Proprietà privata

Nue propriété

LUSSEMBURGO, BELGIO, FRANCIA - 2006
Proprietà privata
Pascale vive in campagna, in una vecchia fattoria rimessa completamente a nuovo, insieme ai suoi due figli gemelli François e Thierry. I due ragazzi hanno venticinque anni ma non sono in grado di provvedere a se stessi né di aiutare la madre a mandare avanti la casa. Pascale e suo marito, malgrado abbiano divorziato da tanti anni, continuano a litigare quasi ogni giorno coinvolgendo nelle loro discussioni anche i figli. Quando il nuovo compagno di Pascale le propone di trasformare la sua grande casa in un albergo, in famiglia scoppia una vera e propria rivolta. Incapace di confrontarsi con i suoi figli, Pascale chiede al suo amante di tentare di entrare in contatto con loro. Ogni tentativo di incontro, però, fallisce e l'uomo finisce per allontanarsi. Pascale, allora, decide di lasciare per un po' a se stessi i figli e la casa. Durante la sua assenza, però, scoppia una vera e propria guerra...
  • Altri titoli:
    Private Property
    Nue-propriété
    Nue propriété - Proprietà Privata
  • Durata: 92'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: TARANTULA BELGIQUE, MACT PRODUCTIONS, TARANTULA LUXEMBOURG, RTBF
  • Distribuzione: BIM (2007), DVD: LUCKY RED
  • Data uscita 16 Marzo 2007

RECENSIONE

di Diego Giuliani

Una casa in una campagna francese appena accennata. Fuori scorci di cieli grigi e poco più. Dietro pesanti pareti in pietra, un dramma familiare a base di egoismi, incomunicabilità e macerie affettive, con finale dirompente. E poi niente musica, fotografia livida, dialoghi essenziali e tanta fisicità: rigore e parabola autodistruttiva di Proprietà privata ricordano molto La pianista di Haneke, pluripremiata a Cannes nel 2001. Anche qui c’è Isabelle Huppert. Se lì, a muoverla era una vitale ribellione al soffocante giogo materno e sociale, il fuoco è questa volta sul figlio Thierry, il bravissimo Jeremie Renier, già visto ne L’enfant dei Dardenne: grande, grosso e ribelle, ma senza la minima intenzione di abbandonare il nido materno. Non è però una crociata quella del regista Joachim Lafosse: non enfatizza, né indulge nella condanna. Stringe il cerchio, invece. Intesse con profondità e ricchezza di particolari la complessa trama di un dramma a più ampio raggio. Cibo, tetto, sopravvivenza: il rapporto con la mamma Isabelle Huppert è puramente strumentale, ma neanche lei è senza macchia. Si inizia con futili schermaglie al tavolo della colazione, in cui si allea al più mite fratello François. La circostanza non è casuale: pretende cure e mantenimento Thierry, ma ribadisce anche il suo essere già uomo. Sguardi bassi da un parte e aggressivo incalzare dall’altra parlano dei rapporti di forza: mamma Pascale è all’angolo, sempre più ostaggio di due figli senza i quali, arriva a dire, finalmente potrebbe vivere. Il crescendo è perfetto, il fastidio dello spettatore fisico come in Rosetta. Tra le righe, accenni appena schizzati che allargano il campo e scendono in profondità. L’affresco è familiare e sociale allo stesso tempo: non c’è colpa, ma fallimento nella storia di Thierry e Pascale. Quello di un matrimonio in pezzi e delle macerie affettive che ne rimangono: una madre prigioniera e un padre-bancomat, ciascuno consapevole della propria disfatta, ma aggrappato alla speranza di una nuova vita. E’ però proprio questa atomizzante lotta alla sopravvivenza che soffoca e condanna i protagonisti. Ciascuno troppo concentrato a salvarsi per preoccuparsi del “mondo” che gli crolla attorno. Fino all’inconfessabile svolta finale, che Lafosse dipinge quasi come naturale approdo di un esasperato individualismo. Alla speranza concede uno spiraglio appena, ma agli spettatori regala un gran film.

NOTE

- MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA SIGNIS (EX-AEQUO CON "DARATT" DI MAHAMAT-SALEH HAROUN) ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006).

CRITICA

"Molto intimismo. Molti scontri verbali proposti soprattutto a tavola, a cena o a pranzo. Il disegno dei gemelli, dissimili fisicamente, tende a differenziarli anche nei caratteri, quello della madre segue un tormentato itinerario tra frustazioni e rivolte. Con un buon equilibrio narrativo e molta suggestione nelle immagini. Al centro, nelle vesti della protagonista, Isabelle Huppert con la sua abituale recitazione dimessa e, quando serve, sofferta." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 8 settembre 2006)

"'Proprietà privata' si apre su una situazione di apparente, relativa normalità, con schermaglie e litigi a tavola come ne avvengono in tante famiglie. Però il belga Joachim Lafosse coltiva un verismo prossimo a quello dei Dardenne e la sceneggiatura, col procedere verso la fine, prende una piega che sovradrammatizza gli eventi; in modo perfino eccessivo, mentre sarebbe bastata la capacità di suggerire un'atmosfera asfittica e perversa mostrata nella prima parte. Storia di un rapporto che entra in crisi e si spezza, il film è realizzato con inquadrature dirette e frontali; una sobrietà di linguaggio che enfatizza, anziché attenuarlo, il senso di disagio crescente dello spettatore." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 16 marzo 2007)

