Pietà

Pieta

COREA DEL SUD - 2012
Lee Jung-Jin è uno strozzino che va di casa in casa per battere cassa a nome dei suoi capi. Un giorno, il suo 'mestiere', inaspettatamente, ha una battuta d'arresto: Jon Min-Su gli si para davanti affermando di essere sua madre...

CAST

NOTE

- PRODUTTORI ESECUTIVI: KIM KI-DUK, KIM WOO-TAEK.

- LEONE D'ORO, LEONCINO D'ORO AGISCUOLA, PREMIO P. NAZARENO TADDEI E MOUSE D'ORO ALLA 69. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2012).

- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL 1 DICEMBRE 2014 HA ELIMINATO IL DIVIETO DI VISIONE AI MINORI DI 14 ANNI.

CRITICA

"'Pieta' procede come un implacabile teorema intorno ai sensi di colpa della sua Corea del Sud. Racconta la crudeltà senza limiti di un giovane esattore di debiti, solo e anaffettivo, fino a quando non gli si presenta una donna: la madre contrita che l'aveva abbandonato in fasce. È solo il primo di una serie di colpi di scena che sorprendono lo spettatore ma che mi sembra tolgano forza al film. Certo, il quadro che Kim dà del suo Paese è senza speranza: i soldi sono più necessari dell'aria, la vendetta è l'unica logica conosciuta, il senso di colpa il solo stato d'animo possibile ma il percorso del film è fin troppo meccanico, i personaggi monocordi e la storia ha la stessa freddezza di una dimostrazione matematica. Se in alcuni dei suoi capolavori precedenti l'esplosione della violenza serviva a scardinare compromessi e accomodamenti, togliendo ai personaggi le loro difese, qui tutto è talmente sciatto e burattinesco (oltre che girato in maniera approssimata) da lasciarmi personalmente molto deluso." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 5 settembre 2012)

"I premi servono a fare polemiche piuttosto che a segnalare un artista. Ma sarebbe bello se il meritatissimo Leone d'Oro assegnato dalla giuria di Michael Mann a 'Pietà' riuscisse ad avvicinare il pubblico a uno dei più originali artisti della scena mondiale. Chi è Kim Ki-duk? Una specie di Van Gogh coreano che ha scelto con la propria biografia e con l'arte di rompere tutte le convenzioni, nell'urgenza di esprimere sentimenti assoluti. (...) Fra tanti anticonformisti di maniera e per interesse, con conto in banca milionario e lo staff di esperti di marketing alle spalle, Kim Ki-duk è un vero artista in lotta contro un sistema dove conta soltanto il danaro. 'Pietà' è una fiaba oscura contro il capitalismo girata con pochi soldi e senza scomodare grandi scenari planetari, complotti o trame della finanza di Wall Street. (...) Un altro passo del percorso unico di questo regista che in passato ha regalato alcuni capolavori, amati non soltanto dalla critica, come 'Ferro 3', 'L'isola', 'Bad Guy', 'Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera', oltre allo straordinario documentario sulla propria esistenza da eremita 'Arirang', che porta lo stesso titolo della canzone intonata a Venezia. Le cronache si sono soffermate a lungo sulle scene di violenza, aggressioni e stupri. In genere, quando vedo questa roba al cinema, mi alzo ed esco all'aria. Ma in Kim Ki-duk la crudeltà non è mai gratuita, tanto meno compiaciuta. È il tratto nero intorno alle figure di Van Gogh. Serve a far splendere meglio il colore delle passioni. Alla fine ciò che resta nella memoria dello spettatore non è il guizzo di sangue, ma la pietà di una madre, il bisogno disperato di amore di un uomo. Levando lo sguardo, un panorama di umanità asservita a un sistema disumano." (Curzio Maltese, 'La Repubblica', 14 settembre 2012)

"Quella di Kim Ki-duk, Leone d'oro della Mostra veneziana, è 'Pietà' nel senso originario del termine: non commiserazione quindi, ma compartecipazione. Ed è il punto di arrivo di una storia che parte sul registro di una brutalità indifferente alle sofferenze altrui.(...) Come sempre nei film del regista Ki-duk violenza, sangue, sesso sono tappe di un percorso verso la trascendenza. Nella cornice di un mondo degradato che ruota intorno al denaro, questa tragedia di peccato e resurrezione è girata con forza espressionista e sostenuta da due intensi interpreti; mentre, fra svettanti grattacieli e cupe casupole in via di demolizione, il sobborgo di Cheonggyecheon acquista, a conferma del talento pittorico dell'autore, una vera e propria dimensione di terzo protagonista." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 14 settembre 2012)

