Pride

GRAN BRETAGNA - 2014
3/5
Pride
Inghilterra, estate 1984. Margaret Thatcher è al potere e i minatori sono in sciopero. Al Gay Pride di Londra, un gruppo di attivisti omosessuali organizza una raccolta di fondi per aiutare le famiglie dei minatori in sciopero. L'Unione Nazionale dei Minatori sembra imbarazzata dal loro aiuto, ma il gruppo di attivisti non si scoraggia. Decidono, infatti, di incontrare i minatori e a bordo di un minibus si recano in Galles per consegnare di persona la loro donazione. Avrà così inizio lo stravagante sodalizio tra due comunità sino a quel momento sconosciute l'una all'altra, unite per combattere la stessa causa.
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: (1:2.35)
  • Produzione: CALAMITY FILMS PRODUCTION, PATHÉ, CON IL SOSTEGNO DI: BBC FILMS, PROUD FILMS, BFI
  • Distribuzione: TEODORA FILMS
  • Data uscita 11 Dicembre 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

1984, Gran Bretagna. La politica di lacrime e sangue imposta dall’allora primo ministro Margaret Thatcher prevede lo smantellamento di venti siti estrattivi e la perdita di numerosi posti di lavoro. I minatori di tutto il paese non ci stanno e organizzano uno sciopero che si protrae per quasi un anno. Particolarmente grave la situazione a Onllwyn, villaggio del Galles che vive grazie all’estrazione del carbone: le cariche della polizia, gli arresti e la fame rischiano di piegare la volontà dei minatori, ma un gruppo di giovani londinesi, riuniti nella sigla LGSM (Lesbians and Gays Support the Miners), interviene offrendo sostegno morale e supporto materiale.
Nel solco già tracciato da Grazie, signora Thatcher (1996) e Billy Elliot (2000), una nuova scoppiettante commedia inglese dalla parte degli ultimi: Pride gioca di sponda tra la working class hero di Loach e l’esuberante marginalismo del cinema camp, destreggiandosi tra marcetta e farsetta, solidarietà erga omnes e allegro gioco dei contrari.
Operazione più nostalgica che vitale, partigiana sì ma genuina, Pride pecca di contestualizzazione (non chiarisce mai i termini della questione politica, preferendo relegare la Thatcher nella cerchia dei cattivi) e rifugge la storia (che decreterà il fallimento del movimento e la chiusura di tutte le miniere di Gran Bretagna), per cogliere qualcosa di più importante, il ribollio di una comunità senza paletti, edificate sul terreno umano della dignità e dei diritti.
Un “avanti popolo” scombiccherato, con i colori e la pop music anni ’80 (ma c’è anche una bellissima, popolarissima e proletaria Bread and Roses a cappella, da mozzare il fiato), che diverte, esalta, commuove ma non conquista – quei tempi son finiti: non c’è niente da fare.
La consumata abilità dei teatranti Stephen Beresford (sceneggiatore) e Matthew Warchus (regista) ci mette del suo, confezionando un copione ad orologeria, dove ritmo e partitura sono tutto e animano personaggi, dialoghi e situazioni non strettamente originali.
In questo Pride è coerente: dalla forma al contenuto, vale l’intero per la parte. Ah, beata nostalgia…

NOTE

- FILM DI CHIUSURA ALLA 46. QUINZAINE DES RÉALISATEURS (CANNES 2014).

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2015 COME MIGLIOR FILM COMMEDIA/MUSICAL.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2015 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

CRITICA

"Un analista lo definirebbe «effetto secondario»: non era assolutamente previsto ma un paio di anni dopo le sue conseguenze si sarebbero viste addirittura dentro lo statuto del partito laburista inglese. Uno studioso di sceneggiature noterebbe il perfetto equilibrio tra i vari personaggi e la capacità di amalgamare le singole storie all'interno del flusso collettivo, i momenti drammatici con quelli di commedia. L'esperto di recitazione sottolineerebbe come la prova degli attori più conosciuti ed esperti si fonde armoniosamente con quella degli esordienti e delle giovani leve. Ma il critico (e lo spettatore), a cui tocca dare un giudizio globale, dove tutti questi elementi si mescolano e si intrecciano, non può che applaudire 'Pride' e godersi una commedia che distanzia di molte lunghezze tutte le simili produzioni italiane che affollano il Natale 2014. (...) A fare da «esca» la reciproca curiosità per due mondi che non si erano mai neppure parlati e che il caso (e la Thatcher) ha contribuito a mettere di fronte. È qui che si vede la bravura dello sceneggiatore (Stephen Beresford) e l'esperienza, maturata a teatro, del regista (Matthew Warchus), abilissimi a tenere il film in equilibrio sul filo sottile del divertimento e della satira, senza cadere mai nella farsa o nella pochade. Il film non nasconde i problemi e le tensioni: attraverso Joe e Gethin parla della difficoltà dei giovani a farsi accettare nell'ambiente familiare, con Jonathan affronta il montante problema dell'Aids e Mark si trova a fare i conti con i limiti dell'impegno. Mentre Dai, Cliff, Siân e Hefina portano a galla le tante contraddizioni di una cultura operaia che spesso si rivela più conservatrice di quella della temuta Lady di ferro. Ma tra una gag e una lacrima, una sconfitta (quella dei minatori, costretti a riprendere il lavoro) e una vittoria (quella dell'«alleanza» tra omosessuali e lavoratori) il film si chiude con un elogio sincero e coinvolgente della solidarietà, ricordando due fatti reali che cambiarono la storia del costume inglese: il Gay Pride del 1985 - aperto dagli striscioni dei minatori inglesi e l'accettazione l'anno successivo, all'interno del programma laburista, della difesa dei diritti omosessuali. Passata con il voto decisivo e compatto proprio del sindacato minatori." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 10 dicembre 2014)

