Prendimi l'anima

ITALIA, FRANCIA, GRAN BRETAGNA - 2003
Il film narra le vicende di Sabina Spielrein, la giovane paziente dei due grandi luminari della psicoanalisi Freud e Jung, e del triangolo che si formò tra di loro dopo che Sabina divenne amante di Jung. Basato sul carteggio segreto tra i tre, trovato casualmente nel 1977, a Ginevra, negli scantinati del Palais Wilson - sede dell'Istituto di Psicologia svizzero - il film narra tutta la vita di Sabina, una giovane ebrea di una ricca e colta famiglia russa, che fu la prima paziente isterica trattata e guarita con il metodo freudiano. Il rapporto con Jung, che fu rivelato da una lettera anonima inviata alla madre di lei, fu da lui negato e vide Freud schierato con Jung contro di lei, che pure aveva accettato come allieva. Attraverso la testimonianza dei ricercatori che hanno consentito al regista - con una ricerca ventennale - di scoprirla, viene raccontata anche la vita di Sabina in Russia. Sabina, infatti, ormai laureata e sposata, torna in Russia dove vive durante il periodo stalinista, che nel 1936 aveva bandito la psicoanalisi, e dove lavora in un asilo infantile all'avanguardia fino a quando i nazisti la uccidono nel 1942 durante la seconda occupazione di Rostov sul Don, sua città natale, dove si era rifugiata con la figlia Renate.

CAST

NOTE

- FILM REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DEL DIPARTIMENTO DELLO SPETTACOLO.

- LA SCENEGGIATURA E' STATA PUBBLICATA DA ARCANAFICTION (2003) CON IL TITOLO "PRENDIMI L'ANIMA" . IL LIBRO HA IN APPENDICE LA CARTELLA CLINICA DI SABINA S. E L'INTERVISTA ALL'ULTIMO BAMBINO DELL'ASILO BIANCO, OLTRE A INTERVENTI CRITICI.

CRITICA

"A quanto racconta Faenza, il suo progetto più volte interrotto subì una svolta grazie all'incontro con l'ultimo sopravvissuto fra i piccoli allievi della Spielrein, che ispira alcune fra le scene più suggestive del film. Didascalica appare la cornice moderna, con la studiosa francese, lontana parente di Sabina, e lo storico inglese che indagano negli archivi dell'ex-Urss. Così come gli snodi più obbligati (l'attacco nazista e la morte della protagonista, ad esempio). Ma ogni volta che corre senza timore il rischio del kitsch, Faenza supera di slancio la freddezza che in passato frenava il suo cinema. Ben vengano insomma licenze storiche e poetiche se servono a smontare quel tabù che è, perfino per la psicoanalisi, il nostro corpo". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 gennaio 2003)

"In un arco evocativo di quarant'anni l'autore ha voluto incorporare il tema della ricerca instaurando in parallelo la storia di due studiosi odierni e i frammenti della biografia di Sabina che si riescono a ricostruire. C'era il rischio che tutto si risolvesse in chiave di alto pettegolezzo: ovvero nel discusso rapporto amoroso fra la giovane malata d'isteria e Carl Gustav Jung (...) Una di quelle passioni difficili da riferire senza fare di lei una rovina famiglie e di lui un pavido traditore del giuramento di Esculapio. In una cornice di perfetta credibilità ambientale, di cui va dato atto allo scenografo Giantito Burchiellaro e alla costumista Francesca Sartori, e attraverso la fotografia di Maurizio Calvesi che lega bene con le citazioni dei quadri di Klimt, pur nella sintesi a volte sibillina tipica delle cavalcate storiche, 'Prendimi l'anima' mantiene spessore e dignità". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 18 gennaio 2003)

"Un bel film d'amore, nella prima parte; quando il discepolo di Freud applica psicoterapia e libera associazione alla giovanissima paziente isterica, innescando un processo di transfert che li porta a letto insieme. (...) La passione tra Sabine e Jung, innamoratissimo ma sposato e timoroso di ripercussioni sulla carriera, è tratteggiata con partecipazione sincera: Faenza evita gli imbarazzi in cui il cinema incorre spesso quando rappresenta eroi, santi, artisti e medici famosi, regalandoci anche la bella e commovente sequenza di un ballo in ospedale psichiatrico. Le cose vanno meno bene nella seconda parte, introdotta da un viraggio in seppia della pellicola che fa 'epoca' e culminante nella strage della sinagoga di Rostov. Qui gli episodi si affastellano un po' telefonati e, malgrado la drammaticità degli eventi, la temperatura emotiva si raffredda". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 19 gennaio 2003)

"Il film, impeccabile, è interpretato molto bene soprattutto dai protagonisti, Emilia Fox e Iain Glen". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 24 gennaio 2003)
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