PJ Harvey - A Dog Called Money

IRLANDA, GRAN BRETAGNA - 2019
3,5/5
PJ Harvey - A Dog Called Money
Un intimo sguardo al processo creativo della musicista britannica PJ Harvey, ripresa durante le sessioni in uno studio di registrazione londinese per la realizzazione del suo album "The Hope Six Demolition Project" e nel corso dei viaggi compiuti insieme al regista Seamus Murphy in Afghanistan, Kosovo e Washington D.C.
  • Altri titoli:
    A Dog Called Money
  • Durata: 94'
  • Colore: C
  • Genere: DOCUMENTARIO
  • Produzione: ISABEL DAVIS, KATY HOLLY, JAMES WILSON, SEAMUS MURPHY PER BLINDER FILMS, PULSE FILMS, JW FILMS, COPRODUTTORE EVAN HORAN
  • Distribuzione: WANTED CINEMA
  • Data uscita 21 Maggio 2020

TRAILER

RECENSIONE

di Lorenzo Ciofani
Inizia con un’immagine di bellezza tragica, che come tutte le visioni decadenti ha qualcosa di misteriosamente attraente. È una sala abbandonata, fatiscente, quasi un reperto archeologico. Un luogo che, in questi giorni, assume un significato a tratti inquietante.

“Fino a venti anni fa potevi pagare il biglietto del cinema in pallotte”, dice PJ Harvej, anima che abita ogni angolo di PJ Harvey - A Dog Called Money, il documentario diretto dal pluripremiato fotografo Seamus Murphy (disponibile dal 21 maggio sulla nuova piattaforma Wanted Zone).


 

E poi una successione di macerie, case saccheggiate, avanzi di metropoli. In controcanto, la registrazione dell’album The Hope Six Demolition Project, che PJ Harvey incise in uno studio londinese costruito per l’occasione. Più che un ritratto d’artista, PJ Harvey - A Dog Called Money è un film su un progetto. Quello che mette in connessione l’attività musicale di un’icona del rock (ha collaborato con Nick Cave e Thom Yorke) con lo sguardo di un artista immerso nell’osservazione di un atto creativo.

A monte, l’idea che niente di questo film sia possibile senza l’esperienza del viaggio, un girovagare nel cuore malato di war zone diverse ma in un certo senso sempre uguali per dolore, privazioni, assenze. Cogliendone, comunque, il fascino visibile a occhi meno pigri e disposti a stupirsi.

Da una Kabul refrattaria alla narrazione mediatica alla Grecia dei migranti, passando per le contraddizioni di un’America sospesa tra la necessità di unire sogni e bisogni e la lacerazione imposta dall’era Trump, raffigurato non a caso su una foto strappata a terra.


 

Tra la registrazione – che è anche parafrasi nel momento stesso dell’esecuzione e dell’interpretazione – e ciò che accade nel mondo fuori c’è un dialogo che è anche un innesto. Le canzoni escono dalla sala per porsi quale colonna sonora della realtà esterna, tra ragazzini perduti per strada e primi piani di donne che esprimono l’unicità di reazioni inafferrabili.

Attraverso il filtro di Murphy, PJ Harvey cala la musica nella complessità del reale, intercettando in un orizzonte collettivo angosce che sono personali ma non esclusive. Forse non del tutto capace di instaurare un legame con chi è digiuno della musica della protagonista, ma certo PJ Harvey - A Dog Called Money è un singolare esempio di doc musicale.

NOTE

- PRODUTTORI ESECUTIVI: THOMAS BENSKI, MARISA CLIFFORD, TIM O' SHEA.

- PRESENTATO AL 69. FESTIVAL DI BERLINO (2019) NELLA SEZIONE 'PANORAMA'.

- DISPONIBILE SULLA PIATTAFORMA WANTED ZONE (2020).
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