"Sicuramente dotato di brillantezza espositiva, astuzia di sceneggiatura e pertinenza di recitazioni, «Pride» è una commedia costruita con un accanimento certosino per andare sul sicuro/sicurissimo dei buoni sentimenti. L'orgoglio del titolo rievoca, infatti, quello messo in campo, all'inizio da posizioni infinitamente distanti, da un gruppo di amici omosessuali riuniti in comitato e dai duri minatori gallesi di un paesino sperduto: l'obiettivo comune da attaccare e possibilmente abbattere è il primo ministro dell'84, ovvero la lady di ferro Thatcher, che continuerà forse fino alla fine del mondo a incarnare il baubau delle favole politicamente corrette. (...) Il regista di chiara impostazione teatrale Warchus - specie nella parte iniziale dedicata al corteggiamento dei primi nei confronti dei secondi - sfiora a più riprese le situazioni da barzelletta, salvandosi, appunto, ricorrendo al modernismo all'acqua di rose delle premesse modello pubblicità progresso e mettendo in campo il dubbio amletico di sempre di chi riscontra la non perfetta saldatura politica tra i rudi e «ignoranti» proletari e le pittoresche avanguardie libertarie metropolitane. Lacrime e risate, ammiccamenti e slogan, simpatie e antipatie, sospetti e aperture, equivoci prese di coscienza, elogi e rampogne alla Storia senza badare granché allo stile, ma molto all'indubbio effetto consolatorio. Con il retroattivo sostegno degli archivi (il primo Gay iride dell'anno successivo, il programma elettorale dei laburisti aggiornato dal comma sui diritti degli omosessuali, ecc.), «Pride» scorre, insomma, sul fluido alveo drammaturgico, assicurando un certo spasso soprattutto agli spettatori non cinefili che hanno dimenticato la sfilza di film consimili improntati alla social comedy, appunto, degli anni Ottanta, titolare di un autentico primato nelle enciclopedie del cinema solo quando ci hanno messo mano autori dotati d'autonoma personalità come Loach, Leigh o Frears." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 11 dicembre 2014)

"Addio carbone e lavoro manuale, bye bye sindacati e vecchi riti. I nuovi soggetti della protesta sono loro, i gay. Repressi nelle mura di casa, Falcidiati dall'Aids. Discriminati in tutti i possibili modi, come il piacevole, troppo piacevole 'Pride', non smette di ricordarci usando tutto l'armamentario più collaudato del cinema inglese ben fatto, moderatamente impegnato, insomma per tutti. Attori perfetti, dialoghi brillanti, punte accuratamente smussate. La storia è vera, ma le brutte notizie arrivano tutte dopo i titoli di coda. Il resto è un trionfo di carinerie a cui si perdona molto in nome della buona causa. Ma francamente un po' controvoglia." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 dicembre 2014)

"Pur avendo ben presente l'autoriale modello del cinema sociale di Ken Loach, 'Pride' diluisce stile e tematiche dentro una struttura di commedia spigliata che non teme di ricorrere al cliché per suscitare ilarità o commozione. Ma l'umorismo non sconfina mai in cinismo, il sentimento non scade nel patetico, lo stare dalla parte della gente non si traduce in populismo. Molto conta che 'Pride' è firmato da Matthew Warkus, teatrante nominato a sostituire Kevin Spacey alla guida artistica dell'Old Vic. Forte di strepitosi successi e di una collaudata esperienza, Warkus ha introdotto con disinvoltura nel film alcuni momenti di musical, come uno scatenato numero di ballo sulle note di 'Shame Shame Shame'; o un magnifico coro che intona 'Bread and Roses'. E se il copione tende ad accumulare troppi temi (esplosione dell'Aids, violenze omofobe, outing) la regia trova sempre il ritmo, il cast è fantastico e il messaggio di solidarietà corroborante e trascinante." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 11 dicembre 2014)

