Processo alla città

ITALIA - 1952
A Napoli vengono assassinati Salvatore Ruotolo e sua moglie. I corpi esanimi degli uccisi vengono trovati in luoghi diversi. Poiché si tratta evidentemente di un delitto ascrivibile alla camorra, l'omertà e la paura sono un serio ostacolo al procedere delle indagini iniziate dalle autorità. Le indagini vengono affidate a un giovane e coraggioso magistrato, Antonio Spicacci che, partendo da un indizio scoperto casualmente, tenta di ricostruire la storia del duplice omicidio. La matassa che Spicacci deve sbrogliare è intricatissima. Gli indiziati sono molti, e tra questi ci sono persone all'apparenza insospettabili. Deciso ad andare sino in fondo, Spicacci mantiene tutti i sospettati in stato di arresto, provocando il malcontento dell'opinione pubblica, ma di fronte alla resistenza passiva che incontra ovunque, anche tra i collaboratori e i familiari, il magistrato si sente scoraggiato e sta per rinunziare all'impresa. All'improvviso però un fatto nuovo, la morte di un innocente, ravviva in lui la coscienza della propria responsabilità. Egli proseguirà le indagini, senza riguardi, a costo di mettere in stato di arresto tutta la città.

CAST

NOTE

- NASTRO D'ARGENTO 1953 PER "IL COMPLESSO DEGLI ELEMENTI CHE HANNO CONTRIBUITO ALL' ATTENDIBILE EVOCAZIONE DI UN'EPOCA E DI UNA SOCIETA'".

- COPPA D'ARGENTO AL FESTIVAL DI BERLINO 1953.

- PRESENTATO ALLA 65. MOSTRA DI VENEZIA (2008) NELLA RETROSPETTIVA "QUESTI FANTASMI: CINEMA ITALIANO RITROVATO (1946-1975)" IN UNA COPIA STAMPATA DA CONTROTIPO NEGATIVO DELLA CINETECA NAZIONALE.

CRITICA

"E' un'opera cinematografica assai pregevole: abile regia, efficace interpretazione, esatta ricostruzione dell'ambiente." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 32, 1952)

"I pregi (...) si compendiano nella onestà della narrazione, nella modesta ma esatta posizione ideologica, nel rilievo abbastanza netto di alcune figure (soprattutto di quelle minori), nella 'rievocazione' storica e ambientale accuratissima, nella acutezza di cui il regista dà prova tentando di armonizzare figure e ambienti in una composizione unitaria, sì che le prime giustificano i secondi e viceversa. I difetti si possono riassumere nella (relativa) superficialità del film, in quel non andare mai a fondo di nessuna situazione e di nessun problema (...). A ciò occorre che si aggiunga pure la persistenza di certe debolezze (o meglio, di certe manie) narrative che Zampa rivelò sin dal primo film e che sanno di meccanico e di gratuito." (Fernaldo Di Giammatteo, 'Rassegna del Film', 7 ottobre 1952)
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