"È il film coreano che ha avuto di recente il Leone d'oro alla Mostra di Venezia. Lo firma Kim Ki-duk, l'esponente più celebrato del cinema del suo Paese cui, da anni, ha regalato film di qualità sempre saldissime dove la rabbia, la violenza, l'aggressività sapevano abilmente accompagnarsi alle analisi attente dei personaggi cui si rivolgevano, studiando spesso, dall'interno, le lacerazioni brucianti delle loro psicologie. Come nel film di oggi, intitolato, nella edizione originale 'Pieta', in italiano ma senza accento, e con un finale in cui, curiosamente, nel contesto ovviamente tutto orientale cui l'azione si affida, si ascolta, in latino, un 'Kyrie eleison' preceduto da un 'da nobis pacem'. Forse per commentare, anche spiritualmente, il dramma di una donna e di un ragazzo pur spinto, in certi momenti, fino a crudezze molto aspre. Il ragazzo lo incontriamo subito: uno strozzino gli ha dato il compito di farsi pagare anche dai creditori più insolvibili. (...) Un film difficile, terribile a volte fino alla sgradevolezza, ma con il segno - sempre - di un autore che non ha paura del cinema. Perché sa dominarlo. La protagonista si chiama Cho Min-so. Una faccia in equilibrio sapiente fra l'enigma e il dolore." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 14 settembre 2012)

"Ha appena vinto il Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia con gran soddisfazione di molti. Non raggiunge la crudeltà del suo primo film presentato in laguna, 'L'isola', che provocò non pochi svenimenti in sala, ma il coreano Kim-Ki-duk con il suo 'Pietà' non risparmia neppure questa volta scene dure e disturbanti. Riflessione amarissima sul potere devastante del denaro, il film è la storia di un brutale strozzino capace di tutto pur di recuperare i soldi prestati." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 14 settembre 2012)

"Piacerà a chi in passato ha imparato ad amare il cinema livido e disperato di Kim Ki Duk grazie a 'Ferro 3' e 'La samaritana'. Non sappiamo se Michael Mann lo amasse prima di vedere 'Pietà' a Venezia ma un momento dopo averlo visto, dicono, l'ha messo in cima alla classifica dei preferiti. Dove come sappiamo è rimasto. Con piena ragione. 'Pietà' non ti lascia fiatare per recitazione, la corsa alla tragedia e l'ambientazione allucinata in una Seul dove i grattacieli schiacciano anche le esistenze." (Giorgio Carbone, 'Libero', 14 settembre 2012)

"Un film violento, morboso e noiosissimo. Ovvio Leone d'oro a Venezia. Il giovane coreano Wang-do è il feroce esattore di uno strozzino: i morosi restano senza una mano o con una gamba spezzata. Tanto paga l'assicurazione (che fessi). Dopo trent'anni si fa viva la madre del protagonista. Edipo era un dilettante. Il titolo? E' l'invocazione della platea." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 14 settembre 2012)

"Lodevole seppur controverso Leone d'Oro alla 69ma Mostra veneziana, sarebbe riduttivo ghettizzare 'Pietà' tra i confini del 'cinema asiatico', essendo invece l'espressione personale (e riconoscibile) di un autore-poeta come Ki-duk, maturato come uomo e artista attraverso una profonda crisi depressiva. 18mo film di una carriera più nota in Europa che in madrepatria, 'Pietà' è un dramma universale che coinvolge due anime raminghe, vittime esemplari del capitalismo estremo, ancorché calato in una regione operaia e depressa del Sud Corea. Il denaro come ossessione degli umani, i rapporti famigliari (o presunti tali) come unica via di salvezza. Perché altrimenti 'finiremo per essere una moneta agli occhi degli altri e frantumarci sull'asfalto'. Parola di Kim Ki-duk. Da non perdere. (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 13 settembre 2012)
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