anche conoscerlo (e non solo intervistarlo). Perché è un ex sessantottino di talento. E a differenza di tanti ex non ha sostituito gli ideali col cinismo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 17 gennaio 2013)

"Senza nostalgia e senza ideologia, Olivier Assayas ci ha dato con 'Après mai' (Dopo il Maggio) uno straordinario ritratto di quella generazione che arrivata alla politica subito dopo il Sessantotto (il film è ambientato nel 1971) era stata costretta a fare i conti con i sogni e i fallimenti dei loro fratelli maggiori, intrecciando utopie rivoluzionarie con concrete scelte di vita. (...) Tutto questo, Assayas lo filma tenendo la «giusta distanza» dai suoi protagonisti, senza farli diventare «rotelle» di una sceneggiatura-ingranaggio troppo meccanica ma anche senza abbandonarli a un autocompiacimento gratuito e così, dopo un inizio un po' macchinoso, lo spettatore è conquistato dall'affetto con cui vede raccontate sullo schermo le loro scelte e i loro errori. Lontano sia dal bilancio mortifero di Garrel ('Les Amants réguliers') sia dall'innocenza perduta di Bertolucci ('The Dreamers'), 'Après mai' sa restituire la contraddittoria esperienza di una gioventù che si è trovata a fare i conti con scelte a volte insolubili (nessuno ha soluzioni o morali in tasca, tanto meno il regista) ma che ha saputo conservare una sua vitale energia positiva". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 4 settembre 2012)

"Film ben girato e recitato da un gruppo di giovani bravissimi, accuratissimo nei dettagli e nella ricostruzione del clima e con una morale semplice e chiara. Quel che resta del '68, secondo l'autore, non è la politica, ma la rivoluzione nel costume e nella cultura giovanile. Bisognerebbe però chiedersi anche cosa può dire un film come questo ai giovani di oggi, costretti a confrontarsi con ben altri problemi che non la scelta se vivere a New York, Londra o Parigi, continuare la professione borghese dei genitori o tentare la strada del bohémien a carico". (Curzio Maltese, 'La Repubblica', 4 settembre 2012)

"La memoria con cui rievoca tutti i segni, i sogni e i deliri di un'epoca cogliendone in pieno lo spirito, come forse nessuno aveva ancora saputo fare. E senza paura della cultura, come ormai si usa da noi. (...) Assayas riesce a coprire l'intero spettro di queste esperienze, e i loro riflessi sull'autobiografico Gilles, accampandogli intorno una folla di personaggi sbozzati con pochi tratti sicuri. Senza mai scadere nella nostalgia, nel lamento o nella facile derisione". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 4 settembre 2012)

"Gli attori scelti da Assayas sono sconosciuti e forse per questo le loro facce aderiscono ai personaggi d'epoca. 'Après mai' si accoda a quelli che potrebbero vincere il Leone d'Oro, soprattutto per la dolcezza senza nostalgia con cui riesce a dare il ritratto di una giovinezza oggi impossibile". (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 4 settembre 2012)

"Difficile parlare sotto brevità di una pellicola che per le tematiche di cui è intessuta induce a riaprire l'annoso dibattito su cosa fu o non fu il '68. Radicalismo utopico o ideologia della violenza? Spirito libertario o cecità dogmatica? (...) Il pregio di Assayas è che, scelto un certo angolo visuale (un liceo alla periferia di Parigi) e un preciso arco temporale, si accosta alla materia senza pregiudizi, ottiche sociologiche o voluttà nostalgiche. Il senso del film è l'immanenza, il suo bello la capacità di restituire l'aria di un passato ormai lontano (ben 40 anni!) con una freschezza fenomenologica che lo rende un presente". (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 4 settembre 2012)

"Olivier Assayas racconta la controcultura nata dal Sessantotto con la nostalgia del reduce, con gli occhi del ragazzo che è stato e che fanno di 'Après Mai' il suo film più autobiografico". (Titta Fiore, 'Il Messaggero', 4 settembre 2012)

"Un efficacissimo ritratto di un'epoca tumultuosa, ancora oggi difficile da decifrare e raccontare, che il regista aveva già affrontato nel 1994 con 'L'eau froide' con un approccio più poetico e astratto. Questa volta invece la visione è più realistica e rende omaggio anche alle opere e agli artisti che hanno avuto un ruolo importante nella formazione del regista". (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 4 settembre 2012)

"Conta poco che nel liceale semicapellone Gilles, aspirante pittore, figlio di uno sceneggiatore, dunque sguardo artistico invece che settario, pur coinvolto in un gruppo, si rifletta la vita di Assayas, mentre conta molto che la sua biografia tenga insieme una dote quasi commovente del film: comunicare una via individuale di ingresso nel mondo che corrispondeva a un'esperienza collettiva di apertura, ribaltamento delle norme, disorientamento, estremismo e passioni di un'era irripetibile, comunque per ora irripetuta. (...) Un cast formidabile di giovani e un sound track centrato (da Amazing Blondel ai Soft Machine) richiamano personaggi e modi di un cinema post Nouvelle Vague che Assayas manovra con la cinepresa sul cuore. In comune con Malle ('Milou a maggio'), Garrell ('Les amants Régulier') o Bertolucci ('The Dreamers')? Qualcosa, e niente". (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 4 settembre 2012)

"E' potente e sottile, restituisce l'aria del tempo e le illusioni di cambiamento, gioca sulla memoria ma non è intinto nel reducismo, parte da fatti vissuti dall'autore ma diventa universale. (...) Il film, lungo due ore, si gusta senza mai guardare l'orologio. (...) Il punto di vista di Assayas non è mitizzante o epico, a tratti il film sfocia nella commedia affettuosa, e tuttavia si esce da 'Après mai' con la sensazione giusta: che la generazione del dopo Maggio '68 è nata e si è evoluta nel caos, vittima di un integralismo coerentemente distruttivo". (Michele Anselmi, 'Il Secolo XIX', 4 settembre 2012)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy