Post Mortem

CILE, MESSICO, GERMANIA - 2010
4/5
Post Mortem
Cile, 1973. Il paese è in subbuglio a causa del golpe, il governo Allende sta per essere rovesciato e la gente muore per le strade. Su questo sfondo si dipanano le vicende di Mario, 50enne impiegato di un obitorio, che alla scomparsa dell'amata vicina di casa decide di andare alla sua ricerca...
  • Durata: 98'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 16 MM STAMPATO A 35 MM (1:2.66)
  • Produzione: JUAN DE DIOS LARRAÍN PER FABULA, CANANA, AUTENTIKA PRODUCTION
  • Distribuzione: ARCHIBALD ENTERPRISE FILM
  • Data uscita 29 Ottobre 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

La grande intuizione di Post Mortem – ad oggi tra i migliori film in gara – è la scelta dell’obitorio come location. E il merito del cileno Pablo Larraìn (Tony Manero) la capacità di farne esplodere le metafore, in un movimento uguale e contrario a quello dell’anatomo-patologo: dall’interno all’esterno. Luogo simbolico, l’obitorio è dove il corpo dissezionato dei cadaveri figurativizza quello del paese, il Cile, alla vigilia del golpe militare del ’73. Larraìn utilizza la cinepresa come un bisturi, scava dentro la nazione, scruta le sue viscere. Cosa vi trova? Una realtà indecifrabile (impossibile da ricomporre: la variazione continua dei piani e degli angoli finisce per dissolvere rapporti e geometrie di uno spazio unitario), dai colori opachi, i quartieri anonimi, gli sguardi altrove, l’ottuso enigma delle cose. Finestre, muri, tegami, sedie, finiscono in primo piano con gli uomini, la loro materialità li assimila.
Cosa tra le cose è anche Mario Cornejo – Larraìn ritrova l’Alfredo Castro protagonista di Tony Manero – dattilografo incaricato di trascrivere le relazioni delle autopsie realizzate dai medici forensi. Tra i cadaveri, è un morto vivente anche lui. Vita anonima, anaffettiva e impalpabile che lo rende il perfetto uomo che non c’è, una nullità che gli altri quasi non vedono. Larraìn invece non lo perde di vista un attimo, senza per questo svelarne l’enigma, trovarne un briciolo di profondità. Tutto è superficie in lui. Bandiera della maggioranza silenziosa cercherà riscossa prima nell’amore di una donna, Nancy, poi nella retorica dei militari che lo convincono della sua importanza. Non a torto: il film sembra suggerire – è questa la sua forza, la sua originalità politica – una stretta interrelazione tra la passività del personaggio e la deriva reazionaria del paese. L’abisso della soggettività genera lo sfascio dello stato. Con il cerchio che si chiude chirurgicamente quando i medici finiscono di ricucire il cadavere di Allende. Il corpo straziato, esposto, del vecchio statista è uno dei momenti più forti del film. L’altro lo segue subito dopo: nell’estenuante piano sequenza del finale, Mario – servendo fredda la sua vendetta – “mura” Nancy e l’amante dietro un cumulo di oggetti. E mentre la loro esistenza sprofonda sotto una montagna di cose, l’immagine progressivamente si occlude, otturata da tutto quel ciarpume ammassato. Vista e spazio di verità si restringono, cedono all’oblio. La storia, dei singoli e dello stato, tira dritto. E avanti si trascina, impunemente e senza memoria.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 67. MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2010).

- FILM DISTRIBUITO IN ITALIA SOLO IN VERSIONE ORIGINALE CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO.

CRITICA

dalle note di regia: "'Post Mortem', ambientato in uno dei periodi più bui e sanguinosi della storia del Cile, attraverso l'incrocio di tre registri cinematografici, estetici ed etici - testimoniale, storico e narrativo - va in cerca della sua funzione poetica attraverso il turbamento, l'assurdità e la conseguenza di un viaggio senza scopo."

"Come per gli altri film, la storia politica e sociale che abbraccia la vita misera di quest'uomo abietto, rimane fuori come un'eco. Lo si sente rimbombare in questa specie di allucinante fuori campo etico e politico. L'obitorio inizia a riempirsi di cadaveri, donne e uomini uccisi con armi da fuoco, mentre i militari sorvegliano gli impiegati e i dottori nello svolgimento della loro funzione. Cornejo sembra disinteressarsi di quel che gli accade intorno, la sua unica meta è conquistare la ragazza (...). Ma a un certo punto, il piano della grande storia, così efficacemente evocato, si piega fatalmente a incrociare quello della piccola storia, così da esplodere in tutta la sua potenza. (...) Ecco, il dispositivo drammaturgico messo in moto da Pablo Larraín raggiunge un momento nodale. Piccola e grande storia, insieme riunite sullo stesso tavolo, nello stesso obitorio. Il post mortem che lì si racconta, evidentemente, non è solo quello di Salvador Allende, ma anche quello di questo piccolo impiegato che non vive il suo presente ma solo il sogno di una conquista impossibile. Quello di Larraín (troppo giovane per aver vissuto il golpe) è anche un atto di accusa verso il Cile, di ieri e forse anche di oggi." (Dario Zonta, 'L'Unità', 29 ottobre 2010)

"Secondo il regista, l'amore infelice dell'uomo è la metafora del Paese che prova a sperimentare un modello politico nobile, il socialismo, senza riuscirvi. Più convincente forse è l'immagine dell'indifferenza ignorante con cui una massa può seguire eventi politici che crede non la riguardino direttamente. Il dattilografo innamorato vede moltiplicarsi i cadaveri in arrivo all'obitorio, li vede diventare tanto numerosi da invadere ogni spazio, senza neppure chiedersi come mai; si vede convocare per un'autopsia importante presidiata da militari e polizia senza accorgersi che si tratta dell'esame autoptico del corpo di Allende. La politica entra comunque, cancellata dalla gelosia, nella vita del piccolo impiegato; la cosa più bella del film è la sua atmosfera di inerte desolazione." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 29 ottobre 2010)

"A riassumerlo con uno slogan, è il golpe in Cile visto dall'obitorio. Letteralmente. Siamo infatti nel settembre del 1973, alla vigilia di quella che sarebbe passata alla Storia come una delle pagine più violente e vergognose del secondo '900 (chi non ha l'età per ricordare veda il poetico e straziante 'Salvador Allende' di Patricio Guzman, dvd Feltrinelli). Anche se qui tutto è vissuto al presente ma come da lontano, quasi fosse 'un evento remoto e incomprensibile. (...) Nato tre anni dopo il golpe di Pinochet, Larraín continua a fantasticare sulla scena fantasma che ha marchiato la sua generazione. Riprendendo non solo i dibattiti mai risolti (fece bene Allende a restare non violento, o doveva armare i suoi sostenitori?), ma le atmosfere livide e il protagonista macilento (l'impagabile Alfredo Castro) del suo primo film, 'Tony Manero', dove era un serial killer che sbarcava il lunario come sosia di John Travolta nel Cile di Pinochet. L'idea è ancora una volta suggestiva, la messa in scena tagliente, spietata e di grande inventiva, gli attori perfetti (Antonia Zegers, ballerina troppo magra, è una rivelazione). E il ritmo lento, le immagini vuote, l'infinita tristezza delle scene di sesso, stringono davvero la gola. Anche se in questo cinema così controllato e funereo c'è qualcosa di soffocante, e a dirla tutta artificioso, un poco inquietante per un regista così giovane." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 29 ottobre 2010)

"ll regista cileno di 'Tony Manero' (premiato al Torino Film Festival 2008) è tornato a interloquire con il volto scarnificato di Alfredo Castro, e il suo personaggio di solitario ed emozionalmente congelato osservatore del mondo. (...) Lorrain è minuziosamente crudele nei suoi tempi lenti, le geometrie visive, e un andamento iniziale da commedia, prima di trascinarci davanti ai ragazzi morti, distesi nei corridoi della clinica piantonata dai militari. Pietrificata e insostenibile immagine dell'ordinario espletamento delle funzioni di un trascrittore di referti mortuari. Una luce verde spettrale avvolge le figure dei macabri cerimonieri, medici, infermieri, becchini... il colpo di stato è fuori campo, il primo piano è per il 'dopo', il Cile complice. Un film dell'ordinaria crudeltà, di chi assiste alla fine del mondo, ma 'sono cose che non interessano alla gente', leit motiv dei politici di oggi. (...) Una lunga, estenuante, minuziosa performance fatta di oggetti simbolo della normalità, pietre tombali sulla memoria della Casa Rosada. Cosa mai sarà un delitto privato, direbbe monsieur Verdoux, di fronte ai delitti di stato? Ma c'è qualcuno che protesta e grida forte dall'alto della scalinata dove rotolano le vittime. Fermo immagine sul risveglio di chi era distratto mentre accadeva."(Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 29 ottobre 2010)
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