PROVA D'ORCHESTRA

ITALIA, GERMANIA - 1979
In una cappella ducentesca, da secoli trasformata in sala da concerto per l'ottima acustica, l'anziano bidello dispone gli spartiti sui leggii, indica la presenza di tombe e di ritratti di musici, dichiara che tra un anno andrà in pensione. Arrivano i musicanti: i piu' anziani per primi, con abbigliamenti tradizionali; seguono i piu' giovani, con jeans e capelli lunghi. Viene annunciato che alle prove sarà presente la TV e che verranno effettuate delle interviste. La novità suscita rivendicazioni che rientrano quando il sindacalista e il capo orchestra presentano spiegazioni. Le prime interviste sono interrotte dall'arrivo del maestro e dal faticoso inizio delle prove. La severità del maestro induce il sindacalista ad imporre un doppio turno di riposo nel corso del quale lo stesso direttore viene intervistato. Quando rientra in sala, gli orchestranti sono in piena rivolta. Ma dei colpi sordi invitano a piu' miti consigli. Una enorme palla per demolizioni abbatte un muro. In mezzo al polverone, gli intimiditi musici riprendono gli strumenti e il direttore puo' indurli all'esecuzione della prevista Sinfonia. Al termine dell'esecuzione, il direttore d'orchestra incomincia a blaterare, prima in italiano, poi, sempre con maggiore foga in un tedesco da adunate oceaniche di infelice memoria.

CAST

NOTE

COLLABORAZIONE ALLA SCENEGGIATURA: BRUNELLO RONDI.

CRITICA

Fellini riesce a fondere, in poco più poco meno di 70 minuti di spettacolo, grottesco, nostalgico, verità, profezia, inquietudine ed ansia, in un amalgama davvero insolito senza che un mezzo minuto soltanto del fitto discorso evocativo, rappresentativo o volto alla previsione, vada sprecato o cada inerte. Ha momenti di struggente e drammatica forza poetica, ma non ha bisogno (come altre volte anche a lui
poteva accadere) di prepararli con uno scorrere più spento di immagini: non ha nessun desiderio di prolungare in echi e riflessi, anche i più alti risultati raggiunti. Insuperabile nel costruire, all'interno dell'opera, "frammenti" di toccante qualità, Fellini in questo film riesce a discorrere in una inflessibile
continuità, sia pur per frammenti! (Leone Piccioni, "Il Tempo", 25 novembre 1978).
Il Fellini sognatore, visionario, narcisista inguaribile, instancabile raccontatore di sé, avverso a ogni forma di impegno, è uscito dal proprio "ego" per dare uno sguardo fuori, alla realtà che ci circonda, mettendoci sotto gli occhi una immagine inquietante dell'Italia odierna. Su questo punto le interpretazioni sono unanimi: Prova d'orchestra è uno specchio del caos nel quale ci dibattiamo affannosamente, senza sapere come uscirne. (Costanzo Costantini, "Il Messaggero", 12 novembre 1978).
Che ci sia di mezzo la politica e che attraverso questa storiella Fellini abbia voluto mettere in scena la situazione di estremo disagio in cui si dibatte l'Italia di questi ultimi anni sembra comunque fuori discussione. Almeno a una prima lettura. Ma il «politico» di Fellini non è quello di Rosi o di Petri, è un
«politico» legato sempre a un mondo di favola, magico, fantastico, che nasce da lontane evocazioni e da ricordi dell'infanzia, e attraverso questo mondo si esprime anche Prova d'orchestra, metafora dalla quale emergono in una specie di magma ribollente il principio di autorità messo in discussione, l'incapacità e la stanchezza di governare, l'egoismo, l'individualismo, l'inefficienza del sistema democratico, dei sindacati, la protesta scomposta e fine a se stessa, il terrorismo, il caos, la paura, il
desiderio dell'ordine e della protezione a prescindere da chi ne sia il portatore. E la musica - un'espressione artistica con la quale Fellini ha poco o nulla a che spartire - è la forma, il linguaggio
con cui il film si presenta e si esprime. (Enzo Natta, "Filmcronache", Elle Di Ci, 1979).
Tra lo spettatore, poltrona al buio, e lo schermo di |Prova d'orchestra|, immagini felliniane di un film
formalmente povero, senza effetti spettacolari o ricercatezze virtuose, la traiettoria non è sgombra: vi si affollano giudizi sommari, discussioni che vagano alla cieca in cerca del nucleo centrale, con il timore di trovarlo in una invettiva reazionaria e di riflusso, premonizioni di un pessimismo politico che si cerca di superare con la scusa che il film è solo un raccontino-sfogo, un «filmetto» (settanta minuti, una durata più da telefilm che da film) alla maniera di Fellini con graffianti ritrattini a schizzo e divagazioni d'acredine mascherate di sarcasmo e ironia. Prova d'orchestra, invece, ideato,
sceneggiato e diretto da Federico Fellini alla fine degli anni 70, è un film-cerniera: ha ricchezza di allusioni, schiettezza immediata di discorso, è sempre e ancora ideologia e sentimento, moralismo e passione. (Alberto Pesce, "Oltre lo schermo", Morcelliana, 1988).
Il vero apologo sulla democrazia tradita è il breve film di Federico Fellini Prova d'orchestra (1979) che
riassume l'intero discorso delle responsabilità nel cedimento e nel crollo delle istituzioni democratiche e
nella perdita delle libertà politiche. Per sua confessione, è un film il cui senso più profondo gli nasce quasi casualmente tra le mani, ed è un senso politico, il primo, dopo la denuncia della società del benessere ne La dolce vita, che Fellini metta in un film, uscendo dal suo mondo di ricordi e di
fantasmi, di pura immaginazione e di astratta fantasia. (Renato Filizzola, "I film degli anni '70 - crisi e certezze", Ed. Paoline, 1980).
Più che dall'ansia di riacquistare un equilibrio razionale, come suggerirebbe un'interpretazione borghese, il film scaturisce dalla coscienza dell'irrazionalità della condizione dell'artista, e più generalmente dell'uomo, il quale sentendo avvicinarsi l'ora del giudizio misura i disastri interiori che lui stesso ha prodotto ben prima del piccolo politicante o del sindacalista imbecille grazie ai quali il dittatore ha avuto la strada spianata.Se questa è una delle molte falsarighe su cui Prova d'orchestra può essere letto (ma la musa del film è l'ambiguità, e il consueto mettersi in piazza di Fellini), il suo valore discende dall'efficacia della concentrazione nello spazio chiuso dalla scansione dei tempi, dal contrappunto fra la liquidità dell'idea globale, che si sparge a macchia d'olio nell'inconscio d'ogni
spettatore, e la concretezza realistica dei personaggi, in massima parte attori non professionisti: un corridoio vasariano di autoritratti mostruosi, compresa l'arpista col suo sentimentalismo rugiadoso, che Fellini sdipana vincendone l'odiosità col-l'ironico finché il suo pessimismo riempie lo schermo di tenebre e latrati. (Giovanni Grazzini, "Corriere della sera", 23 febbraio 1979).
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