"Crudele film a spirale sul doppio, sui sentimenti ambigui, sull'ambivalenza affettiva. Per l'autore Joachim Lafosse soprattutto il racconto di come crolla ed esplode una cellula familiare, dopo lungo accanimento terapeutico casalingo. (...) Girata a piani sequenza fissi, per cui sono i personaggi ad abbandonare l'inquadratura e non la cinepresa che li tampina e insegue nella cadente casa di campagna, la storia è quella del crollo del sistema affettivo edipico-materno. (...) Un film duro, di interni psicologici spiacevoli e violenti, un vortice di nevrosi incrociate che si incontrano al limitare del concetto primordiale della proprietà avita. Certamente un film di attori in cui la cara Isabelle, sinfonia di furore inespresso, stavolta meno trasgressiva dei suoi standard, se la vede con due diabolici ventenni, il biondo Jérémie Renier e il fratello Yannick. Rendono benissimo la loro inadeguatezza alla vita, sono due ragazzini non cresciuti e che immolano la loro innocenza." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 16 marzo 2007)

"Cinema belga. Ad opera di un autore, Joachim Lafosse, incontrato spesso nei festival all'insegna di una severità meditata, presente anche nei film di oggi, salutato con molta simpatia la scorsa estate alla Mostra di Venezia, soprattutto per il suo fine ma anche deciso impianto psicologico. (...) Le psicologie, appunto studiate fino ai margini dell'intimismo. Molti scontri verbali, proposti soprattutto a tavola, a cena o a pranzo, secondo quella tradizione avviata a suo tempo con tanta fortuna da Luchino Visconti nei suoi film della maturità. Il disegno dei gemelli, dissimili fisicamente - nessuna somiglianza somatica- tende a differenziarli anche nei caratteri, sempre esasperato ed esasperante uno, ripiegato quasi solo in sé stesso l'altro. E così il disegno della madre, affidato a un tormentato itinerario di frustrazioni, ma anche di rivolte. Rappresentati con un sicuro equilibrio narrativo e molte suggestioni nelle immagini, costruite spesso, da un punto di vista tecnico, con dei piani sequenza insolitamente fissi in cui i personaggi debbono solo emergere e cui, al contrario, debbono solo sottrarsi. Danno loro volto, nelle vesti della madre, una Isabelle Huppert, una volta tanto per nulla trasgressiva, e due veri fratelli, Jérémie e Yannick Rénier, già visto, il primo, ne 'La promesse' e ne 'L'enfant' dei Dardenne." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 17 marzo 2007)

"'Proprietà privata' non è eccezionale ma è ben fatto, molto ben scritto dal regista e da François Piret: sono raccontati con intuito intelligente la durezza della madre nutrita di noncuranza per i figli, l'adolescenza prolungata dei figli che si ribellano soltanto all'idea di poter perdere la protezione del rifugio in cui vivono, di poter essere colpiti in quel patrimonio su cui sono abituati a contare, Recitazione impeccabile: Jérémie Reniers, uno dei figli, era già bravo nella parte del ragazzo padre de 'L'Enfant' dei fratelli Dardenne." (Lietta Tonrabuoni, La Stampa', 16 marzo 2007)

"Il ménage diventa un inferno, che Lafosse mette in scena con stile minimale: metà film si svolge a tavola, con in personaggi che sembrano sul punto di scannarsi. Le convenzioni impediscono che tutto deflagri, ma sotto la cenere c'è un vulcano; Pascale se ne va, mollando quei due disutili dei figli; i quali, lasciati soli, si cacciano in una via senza ritorno. Il film è scabro, breve, senza musica (tranne il lancinante piano sequenza finale). Il miglior complimento a Isabelle Huppert (la più grande attrice europea) è che 'Proprietà privata' è inimmaginabile con qualunque altra interprete." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 16 marzo 2007)

"Chissà cosa scriverebbe oggi Baudelaire del cinema belga di oggi, che è il più ingenuo nell'esibire il marcio d'Europa, quella schizofrenia fra feudalesimo e bonomia di mercato, osservata troppo giocondamente visto che è impraticabile il mito americano (anni 30-40) dell'individualismo democratico. Prodotto dall'autonoma Vallonia (di lingua francese), il film gode troppo nella messa in scena del malsano pasticcio. Però Isabelle Huppert saprebbe avvelenare di cupezza metafisica perfino un cartoon Wb." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 16 marzo 2007)

"Una messinscena circoscritta, rigida, austera, priva di commento sonoro eccezion fatta per il disarmonico stridio d'archi finale. Con inquadrature fisse a imprigionare i protagonisti, dove la pace apparente alla presenza dei due personaggi si trasforma geometricamente in conflittualità alla comparsa di ogni terzo. I momenti dei pasti a tavola esprimono un intelligente e simbolico contrasto, mentre Isabelle Huppert è nutrice disturbata, fragile, ambigua e poco materna. In un film di teatro nordico, asfittico e rivolto al lato masochista del pubblico." (Federico Raponi, 'Liberazione', 16 marzo 2007)
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