"(...) un film che è diventato il massimo successo di critica e di pubblico nei paesi anglosassoni. II valore di 'Pride' è nel racconto di una storia vera con personaggi veri (...). Il film è fatto benissimo, con grandi attori noti e sconosciuti, capace di rievocare forti sentimenti degli anni 80." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 11 dicembre 2014)

"'Bread and Roses' ma reloaded. Sono minatori, gay e lesbiche i protagonisti di 'Pride', diretto dal pilastro del teatro britannico Matthew Warchus e sceneggiato dall'attore Stephen Beresford. Opportunamente romanzata, la storia è vera, e inizia e finisce con due Gay Pride, quelli del 1984 e 1985 a Londra: in mezzo, lo sciopero dei minatori contro la decisione della Thatcher di chiudere venti siti, sicuro viatico alla macelleria sociale. Se la Lady di Ferro manteneva fede al suo epiteto, i minatori trovarono il più inaspettato degli alleati: lesbiche e gay londinesi, votati alla causa dal giovane attivista Mark (Ben Schnetzer). Non era ancora tempo di Ice Bucket Challenge, ma di Money Bucket Challenge sì: Mark requisì i secchi dal vicinato e li distribuì ai suoi amici perché raccogliessero denaro per i minatori al Gay Pride. Direte, che t'azzeccano colletti blu e attivisti Lgbt? Anche i sodali di Mark se lo chiedono, ma il giovanotto taglia corto: "Thatcher, polizia e stampa di destra, abbiamo gli stessi nemici", e l'unione fa la forza. (...) Se 'Full Monty' e 'Billy Elliot' sono il vostro pane, fatevi sotto: la storia è esemplare, il racconto edificante, gli attori (dai veterani ai quasi carneadi) una sicurezza, il messaggio arriva forte e chiaro, "bandiera arcobaleno la trionferà!". Eppure... Eppure, tutto è troppo perfetto, furbetto, ovvero ridotto ad hoc per rientrare nei parametri, nei gusti del grande pubblico, senza colpo ferire: la sporcizia non c'è, gli spettri più cupi, dall'Aids all'omofobia, sono cotti e mangiati, perché la carne al fuoco è tanta, e oggi - 'MasterChef' insegna - conta soprattutto saper impiattare. Warchus, già in trasferta al cinema con il deludente 'Inganni pericolosi' ('99), lo fa da Dio, donando al film un'estetica e una poetica da Terza Via: 'Pride' piacerebbe a Blair, soddisferebbe il Patto del Nazareno. Perché non è un film militante (non che sia un pregio a priori), ma omologante (non è un pregio), e quell' "e vissero felici e contenti" - con un'unica eccezione - che promette nei cartelli finali non elude forse il verdetto della Storia: già, che fine avrebbero fatto quelle miniere, e quei minatori?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 11 dicembre 2014)

"Piacerà. Anzi, è piaciuto anche a chi come noi è convinto che la Thatcher non fu mandata sulla Terra per infierire sulla Gran Bretagna, ma anzi le sue feroci torchiate han garantito la prosperità al paese nei successivi 20 anni. E non ama troppo la cinematografia pro gay perché spesso espressione di politically correct. Ma con 'Pride' ci si diverte eccome perché ben inserito in una bella tradizione di commedia molto britannica, quella delle lotte delle piccole arcigne comunità contro i diktat venuti dal governo centrale. Una volta erano i contrabbandieri scozzesi di alcool a ribellarsi, stavolta i minatori gallesi. Il divertimento oggi come allora è garantito. Perché le carte vincenti sono le stesse. Ottimi 'screenplay' e grandi attori. (...) E la sceneggiatura di Stephen Baresford (premiata agli oscar Inglesi) da manuale. Il momento top? Ovviamente il primo incontro-scontro tra Mark e i super machi cittadini di Delais)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 11 dicembre 2014)

"Trascinante commedia inglese, che rievoca la sorprendente alleanza tra due mondi lontanissimi. (...) Un film che appassiona, e volendo commuove, con un cast magnifico." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 11 dicembre 2014)

"Conta su una sceneggiatura scattante ed ecumenica, non priva di passaggi convenzionali studiati uno per uno e inevitabilmente coinvolgenti. (...) Dell'incontro tra i rudi minatori con le loro famiglie e i variopinti benefattori si fa facilmente commedia, ma è una galleria esatta e divertente dei pregiudizi e delle evidenti collegialità sociali. (...) Cast brillante e centrato. Loach e 'Full Monty'." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 12 dicembre 2014)
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